Nuovo modo di produzione informatico e insorgenza diffusa. Un contributo dalla Francia

ci troviamo ad un punto di rottura, un punto di rottura molto profondo […] un punto di rottura del capitalismo contemporaneo.”
(Emmanuel Macron, intervista alla rivista il Grand Continent, giovedì 12 novembre 2020)

“L’economie ou la vie?”, ha domandato qualcuno su un muro durante il primo lockdown.
Ed infatti, pur sapendo per certo l’arrivo della “deuxiéme vague” entro l’autunno, il governo Macron ha riaperto tutte le attività produttive invitando ad andare in vacanza e spendere soldi. Alla fine del coprifuoco e con l’arrivo del secondo “confinement”, stessa sorte: restavano aperte le scuole, i nidi, i licei, le università online. La produzione continuava incessante, costringendo a lavorare milioni di persone ammassate nei posti di lavoro e sui mezzi pubblici. Per contro, il collasso del sistema sanitario pubblico francese, flagellato da anni di privatizzazioni, tagli al budget e precarizzazione del personale medico ed infermieristico, nei mesi di Ottobre e Novembre, è stato così imponente da dover spostare i malati in altre regioni o, addirittura, in paesi limitrofi come la Svizzera, non avendo più posti letto e attrezzature. Dai primi anni del 2000, con l’alternarsi dei governi socialisti prima, con l’arrivo di Nicolas Sarkozy poi, infatti l’ospedale diventa un’impresa e deve rispettare un bilancio, quindi tagliare i costi. Oggi la privatizzazione del sistema sanitario è ancora in corso e nel frattempo le cliniche private, sempre più affiliate a grandi gruppi internazionali, prosperano. Per questo già il 2019 è stato un anno di proteste e di scioperi all’interno degli ospedali e 1.300 primari sono arrivati addirittura a dimettersi dalle loro funzioni amministrative. Nei mesi scorsi invece c’è stata una forte mobilitazione anche tra gli infermieri delle case di riposo, che denunciano una deriva simile a quella vissuta dall’ospedale pubblico.
L’aziendalizzazione del sistema sanitario, come dei servizi dell’intera società, a Parigi come a Londra, a New York come a Atene, è frutto degli ultimi quarant’anni di politiche neoliberiste. “There Is No Alternative”, il grido della Lady di ferro Margaret Thatcher, suona ancora più beffardo.

Del resto il carattere classista delle attuali politiche francesi a danno delle classi subalterne lo ritroviamo anche nella Riforma del lavoro (Loi Travail), incominciata pochi anni fa ma ancora in atto, che vorrebbe rendere più flessibile il mercato del lavoro, permettendo così alle imprese di licenziare con maggiore facilità i lavoratori. Si vorrebbero aggirare i contratti nazionali negoziando i contratti di lavoro a livello aziendale sostanzialmente per lasciare il lavoratore singolo, “spoglio”, privo di diritti e garanzie, ricattabile di fronte al datore di lavoro. Da questo punto di vista il passaggio in massa al telelavoro durante l’epidemia è stata una buona occasione; scontate saranno le difficoltà che si avranno in futuro per fare vertenze, scioperi, per organizzarsi collettivamente, ecc…
Sulla riforma delle pensioni “a punti”, invece, una frenata per politici e padroni che hanno revocato temporaneamente dal progetto di legge la misura più contestata dell’età pensionabile a 64 anni per uscire dal mondo del lavoro a tasso pieno. Questo grazie a delle straordinarie mobilitazioni di massa nel 2019 che, scrivendo un’importante pagina della lotta di classe europea, mettevano in atto, tra le altre forme di lotta, azioni di sabotaggio commesse dagli operai del sindacato Cgt alla rete elettrica di Lione e della regione della Gironda, e blocchi pressoché totali dei trasporti, dei porti, di centrali elettriche e nucleari, raffinerie, enti pubblici e privati di vario tipo, durati più di un mese.  Oltre alle mobilitazioni di scuole, università, sanità pubblica, tribunali, avvocature, pompieri e giornalisti. Personalmente, credo che sia evidente che non si può, né vogliamo, tornare indietro – fine del welfare state, fine dell’”ascensore sociale”, fine dell’illusione di “benessere” per tutti-, ma è pur vero che si possono  ancora creare condizioni di resistenza e difesa dei territori, nuove possibilità di autonomia per gli sfruttati, gli esclusi e i proletari. Oggi come oggi, snobbare quel che accade nella complessità della realtà, chiudersi nel nostro “microcosmo”, odiare indistintamente tutti e tutto, vuol dire solamente alimentare la tristezza e il ressentiment.

Dunque, l’attuale pandemia mondiale interviene e si abbatte sul suolo dell’Esagono dentro questa congiuntura -economica, politica, sociale-, acutizzatasi dalla “crisi” del 2008 in poi. L’avvento del COVID-19 sta accelerando ulteriormente il paradigma digitale, il corso del nuovo modo di produzione informatico e la ristrutturazione del Capitale e dello Stato. Per il resto, il cupo quadro autoritario, militarista, che si sta definendo è proprio quello descritto qualche anno fa nel documento Nato Urban Operation 2020.

Nello specifico, la società francese sta vivendo, come tutta la civiltà occidentale, una profonda trasformazione in atto. Ogni ambito di questa democrazia borghese, coi suoi Diritti, la sua Costituzione ed il suo parlamento, è lacerato. Assistiamo ad un concentrato di cambiamenti senza precedenti: da quello climatico a quello antropologico, dallo Stato d’eccezione (ormai permanente) alla digitalizzazione della vita. Lo Stato francese, paternalista e razzista, assistenzialistia e colonialista, continua ad usare, sempre più con estrema difficoltà, il bastone e la carota; da una parte il “regime di protezione sociale”, dall’altra il controllo e la repressione (con l’Operation Sentinelle 7000 militari di carriera e 3000 riservisti impegnati nel pattugliamento delle strade e nel presidio dei siti sensibili), magari, dietro il passamontagna della  BAC, a suon di manganello contro ogni forma di dissenso.
Se la tendenza degli ultimi anni era comunque quella di una generale pauperizzazione, adesso si aggiunge, soprattutto per una spaesata piccola borghesia, anche un clima di frustrazione (comunque gli attacchi indiscriminati di “terroristi” sulla popolazione continuano regolarmente), di scetticismo (in pochi hanno scaricato le varie app per il tracciamento per il Covi-19), quindi di rancore e di sfiducia verso le istituzioni.
Si vive in un’atmosfera tesa, intrisa di violenza, soprattutto nelle aree metropolitane. Un quotidiano atomizzato e fantasmagorico, frenetico e alienato, iper connesso e mercificato, compresso da un’ideologia produttivista e competitiva.

“Noi viviamo dentro una recinzione digitale globale”
(M. Christophe Castaner, Ministro dell’interno)

Se il controllo a distanza sui lavoratori è ottenuto con un flusso di dati, grazie all’informatica ed ai cavi che passano sotto i nostri piedi, allora possiamo scorgere da subito -in controluce- le mille catene che ci stanno progettando. <<Nostro progetto è di connettere tutti gli oggetti della casa>>, annunciava dieci anni fa la società robotica Violet. Il Grande Fratello in versione aggiornata, osserva, controlla, e disciplina da Parigi a Nizza fino ai centri piu’ periferici. “Nizza è la città più videosorvegliata di Francia con una telecamera ogni 273 abitanti, contro una ogni mille a Parigi. Si tratta di “telecamere intelligenti”: i loro software sono basati su algoritmi in grado di individuare i comportamenti anomali delle persone o delle auto che si spostano lungo le strade della città. Le immagini viaggiano su una rete sicura dedicata in fibra ottica e arrivano dentro una sala comandi di una war room. Quattordici maxi schermi, suddivisi a loro volta in altri schermi, indagano costantemente sul respiro della città”. È stato inoltre calcolato che in meno di dieci anni ci saranno quasi 100 bilioni [100 mila miliardi!]di ricettori che tesseranno l’ambiente umano e naturale per formare un “mondo intelligente”. Questa è la conurbazione pensata come territorio-impresa, questa è la metropoli totalitaria del futuro: hi tech e militarizzata, “intelligente” e attraversata da flussi e nevrosi. Il 5G, “questa tecnologia essenziale per la competitività del paese”, farà da infrastruttura concreta al nuovo modo di produzione informatico che va delineandosi. Ed infatti, seppur in ritardo rispetto ad altri paesi quali Gran Bretagna, Germania e Italia, e con varie voci discordanti e non poche antenne andate in fiamme in varie regioni, è cominciata l’asta per le frequenze tra i quattro operatori mobili francesi: Orange, Sfr, Bouygues Telecom e Iliad-Free. Tutto ciò sta materializzando l”utopia capitalista” e resta da capire come tutte queste nuove tecnologie informatiche influenzeranno la quotidianità di migliaia di lavoratori, di sindacalisti di base, di migranti, di militanti. O comunque quali interferenze si avranno sul cervello degli uomini e delle donne, quale impatto sulla natura avrà l’Internet delle cose, le smart city, il Big Data.

Abbiamo visto che, da qualche anno a questa parte, nel territorio francese viviamo -ad intermittenza- un effervescenza sociale; tra lotte, scioperi e manifestazioni con vere e proprie giornate di sollevazione generalizzata. In termini di durata, l’attuale contestazione, dicono, “ha già battuto tutti i record dal maggio 1968”; effettivamente le proteste hanno raggiunto luoghi e comuni sperduti dove neanche cinquant’anni fa era arrivato il malcontento. Ricordo, en passant, che nel 2018 c’è stata la nascita del movimento Gilet Gialli che, partito da una rivendicazione parziale, il “no” all’aumento della benzina annunciato dal Governo, ha subito convogliato diverse rivendicazioni ecologiche e di giustizia sociale. Un movimento sociale contraddittorio, comunque molto interessante, caratterizzato dal rifiuto di leader e da quello di strutturarsi in partito, dunque autorganizzato e con all’interno componenti che praticano (Assemblea delle Assemblee) democrazia diretta e parlano di comunitarismo libertario. Penso che, per estensione, diffusione e generalizzazione dello scontro, gli accadimenti sociali francesi degli ultimi anni, insieme alle rivolte di questa estate negli Stati Uniti, sono forse qualcosa di inaudito in epoca contemporanea per l’Occidente. Chiaro che questa polarizzazione della società sta portando ad un inasprimento dei rapporti di forza. Oltre le quotidiane retate, le brutali perquisizioni, che avvengono nelle periferie delle città, “il numero di persone uccise dalla polizia francese è più che raddoppiato negli ultimi cinque anni, arrivando ora a una media di 25-35 morti all’anno. Le vittime sono ancora principalmente minoranze etniche e classe operaia,” ha scritto sul Guardian il ricercatore Mathieu Rigouste. Per quel che riguarda le manifestazioni politiche ci sono stati moltissimi arresti, quattro morti e almeno 2500 feriti solo nel 2019, per non parlare delle decine di persone che hanno perso definitivamente occhi e arti per mano degli agenti di polizia grazie a delle armi quali: la LBD (flashball), che spara proiettili di gomma molto potenti, la granata stinger e, fino a pochi mesi fa, la granata GLI-F4, contenente 26g di TNT. La Francia è l’unico paese europeo a disporre di “granate non letali”.

“Dobbiamo ristabilire la fiducia!”
(Jean Casteux, primo ministro)

Ed è proprio su questa traballante organizzazione sociale, a cui manca sempre più consenso, che nasce la legge “Sécurité Globale,” proposta e pensata, secondo i legislatori di En Marche che l’hanno scritta, e nello specifico da uno sbirro in pensione, per affrontare le “nuove sfide per la sicurezza francese”. Più poteri alle polizie e a quelle di sicurezza privata, aumento dell’arsenale di sorveglianza di massa a disposizione dello Stato francese, tra droni e accesso preferenziale alle telecamere di sicurezza. In particolare, il numero 24 di questa legge punisce fino a un anno di reclusione e una multa massima di 45 mila euro per chi “diffonde con qualsiasi mezzo l’immagine del viso o di qualsiasi altro elemento identificativo di un ufficiale della polizia o della gendarmeria nazionale impegnato in un’operazione di polizia, con lo scopo di danneggiare la loro integrità fisica o psicologica.” La polizia potrà utilizzare inoltre le tecniche di riconoscimento facciale, inviando in tempo reale le immagini ai commissariati, per effettuare fermi preventivi o arresti in tempo reale. Ma, nonostante le restrizioni alle libertà per il lockdown, anche su questa articolazione repressiva i “casseur”, “la racaille”, e una moltitudine di gente stanca delle violenze dei “flics” (termine dispregiativo per indicare gli sbirri), sabato 29 Novembre, ha dato battaglia alle forze di polizia mettendo a ferro e fuoco il centro di Parigi; uno dei più lussuosi del mondo, tanto da ospitare il centro commerciale più grande d’Europa. Nella stessa giornata, quella delle “marce della libertà”, hanno partecipato 500mila persone in tutta la Francia (130mila per il ministero). Retromarcia precipitosa anche per questa legge controversa (vedremo quali articoli della stessa cambieranno) all’Eliseo (residenza ufficiale del Presidente della Repubblica Francese).

Sul fronte esterno, si è assistito ad un aumento degli interventi militari francesi, che negli ultimi cinquant’anni ne ha compiuti oltre cinquanta, contando solamente quelli “ufficiali”. “Per il 2020 i costi previsti per le operazioni hanno raggiunto 1,2 miliardi di euro di cui 100 milioni per operazioni all’interno del territorio nazionale.
Tuttavia tra i rinforzi inviati al Sahel (Op. Barkhane), la continuazione dell’impegno in Iraq (Chammal), la missione Lynx dell’esercito in Estonia, e la protezione dello spazio aereo delle Repubbliche Baltiche nell’ambito della NATO, l’intervento a Beirut (Operazione Amitié), la missione di sorveglianza nello Stretto di Hormuz (Agenor),la partecipazione – una tantum – all’operazione navale europea Irini, la presenza all’interno di UNIFIL (Op. Daman) e le operazioni interne Sentinel (controllo del territorio) e Resilience (per far fronte all’epidemia di Covid) è molto probabile che i fondi stanziati si rivelino insufficienti.” L’interventismo militare francese, soprattutto nella cosiddetta “Françafrique” ricca di uranio, oro e petrolio, viene giustificato “chiaramente” per  “continuare la lotta contro il terrorismo perché ciò che sta succedendo nel Sahel, l’insicurezza che al momento prevale nella regione, interessa tutti noi europei”, ci dice il ministro della Difesa francese, Florence Parly.
Chiaro che l’assoggettamento neo coloniale grazie al Franco CFA (moneta originariamente chiamata “Franco delle colonie francesi d’Africa”) non è mai finito, anzi. Ricordo, inoltre, che la Francia, che può contare 300 testate nucleari, oggi è il primo esportatore di armamenti dell’UE, e il secondo, dopo gli USA, nel mondo. Simone Weil, pensatrice e militante libertaria francese, in alcuni suoi scritti scorgeva delle analogie tra “l’antica Roma”, il nazionalismo francese e la Germania nazista, quindi i “legami” tra personaggi storici come Luigi XIV, Richelieu, Napoleone III e Cesare, Hitler, Stalin. La Weil inoltre pensava a questa società come ad un’immensa macchina che stritola nei suoi ingranaggi gli uomini e le donne, a prescindere dal nome che prende il suo apparato produttivo, amministrativo, militare. I suoi suggerimenti restano importanti, anche perché «i posteri […] non ascoltano mai i vinti».

“Il progresso fa portafogli di pelle umana”.
(Karl Kraus)

Prima di concludere questo caos di analisi, di informazioni, di impressioni fatte così, d’emblée, volevo condividere un frammento di memoria di classe proveniente da un’altra generazione in lotta con la sua epoca, una generazione ribelle volutamente avvolta nell’oblio…
Siamo in Italia all’inizio degli anni ‘80 del secolo passato, durante un’altra modificazione del modo di produzione che iniziava un processo verso una forma più “snella”, decentralizzandosi in piccoli nuclei produttivi. Grazie a questa ristrutturazione telematica si rese più forte la struttura del dominio di un Capitale in “crisi” (all’epoca alle prese con grossi investimenti in impianti fissi e con costi emergenti, pensiamo solamente a quello della manodopera nelle fabbriche, assolutamente rigido vista la capacità di organizzazione operaia nel confrontarsi col padronato). Ebbene, alcuni compagni considerarono importante, “per la caratterizzazione dello scenario dei conflitti di classe nel futuro”, lo studio del <<Comando Cibernetico>> e le possibili modalità di intervento contro il nuovo <<dominio nella società cibernetica>>, come si diceva all’epoca. “[…] si tratta di ridefinire il modo il ciclo e i rapporti di produzione, badando al tempo stesso a ridefinire l’uomo, il suo approccio alla realtà. Si tratterà questa volta – nella perenne illusione del Comando – di cancellare definitivamente l’idea della inevitabilità della critica e della rivolta sociale, della contraddizione di classe come elemento connaturato alla società dello sfruttamento”. Queste parole in una rivista del movimento antagonista dal titolo “ Informatica e Cultura, Verso una rivoluzione antropologica?”, nel lontano 1981. In una decina di anni (1987/1996), in Italia, vennero abbattuti circa ottocento tralicci dell’alta tensione, anche se di lì a poco il silenzio delle coscienze e quello delle pantofole prevalse sugli anni a venire.

Dunque, la scommessa in atto, è quella di sempre: individualmente e collettivamente come spezzare le nuove catene -invisibili ma reali- che ci attanagliano. Con una differenza sostanziale per i rivoluzionari del XXI secolo; non c’è nulla di questo nuovo modo di produzione informatico che si possa riappropriare, ma l’esigenza vitale di lottare e distruggere questa ‘recinzione digitale globale’ e le relazioni sociali che produce. Nell’urgenza di una corsa contro la Tecnica ed il Tempo, dobbiamo possedere nei nostri cuori una consapevolezza ancora più ardua rispetto al passato; solamente se faremo estinguere una volta per tutte l’Homo œconomicus, sostituendo la catastrofe capitalista e la società atomizzata con la rivoluzione sociale e le libere comunità degli individui, potremmo salvare quel che resta della natura, dell’umanità, della vita.

Simone Le Marteau,
Haute-Savoie, Decembre 2020