Questo testo è un contributo per l’omonima discussione “Capitalismo ed elettrificazione”, tenutasi al Circolaccio Anarchico di Spoleto l’11 settembre all’interno dell’iniziativa “Parole al vetriolo”. 

Capitalismo ed elettrificazione

Nella attuale organizzazione, in quanto monopolisti della scienza che restano come tali al di fuori della vita sociale, gli scienziati formano certamente una casta a parte che offre molte analogie con la casta dei preti. L’astrazione scientifica è il loro Dio, le individualità viventi e reali sono le vittime ed essi ne sono gli immolatori consacrati e patentati.
M. A. Bakunin

Si fa presto a dire «ideologia»

La narrazione dominante da almeno trent’anni ce la mena con la «fine delle ideologie». Secondo i «pensatori» di corte, il crollo dei paesi a Capitalismo di Stato avrebbe inaugurato una nuova era, quella che il filosofo Francis Fukuyama (1992) chiama «fine della storia». La storia sarebbe dunque da intendersi come uno sviluppo lineare dove lo Stato democratico e liberale ne rappresenta il telos, il Fine ultimo dell’evoluzione oltre il quale è impossibile andare. Sono i principi del liberalismo a dettare l’evoluzione, contrassegnata e spinta dalla forza della razionalità.

Raggiunto questo stato di «perfezione» non hanno più senso nemmeno le ideologie. Lo scontro tra visioni del mondo contrapposte e alternative è irrazionale e improduttivo, la ragione tecnica decide ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, la sola cosa che noi possiamo fare è seguire la razionalità. Ogni deviazione sarebbe dunque assurda.

In maniera contraddittoria, Fukuyama ritiene che questo stadio finale dell’evoluzione umana è lo Stato democratico. Quello che non è riuscito a prevedere è che, proprio in virtù del dominio razionale della tecnica, la stessa costituzione democratica sarebbe diventata presto obsoleta. Se non c’è niente da scegliere, se la cosa migliore da fare è la più razionale… Un altro mondo è impossibile!

Si tratta di un’idea forte di immobilità. Non solo è diventato sintomo di un’imminente crisi psicotica pensare di poter rovesciare lo Stato, di prendere il potere politico (figuriamoci di distruggerlo!), ma è diventata intoccabile, fin nei minimi dettagli, anche la rotta: non solo il capitalismo diventava l’unico mondo possibile, ma, al suo interno, la sola variante neoliberista era la sola forma economica necessaria negli anni a cavallo tra i due millenni. Da qui ne discende la ridondanza del regime democratico. Esso si è dimostrato sempre più un teatro delle ombre, la cui regia però è una copia, un duplicato dell’ideologia unica.

Bisogna segnatamente distinguere tra «ideologie» al plurale e «ideologia» al singolare. Quello che è capitato negli ultimi anni non è stata affatto la fine dell’ideologia, ma la fine delle ideologie. L’ideologia è più forte che mai: essa è diventata pensiero-unico. D’altronde l’affermazione «sono morte le ideologie» è, essa stessa, un’affermazione ideologica. La tesi sulla fine delle ideologie è la tesi eminentemente ideologica. È una tesi che, chiudendo il dibattito e dichiarata sconfitta ogni possibile confutazione, fonda sé stessa come l’ideologia necessaria: talmente necessaria da non doversi nemmeno dichiarare tale, non doversi nemmeno fregiare del termine – è intangibile, come lo Spirito Santo. Se le chiedi «cosa sei?» essa ti risponde come Dio con Mosé: «Ego sum qui sum».

Le ideologie hanno un senso solo se si pensano come risolutamente contrapposte, l’una contro l’altra armate. In questo senso è, da un certo punto di vista, corretto dire che le ideologie sono finite. L’ideologia dominante è dunque una paradossale, mostruosa, Super-Anti-Ideologia. Oggi, la mossa più radicale, quella veramente rivoluzionaria sul piano teorico, è la denuncia della natura ideologica mistificata del pensiero tecnico. Ma affermare che quella che ci comanda è pur sempre un’ideologia, anzi è la più radicale e per questo mistificata, non è ancora sufficiente. Quello che dobbiamo fare nei confronti di questa nuova religione, piuttosto, è: non crederle.

Qui cominciano le difficoltà per il movimento anarchico. L’anarchismo rivoluzionario del nuovo millennio ha avuto il merito storico incalcolabile di essersi posto come la sola vera negazione (quanto meno in Occidente) della nuova ideologia dominante. Svincolato dal mito scientista che permea il marxismo, non essendo per altro tramortito dal crollo del Muro di Berlino, l’anarchismo poteva essere, e per molti aspetti lo è stato, la forza rivoluzionaria del secolo. Proviamo solo a pensare: cosa sarebbe stato il movimento no-global senza l’anarchismo, cosa sarebbe stata la crisi greca senza l’anarchismo, cosa sarebbe stata la lotta contro la catastrofe ambientale senza l’ecologismo radicale per buona parte anarchico, cosa sarebbe stata la nostra epoca senza quella sterminata serie di attacchi contro i politici, gli economisti, gli scienziati portati avanti dagli anarchici?

Se da un lato, dunque, l’anarchismo non ha naturalmente trovato difficoltà a impostarsi spontaneamente come la negazione dell’ideologia dominante; dall’altro lato, come vedremo meglio, delle componenti del movimento hanno espresso un limite sostanziale: hanno creduto ad alcune tesi dell’ideologia dominante. Talvolta, pur rovesciandone il giudizio di valore, tendiamo eccessivamente a credere a tutte le balle che ci propinano gli ideologi di Stato. L’ideologia dominante afferma di poter sottomettere e controllare ogni angolo del mondo con la tecnica? Allora le crediamo e parliamo di resistenza ad una «megamacchina» avente contorni totalitari, apparentemente quasi invincibile. L’ideologia dominante afferma che la lotta di classe è finita? Allora le crediamo e parliamo di nuove oppressioni, di una molteplicità indistinta di privilegi. La nostra azione è sicuramente sempre stata in buona fede (qui ovviamente ci interessa parlare solo dei compagni in buona fede), il nostro agire è sempre stato volto ad attaccare la megamacchina e il privilegio. Ma dal momento in cui, pur rovesciandone i valori, tendiamo a credere a delle tesi dell’ideologia dominante, la nostra analisi resta comunque viziata da un’orizzonte ermeneutico che è quello scelto dallo Stato.

La variante afghana

Ma le cose stanno davvero così? La storia è davvero finita? Le ideologie sono davvero morte?

Proprio mentre ci incontriamo corre l’anniversario dell’11 settembre. Nemmeno dieci anni dopo dall’uscita di Fukuyama la storia tornava ad affacciarsi prepotente. Il seguito è noto. L’amministrazione Bush dichiara guerra ai talebani e invade l’Afghanistan. Due anni dopo, sarà la volta dell’Iraq. A distanza di venti anni possiamo vedere come sono andate a finire le cose. L’Iraq è, ormai da molto tempo, di fatto, uno Stato controllato da governi filo-iraniani, i peggiori nemici degli americani. In Afghanistan dopo venti anni di dissanguamento, economico e letterale, gli statunitensi sono infine costretti a ritirarsi e i talebani hanno di nuovo conquistato il Paese. Una sconfitta che all’Occidente ricorda il Vietnam, con americani e alleati (compresi gli italiani) costretti a scappare dalle ambasciate in elicottero!

L’esercito più potente e armato del mondo è stato sconfitto da una guerriglia di pecorari armati solo di un mito. Gli stessi pastori che quaranta anni fa hanno distrutto l’Armata Rossa. L’esercito più sgangherato del pianeta che nel giro di mezzo secolo sconfigge le due superpotenze mondiali. Certo gli economicisti più irriducibili troveranno una molteplicità di sostenitori che hanno affiancato i talebani negli ultimi anni in nome dei più ignobili interessi economici. Sicuramente non sono forze che possono competere con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina insieme, tutti terrorizzati, per ragioni differenti, dall’espansione islamica nell’Asia centrale.

La verità è che i talebani hanno sconfitto la NATO e prima ancora l’Armata Rossa perché non hanno paura di morire. Hanno un Dio e una pratica religiosa premoderna in nome della quale credono assurdamente che gli spetterà il paradiso quanti più nemici riusciranno a fare fuori. Il mito, i martiri, gli eroi, contro dei placidi occidentali superpagati, desiderosi di ammazzare un po’ di selvaggi e di tornare a casa col conto corrente pieno delle laute paghe di mercenari. Il mito di Allah contro il mito di Messi e Michael Jordan. Chi altri poteva vincere? Una riscossa del mito che nel giro di quattro decenni ha sconfitto le due principali ideologie della modernità.

Questo cosa ha a che fare col nostro discorso? Moltissimo.

L’ideologia dominante (che afferma di non essere tale) si ritiene invincibile. Predica la razionalità tecnica come forma insuperata e insuperabile dell’evoluzione storica. L’opposizione a questo Moloch, come accennavamo, talvolta ne ha accettato i contenuti, pur rovesciandone il valore. Ma non solo noi anarchici dobbiamo opporci all’ideologia dominante, noi non dobbiamo crederle.

L’ideologia dominante afferma il superamento dell’essere umano e dei suoi limiti a favore delle macchine. Accade che i suoi oppositori le credano fermamente, pur dichiarandosi disgustati. La fede verso questo destino è talmente forte, che finisce per imbrogliare gli stessi imbonitori. L’ideologia, non avendo opposizione, finisce per imbrogliare se stessa. La variante afghana non ci parla forse anche del fallimento di questa distopia? Puoi bombardare i villaggi con i droni per vent’anni, ma poi servono umani per controllare il territorio. Altro che tecnologie avanzate, altro che cyborg da usare in guerra! Senza scarponi calzati da piedi umani non controlli il territorio, quando i droni tornano al nido dopo i loro voli di morte, gli umani riprendono il controllo.

Pensiamo a quanti dicono che a causa della pandemia si sarebbe instaurata una specie di «dittatura sanitaria» da parte di Big Pharma. Forse costoro dovrebbero fare due conti con la «variante afghana» più che con la variante inglese o la variante indiana. Non pensate che sia un duro colpo per Big Pharma aver perso il più grande fornitore di oppio del pianeta? Il punto ovviamente non è smettere di combattere Big Pharma, mettersi al servizio della sinistra vaccinista e del generale Figliuolo. Il punto è sempre quello di non credere alle loro tesi ideologiche, non credere che il loro sia il solo destino possibile. La loro scienza non è la sola scienza possibile, il dominio della razionalità tecnica al servizio del capitalismo non è un destino teleologicamente necessario.

D’altro canto non è stato proprio il generale Figliuolo alla guida della missione di guerra in Afghanistan per conto delle truppe italiane di occupazione? Ecco, la cosiddetta «campagna militar-vaccinale» è in mano al generale che, insieme ad altri, ha perso l’Afghanistan. I generali al potere? Sì ma quali generali? Figliuolo è un perdente!

La «variante afghana» ci porta ad un altro pensiero, ben più perturbante: la modernità come parentesi. E se gli eserciti di occupazione degli Stati capitalisti del pianeta un bel giorno «ritirassero le truppe»? E se quel giorno non dovesse sorgere il Sol dell’Avvenire, ma la reazione medievale, l’oscurantismo religioso, la barbarie umana, l’oppressione delle donne? Deve essere stato questo pensiero, tanto perturbante da venire nascosto nell’inconscio più profondo, a spingere tanti ex compagni su un terreno ormai squisitamente riformista. Di fronte al crollo, tanti potrebbero dimostrarsi non così tanto rivoluzionari. La paura della morte o di qualcosa di molto peggiore potrebbe spingere in molti a dirsi che sì, in fondo, il nostro governo non è poi così male. Una certa opposizione al fascismo, una certa retorica socialdemocratica di difesa dei deboli, una certa visione neoliberale sul ruolo delle minoranze in fondo non ci parla anche di questo?

Cosa dobbiamo fare noi? Sposare l’oscurantismo? Gridare che «Allah è grande» o andare in piazza coi complottisti? No, noi dobbiamo contrapporre il nostro mito ai loro dei della guerra. Noi dobbiamo contrapporre alle divinità della tecnica e della reazione quello che Alfredo Cospito chiama «il mito dell’anarchia vendicatrice». L’Idea che i signori ricchi che ci hanno ridotto in queste condizioni un bel giorno la pagheranno. E non sarà per una qualche miracolosa assistenza divina, la possibilità di fare giustizia è solo nelle nostre mani!

Dal «totalitarismo tecnologico» alla crisi dei chip

Un altro modo con cui ci si sta opponendo all’ideologia dominante della nostra epoca è quello che denuncia il pericolo di un imminente totalitarismo tecnologico. Questi compagni, di nuovo, nell’opporsi giustamente alle tendenze in atto, finiscono però per accettarne le credenze. L’idea che lo sviluppo tecnico non avrà limiti e conquisterà l’intero pianeta è solo un’ennesima chimera ideologica. Noi non solo siamo contro i progetti di ristrutturazione del capitalismo, siamo anche scettici nei confronti delle balle che ci raccontano i suoi corifei.

Il 17 giungo scorso i giornali economici hanno diffuso una notizia sconcertante, ben celata dai media di massa. Questo il lancio d’agenzia di LaPresse:

«Milano, 17 giu. (LaPresse) – Audi e Volvo fermeranno i propri stabilimenti di Bruxelles e Gent in Belgio questa settimana a causa della carenza di microchip. È quanto riferiscono diversi media locali tra cui The Brussels Times. La carenza di chip ha ritardato la produzione di circa mezzo milione di veicoli in tutto il mondo, secondo l’Associazione europea dei fornitori automobilistici (Clepa), e si prevede che i suoi effetti si faranno sentire fino al 2022. Non è la prima volta che entrambi gli stabilimenti hanno dovuto interrompere la produzione a causa della carenza di microchip, che possono essere presenti a dozzine nei modelli di auto più recenti. “Il secondo trimestre del 2021 è stato molto difficile e stiamo ancora assistendo a ritardi nella produzione”, ha affermato il presidente di Clepa Thorsten Muschal. Audi ha spiegato che l’offerta di chip rimarrà limitata nei prossimi mesi – e che quindi non è possibile escludere ulteriori aggiustamenti alla produzione –, anche se ci si aspetta che la situazione migliori. “Sembra che il punto più basso della crisi sia stato raggiunto”, ha detto il portavoce dello stabilimento Peter D’Hoore. “Ci aspettiamo un miglioramento nella seconda metà dell’anno”, ha proseguito».

Ma come, volete fare la rivoluzione digitale e non avete i chip per le auto?!

Gli effetti della crisi dei chip si sentiranno fino al 2022, dicono. Al momento del lancio d’agenzia (giugno ’21), si parlava di mezzo milione di veicoli non prodotti a causa della carenza di materie prime. Si confidava però che «il punto più basso della crisi» fosse stato raggiunto. La crisi dei chip, al contrario, sta continuando ad espandersi, colpendo tutti i settori tecnologici e non solo quelli. Pubblichiamo ampi stralci di un articolo de Il Sole 24 Ore che potete leggere integralmente a questo link: https://www.ilsole24ore.com/art/dal-caffe-playstation-cosi-crisi-materie-primesconvolge-prezzi-e-forniture-AE9KJwR.

Dopo Audi e Volvo è stata la volta di Tesla, l’auto elettrica di Elon Musk a doversi fermare per mancanza di litio e cobalto:

«Problemi anche per Tesla, il titano dell’auto elettrica di Elon Musk. Prezzi in aumento per la carenza di materie prime. Proprio il Ceo ha spiegato la situazione in un tweet: «I prezzi sono in aumento a causa della pressione dei costi della catena di approvvigionamento in tutta l’industria. Soprattutto delle materie prime». In questo caso entrano in gioco i prezzi di materie prime come litio e cobalto, entrambe in grande crescita (secondo l’International Energy Agency (IEA), la domanda di minerali per veicoli elettrici e batteria crescerà almeno di 30 volte entro il 2040)».

Problemi che, com’è inevitabile, riguardano ovviamente anche gli elettrodomestici:

«Non va meglio nel settore degli elettrodomestici. Secondo il presidente di Whirlpool in Cina, la stessa carenza globale di materie prime (chip in particolar modo) che ha scosso le linee di produzione delle case automobilistiche, ora si sta abbattendo sui produttori di elettrodomestici, incapaci di soddisfare la domanda. Proprio Whirlpool, una delle più grandi società di elettrodomestici al mondo, si è vista ridurre le consegne di chip del 10% rispetto ai suoi ordini, nel mese di marzo. Hangzhou Robam Appliances Co Ltd, un produttore cinese di elettrodomestici con oltre 26mila dipendenti, ha dovuto ritardare di quattro mesi il rilascio di una nuova ventola per stufe di fascia alta perché non poteva procurarsi un numero sufficiente di chip».

E i videogiochi: «Purtroppo riscontriamo una grande scarsità di semiconduttori e altri componenti». Sono le parole del Chief Financial Officer di Sony, Hiroki Totoki, a proposito di Play Station 5. Quello che invece non ci si sarebbe aspettati è che la crisi dei chip mettesse in seria difficoltà anche altri settori, come l’edilizia, il caffè e perfino la carta igienica!

«Sembra assolutamente assurdo, ma uno dei settori messi in crisi dal caos sulle materie prime è quello della carta igienica. La Suzano SA, il più grande produttore di pasta di legno – la materia prima per prodotti inclusa la carta igienica – ha fatto sapere che le difficoltà logistiche innescate dalla crisi delle materie prime (container richiesti da altri settori, trasporti in bilico, ecc.) potrebbe creare problemi di approvvigionamento».

Da ultimo, proprio in questi primi giorni di settembre, la crisi dei chip comincia timidamente a bucare i notiziari nazionali, che tentano comunque di limitarla alle pagine interne di economia: Stellantis (cioè la vecchia FIAT) sta scrivendo in queste ore agli operai per annunciare il prolungamento delle ferie di ferragosto per buona parte di settembre in diversi stabilimenti che producono Panda e Fiorino, a causa della ormai cronica carenza di semiconduttori.

In un mondo elettrificato, la crisi dell’elettrificazione è una crisi generale. Non solo perché ormai la robotizzazione riguarda tutti i settori, ma anche perché, parlando in termini strettamente materiali, la crisi dei chip è una crisi dell’estrattivismo: mancano i minerali per i computer, ma cominciano anche a mancare gli alberi per la carta!

La crisi dei chip naturalmente non è una crisi estemporanea, ma un segno profondo dei tempi. Da un lato, la sempre maggiore richiesta di conduttori, semiconduttori e superconduttori, dall’altra l’incapacità delle miniere africane di stare al passo di questa sempre maggiore domanda di materie prime.

Il risultato di questo scompenso tra la domanda di metalli conduttori e la debolezza dell’offerta prevedibilmente avrà delle importanti conseguenze non solo sui volumi delle produzioni, ma anche sui costi. La grande forza della digitalizzazione è stata la progressiva deflazione dei suoi manufatti. Computer, cellulari, dispositivi di varia natura per molti anni sono costati sempre di meno, rendendoli un bene disponibili per tutti – anche per chi non riesce a mangiare o a pagare l’affitto. Un aumento del prezzo di questi dispositivi avrà certamente anche un riflesso sulla velocità di propagazione della loro diffusione planetaria. Ma la natura finita del pianeta, vale anche per le materie prime di cui sono fatti smartphone e PC, ci parla di limiti oggettivi dell’espansione tecnologica.

Non vogliamo con questo diffondere la facile illusione su un esaurirsi spontaneo delle risorse utili alla svolta tecnologica autoritaria. In passato ci si è fin troppo facilmente illusi sulla fine del petrolio, salvo poi, grazie proprio alle nuove tecnologie estrattive, trovare nuovi giacimenti in profondità e il modo di poterli raggiungere. Il capitalismo non si spegnerà spontaneamente, per assenza di carburante, siamo noi che dobbiamo farlo saltare!

Il capitalismo trova sempre nuove aree da sfruttare e nuove tecniche per farlo. La diffusione di miniere alla ricerca di metalli come il coltan fuori dal Congo si inseriscono i questi tentativi. Il punto è di non credere alla fama di imbattibilità della macchina capitalista. Queste ricerche producono anche lotte di resistenza, nonché una manodopera sicuramente più dispendiosa degli schiavi che vengono usati in Africa. Di nuovo, quindi, un aumento dei prezzi e una disponibilità sempre più escludente delle applicazioni tecnologiche.

Quello che ipotizziamo non è dunque un totalitarismo tecnologico, ma una condizione di specificità tecnologica in un contesto di arretramento generale. Ci saranno delle «cittadelle» (il termine non è da intendere alla lettera) iper-sviluppate, fuori dalle quali abbonderà la gran massa dell’umanità, sempre più esclusa dai poli del benessere. Un’immagine che non va resa «geograficamente», come una volta si immaginava il terzo mondo. Questa dinamica escludente attraverserà verticalmente tutte le società. In questo contesto, l’immagine dell’operaio con il chip nella tuta che ne spia tutti i movimenti sul lavoro si affiancherà allo stesso che, una volta tornato a casa, vivrà sempre più in una condizione di barbarie culturale – finanche con problemi di approvvigionamento di caffè e carta igienica. La rivoluzione tecnologica continuerà a poggiare le sue basi sullo sfruttamento degli umani. Così sarà fino a quando ci sarà il capitalismo. La carne umana resta la vera miniera d’oro per gli sfruttatori. Le nuove tecnologie serviranno, semmai, a controllarla meglio.

Si scrive «green new deal» e si legge «licenziamenti»

Se nel mercato informatico ancora i prezzi di questa crisi dei chip non sono visibili, così non è per le cosiddette auto elettriche. Per l’acquisto di un’auto elettrica con prestazioni «decenti» – non parliamo dei trabiccoli che vanno a 50 km orari – bisogna sborsare almeno 18 mila euro e questo solo grazie ai contributi pubblici, altrimenti il conto sarebbe più salato di ulteriori 3-4 mila. Non è un caso se la macchina più diffusa in Italia continua ad essere la Panda, che ne costa meno di 10 mila. Insomma, la «rivoluzione verde» rimane un privilegio di classe.

Non è un caso se gretini ed ecologisti di regime non fanno che ripeterci che, insieme all’auto elettrica, deve cambiare il nostro stile di vita negli spostamenti. Con l’auto elettrica ci si muoverà soprattuto col car sharing. «Il futuro? Elettrico, ma connesso e condiviso» scrive per esempio Diego Colombo sull’Eco di Bergamo. Il motivo? Semplice: non tutti se la potranno permettere!

Questo è un esempio di ciò che definiamo «cittadelle» della civiltà tecnologica circondate dalla miseria. Anche la macchina, segno distintivo della società dei consumi degli anni Sessanta, diventa un privilegio per pochi.

Naturalmente qui il punto non è ambientale, poiché tutto dipende da con che cosa viene prodotta l’elettricità. Se l’elettricità viene prodotta col carbone, è evidente le auto elettriche provocheranno nel pianeta molte più emissioni di CO2 di quelle tradizionali, a benzina. Già, ma questo avverrà «fuori», nelle regioni in cui ci sono le centrali a carbone. Possiamo saggiare ancora una volta la dinamica non totalitaria, bensì a «cittadella» del prossimo regime tecno-capitalista: il centro storico avrà meno smog madama la marchesa!

E naturalmente, tutta questa smania di elettrificazione non farà che alimentare le pulsioni nucleariste degli scienziati della morte.

Dunque il punto non è quello di salvare l’ambiente, come ci raccontano gli ideologi di corte. Il punto è una ristrutturazione globale della società, con una più ristretta fortezza di inclusione e una più ampia massa umana di diseredati. L’impoverimento delle magnifiche quanto metafisiche «classi medie», ci parla di questo processo complessivo. Questo impoverimento si ricollega alla «variante afghana» in senso lato, alle pulsioni reazionarie di tanti padroncini impoveriti.

Questo impoverimento è una conseguenza necessaria, voluta del nuovo corso. Sempre rimanendo in tema di elettrificazione automobilistica, si stima che tra il 30 e il 60% dei posti di lavoro sono in pericolo nel settore dell’automotive a causa del cambio di produzione dal motore a scoppio a quello elettrico. La transizione ecologica fa rima con la transizione digitale, non a caso il Governo Draghi – regime di Unità Nazionale in nome della ristrutturazione capitalista – si è inventato il Ministro della transizione ecologica e reinventato il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale. E come rivendica mefistofelicamente il neo ministro alla transizione ecologica, Roberto Cingolani, la transizione avrà un costo sociale enorme. I cingolati di Cingolani marciano facendo il verso a quelli di Stalin: capitalismo ed elettrificazione sventolano sulle insegne delle nuove purghe.

Mai fu tanto vero il detto: avete voluto la bicicletta, adesso pedalate.

L’Unità Nazionale da Cremaschi a Bonomi

Perché questo progetto vada avanti, perché questa enorme ristrutturazione autodenominatasi Grande Reset possa realizzarsi serve dunque un impoverimento di massa in tutto l’Occidente. Questo passa, lo abbiamo visto, dalla perdita di milioni di posti di lavoro a causa della digitalizzazione e della robotica. L’elettrificazione chiede carne umana!

Il governo italiano ci ha pensato con lo sblocco dei licenziamenti, il vero provvedimento per il quale venne messa in moto l’operazione-Renzi per disarcionare il precedente governo e instaurare il gabinetto di Mario Draghi. Ora che non ci sono più i divieti ai licenziamenti, ogni pretesto è buono per chiudere. E la pandemia mondiale di pretesti ne fornisce a iosa.

È il 20 luglio quando Giorgio Cremaschi, leader storico della FIOM, il fu potente sindacato dei metalmeccanici della CGIL e esponente del partitino «centrosocialista» Potere al Popolo!, nel linguaggio sgrammaticato di Twitter, cinguetta:

«Chi si oppone al #green pass dovrebbe coerentemente opporsi a: patente di guida tessera sanitaria carta d’identità certificato di residenza ogni simile diavoleria della dittatura comunista. Svalvolati certo, ma anche semplicemente #fascisti allo stato brado».

Lo stesso giorno Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, scrive una lettera decisamente meno illitterata al Presidente del Consiglio Mario Draghi, svelata dal quotidiano Il Tempo:

«[Titolo: Non fai il vaccino? Niente paga. La minaccia di Confindustria ai lavoratori]. Al fine di tutelare tutti i lavoratori e lo svolgimento dei processi produttivi nel pieno rispetto delle libertà individuali, Confindustria ha proposto l’estensione dell’utilizzo delle certificazioni verdi – cd. green pass – per accedere ai contesti aziendali/lavoristici».

Non bisogna essere dei cospirazionisti per osservare che la coincidenza delle date è quanto meno inquietante. Ma anche ammesso che quello di Cremaschi sia stato «solo» un imperdonabile errore e il sintomo di una sinistra geriatrica da rinchiudere in una casa di riposo più che in un centro sociale, una coincidenza del genere, per quanto «sfortunata», ha dato il senso di un accerchiamento mediatico per la svolta securitaria che di lì a pochi giorni sarebbe intervenuta.

Bisogna prestare molta attenzione alla sostanza che il verbo tocca quando si usa la dizione «governo di Unità Nazionale». L’Unità Nazionale non è un semplice governo tecnico, né un mero governo politico di «larghe intese». L’Unità Nazionale è un governo nel quale la Nazione è unita e mobilitata per un fine emergenziale supremo. Da un punto di vista parlamentare, non c’è una differenza con le cosiddette larghe intese: tanti partiti che votano insieme un governo politico. Ma l’Unità Nazionale è qualcosa di diverso. L’alleanza di governo attraversa l’intera società, le forze sociali, gli intellettuali, la gente comune: tutti sono mobilitati per la Patria.

Da questo punto di vista le uscite concentriche di Cremaschi e Confindustria ci parlano di una sostanziale unità, di un vero fronte patriottico per salvare la borghesia dalla crisi provocata dal Coronavirus. È un vero governo borghese di massa, che, a differenza del fascismo, mantiene la pluralità dei partiti e li mobilita tutti nella guerra patriottica. Cremaschi, oppositore fittizio, con quelle dichiarazioni si inscrive a tutti gli effetti nella compagine dell’Unità Nazionale, si dichiara mobilitato per le sue scelte di macelleria sociale.

Il Covid-19 è un sintomo. Sì, ma di che cosa?

Non abbiamo mai dato alla pandemia un ruolo centrale nelle nostre analisi. Non perché quanto accaduto non sia stato, sotto ogni punto di vista, eminentemente storico. Riteniamo però che il Covid-19 non sia stato un evento imprevisto, un meteorite che ha colpito il pianeta cambiandone per sempre la rotta. Crediamo semmai che il Coronavirus sia in qualche modo una sorta di espressione dello spirito dei tempi che corrono.

Già, ma dove vanno, se corrono?

Il Covid-19, rimanendo nella metafora clinica, è solo un sintomo. Si, ma di che cosa?

Indubbiamente è un sintomo dello stato di salute del pianeta. È un sintomo, inoltre, di come funziona la scienza moderna: crea la malattia e poi vende il rimedio. È un sintomo di cosa possono provocare la continua urbanizzazione, gli allevamenti intensivi, la selezione biologica «naturale» attraverso vaccini e antibiotici. Ma anche qualora si trattasse di un complotto, di un’oscura manovra dietrologica, si tratterebbe nondimeno di un sintomo: il sintomo del livello raggiunto dagli apparati militari, dell’incoscienza psicotica dei grandi finanzieri, ecc. E qualora si trattasse – ipotesi intermedia – del risultato di una fuga accidentale da un laboratorio di ricerca (nelle due varianti: a) laboratorio militare; b) laboratorio medico che studia i virus per il «bene» dell’umanità), di nuovo esso sarebbe solo un sintomo: un sintomo della pericolosità sociale della scienza capitalistica, che corre, autonoma e senza freni, mettendo in pericolo tutti noi.

Insomma sintomo è e sintomo rimane. Per questo bisogna rinunciare alla tentazione di seguire il Covid e le sue danze con la lente deformante della ragion tecnica. Sarebbe, al solito, scegliere il campo di battaglia e le armi imposte dal nemico. Dobbiamo guardare oltre, al vero male: il vero male è un’organizzazione sociale mondiale fortemente diseguale, che sta depredando ogni ambiente, che è protetta da un apparato militare senza precedenti nella storia dell’umanità.

In quanto spirito dei tempi, il Coronavirus non ha invertito le tendenze fondamentali della nostra epoca, le ha semplicemente accelerate. La crisi della globalizzazione era già prevedibile da prima dell’emergenza sanitaria. Alcuni di noi, tra l’altro con strumenti analitici e dati empirici molto poveri, l’avevano già prevista da qualche anno. Così come avevamo previsto che si andava verso una svolta autoritaria di nuovo tipo. La pandemia è stata il veicolo nel quale questi fenomeni si sono, infine, espressi. La pandemia è il veicolo della crisi della globalizzazione e della svolta autoritaria di nuova forma, ma queste non sono delle passeggere, sono al posto di guida.

Da questo punto di vista noi giudichiamo i dispositivi autoritari come il recente passaporto sanitario, il cosiddetto green pass. Non siamo interessati strettamente al tema dei vaccini, alla discussione tecnica, al dibattito scientifico che sostituisce il dibattito politico. Tra gli autori di queste note ci sono, indifferentemente, vaccinati e non. Una divisione che fa il gioco del potere, dove lo Stato ha accelerato deliberatamente in questa direzione per creare ulteriore frammentazione degli sfruttati e isolamento delle loro «teste calde». Il green pass colpisce in primo luogo la libertà e la riservatezza di chi lo ha: controllato quando sale sul treno, quando va al cinema o in università, è il possessore del green pass a venire soprattutto spiato.

L’obiettivo, come osservato in apertura, è un obbiettivo ideologico: la creazione di una società dove divenga ontologicamente impossibile l’orizzonte della sovversione. In questo quadro, l’ideologia della tecnica, impersonale e imparziale come si vuol dipingere, diventa la sola ideologia tollerata. Se la tecnica dice che dobbiamo essere tutti spiati, che è la sola soluzione razionale per i problemi sanitari… ebbene, tutti dobbiamo essere spiati. Il decisore è logico e impersonale: un altro mondo è impossibile – e a vent’anni esatti da Genova, il 20 luglio Cremaschi e Confindustria marciano insieme.

Svolta autoritaria, ma di che tipo?

È stato adoperato sulle colonne di “Vetriolo” il lemma «svolta autoritaria di nuovo tipo» o «svolta autoritaria di nuova forma» per descrivere quanto sarebbe accaduto. Si trattava in primo luogo di una definizione negativa, senza contenuto. Ci si è limitati a osservare che la nuova società autoritaria non avrebbe avuto i connotati del fascismo storico novecentesco. Era importante sottolineare questo fatto onde evitare i pericoli del cosiddetto frontismo: l’unità antifascista in nome della democrazia.

Quando abbiamo cominciato a ragionare su queste categorie, da noi come in buona parte del mondo, stavano crescendo i partiti di estrema destra e i cosiddetti sovranisti. Temevamo quello che in effetti si è verificato: che l’allarmismo antifascista avrebbe contribuito a frenare questa ondata di destra, sì, ma al fine di restaurare l’ordine neo-liberale mondiale. Così è stato in Italia col governo Draghi e negli USA con la «sconfitta» di Trump. Ottenuto il risultato di restaurare il liberismo, questi stessi movimenti si sono sgonfiati, fino quasi a scomparire. È l’eterno ritorno del ciclo fascismo-antifascismo-liberalismo nel quale, per l’ennesima volta, i movimenti sono rimpasti impantanati.

All’epoca quindi, la sola cosa che potevamo fare era mettere in guardia contro l’uso che il potere avrebbe fatto dell’antifascismo, tentando di spiegare che la svolta autoritaria che stava arrivando non era il mero ritorno di un regime totalitario, ma qualcosa di molto differente. Non potevamo dare maggiori informazioni circa i contenuti giacché non siamo dei profeti. I contenuti ce li avrebbe mostrati la realtà. Oggi possiamo dire qualcosa di più. Possiamo dare della sostanza alla svolta autoritaria di nuova forma.

La prima evidenza è che tale svolta autoritaria si è prodotta nella sostanziale conservazione dell’ordine costituzionale liberale. Qualcuno potrebbe obbiettare che in Italia nemmeno il fascismo ha sospeso lo Statuto Albertino. Questo è vero, ma non si può non vedere che la vecchia costituzione monarchica italiana era molto vaga e non prevedeva, per esempio, garanzie verso i partiti e i sindacati. Il fascismo sospese la pluralità partitica e le libertà sindacali, operando una svolta costituzionale nella sostanza dell’ordinamento politico. Le attuali costituzioni europee sono molto più prescrittive circa i diritti e i doveri. La svolta autoritaria di nuova forma, questo è di estrema importanza, non ne sta modificando i connotati. Anzi se ne sta proprio disinteressando. Per i riformisti, per i sinistrati in servizio permanente effettivo in difesa della Costituzione, hanno rappresentato maggiori pericoli i tentativi riformatori di Berlusconi e Renzi. In pieno stato di emergenza, a nessuno è venuto in mente di modificare in senso autoritario le costituzioni occidentali.

Insomma la svolta autoritaria in corso, nel mentre chiude gli individui in casa, investe gli operai in sciopero, massacra i carcerati in rivolta, chiede il passaporto sanitario e istituisce checkpoint a ogni angolo della strada, fa piovere provvedimenti restrittivi per anarchici e refrattari, non sta affatto intervenendo sull’involucro istituzionale.

Questo fatto potrebbe sembrare sorprendente soltanto da un punto di vista superficiale. In realtà esso è strettamente correlato con la particolare natura ideologica, mistificata, del pensiero unico della ragion tecnica. Se c’è una sola scelta obbligata, se le questioni sociali, etiche, ecologiche hanno una sola risposta e se tale riposta viene individuata dalla dinamica impersonale del problem solving, le democrazie non rappresentano alcun pericolo per il nuovo autoritarismo. Chiunque salirà al potere dovrà adottare necessariamente le stesse politiche, dato che solo una è la soluzione ed è obbligata.

Annunciazione di sangue

La svolta autoritaria è realtà. Siamo in una nuova epoca storica dunque, la quale, come ogni rivelazione che si rispetti, ha bisogno di una Annunciazione, di una simbologia radicale, di una passione di sangue. In Italia questa «annunciazione» si è incarnata nel massacro nelle carceri del marzo 2020. Sedici morti sui quali troppo frettolosamente si è steso il velo della dimenticanza.

Una reazione radicale in primo luogo. Di fronte all’inaudita rivolta nelle carceri italiane, uno Stato sbandato dall’irruzione della pandemia ha reagito come ha potuto, come ha saputo: col pugno di ferro. Un messaggio per quei rivoltosi, certo, ma anche un messaggio per tutta la società: questo è quello che spetta a chi si ribella, a chi si rivolta. Lo Stato c’è. Queste le parole dell’allora ministro dell’Amministrazione Carne Umana:

«Mi piace sottolineare che in tutti i casi più gravi le istituzioni si sono dimostrate compatte: magistrati, prefetti, questori e tutte le forze dell’ordine sono intervenute senza esitare rendendo ancora più determinato il volto dello Stato di fronte agli atti delinquenziali che si stavano consumando».

Parole pronunciate da un ministro della «giustizia», davanti a un Parlamento consenziente. Una responsabilità politica e storica inequivocabile: noi, colleghi parlamentari, insieme a «magistrati, prefetti, questori e tutte le forze dell’ordine», siamo i responsabili del massacro. Nella mattanza di marzo si annunciano gli anni Venti del nostro secolo. Sentimento surreale, quando si è nelle condizioni di dover quasi ringraziare il boia in Bonafede per avercelo finalmente indicato senza veli, per quello che è, «il volto dello Stato».

Questa è la natura dello scontro che ci troveremo a fronteggiare. Siamo tutti avvisati, chi non se la sente è forse il caso che faccia adesso un passo indietro. Persino le immagini delle torture di Santa Maria Capua Vetere assumono un valore comunicativo importante nel messaggio terroristico del potere. Abbiamo imparato in questo squarcio di secolo come il potere, sapientemente, fa uscire gli scandali sulle torture: Guantanamo, Abu Graib, sono luoghi di tortura isolati dal mondo, se abbiamo saputo qualcosa su quello che è successo è perché l’ideologia ha voluto mostrarcele. Un monito, un brivido di terrore per chi sceglie di combattere in armi l’esercito occupante: lì ci potrei essere io.

Non può essere allora un caso se le immagini delle torture, con grande sdegno delle anime belle democratiche, siano uscite da un carcere dove non ci è scappato il morto. Non può essere un caso che solo a Santa Maria Capua Vetere i secondini sono stati così coglioni da lasciare le telecamere accese. La verità è che, ogni tanto, certe informazioni devono uscire. Perché siate tutti avvisati: i prossimi potrete essere voi!

Ma i massacri nelle carceri italiane sono stati, e sono tutt’ora, un test più profondo. Sono un termometro sociale sulla nostra assuefazione. Il potere ha voluto testare il grado di reattività, di dignità rimasto nella carne umana che vuole amministrare. Vuol vedere se siamo davvero pronti all’elettrificazione. A giudicare dal fatto che la stragrande maggioranza della popolazione quei morti non se li ricorda nemmeno, che se gli si chiede di pensare a ciò che è stato il marzo 2020 sono ben altri i ricordi (i domiciliari di massa, il terrore del virus), possiamo dire che l’esperimento è riuscito: il paziente è morto.

L’autunno che ci aspetta

Con queste premesse l’autunno che ci aspetta sarà un autunno di paure, dall’ansia per i sintomi influenzali all’ansia di perdere il lavoro. Sarà un autunno di restrizioni e di caccia alle streghe. Niente fa credere che sarà un autunno in qualche modo «caldo». Meglio dirci in faccia una sgradevole realtà che continuare a fare finta di niente, a inseguire e poi frustrarci al seguito del fallimento dell’ennesimo intervento sociale.

Nonostante questo triste quadro di partenza, i sommovimenti non mancheranno. La svolta autoritaria, la ristrutturazione digitale, l’elettrificazione sociale stanno già generando resistenze e disperazione. Resistenza e disperazione, insieme, sentimenti di chi sta con le spalle al muro, possono essere il prossimo detonatore sociale. Un rifiuto radicale di questo futuro obbligato sarà la prima mossa degli insorti.

In questo contesto, l’espressione più autentica della lotta di classe, sembra un paradosso, sarà proprio il nichilismo. Se un altro mondo è impossibile, allora la sola alternativa che ci avete lasciato è proprio nella mancanza di alternative, nella ferocia della bestia braccata. Un contraccolpo assoluto da questo mondo nel quale saremo sempre più stretti, sempre più poveri, sempre più ammalati.

Questa reazione però, se si limita a ciò, rischia anche di diventare l’ultimo colpo di coda di un’umanità ormai sottomessa alla dinamica impersonale dell’elettrificazione. Per fare questo secondo passo serve una fede, serve un mito, un orizzonte di (non) senso, un orizzonte che non c’è, che forse non ci sarà mai, ma che solo muovendo in marcia verso di esso possiamo rovesciare una storia già scritta. Una massa, una energia surreale che pieghi il tempo lineare della tecnica capitalistica. Tutto questo è profondamente umano.

Tutto ciò si fa anche con l’esempio: dimostrando che il potere è fragile, ha tanti punti deboli, può essere incrinato. Dimostrare coi fatti che la storia non andrà come vogliono lorsignori, che c’è chi è pronto a fargliela pagare salata.

La regione del mondo nella quale ci troviamo, quella governata dallo Stato italiano, è, tra l’altro, particolarmente strategica in questo quadro di ristrutturazione. Non è un caso che l’Italia è il Paese al quale sono stati destinati più soldi nel cosiddetto NextGenerationEU, ben 210 miliardi su 807.

Non è un gesto di bontà da parte del dominio europeo, ma la convinzione che l’Italia sia il grande malato del continente e il Paese che per primo rischia di infrangere il sogno del Super Stato Europeo. Questa montagna di soldi non sono solo un aiuto, ma rappresentano anche una catena. L’Europa vuole assicurarsi che lo Stato italiano non crolli e al contempo bloccarlo saldamente sotto il suo comando. L’instabilità dell’Italia oggi è una possibile, importante spina nel fianco per il capitalismo occidentale. Forse è proprio da quest’ultima considerazione che dovremmo cominciare ad agire.

[Settembre 2021]

PDF: Capitalismo ed elettrificazione.