dal sito del kavarna

Il corpo inibito ai tempi del contagio

Allora fu riconosciuta la presenza della Morte rossa. E tutti i convitati caddero uno ad uno nelle sale dell’orgia bagnate da una rugiada sanguinosa ed ognuno morì nella disperata positura in cui era caduto soccombendo. E la vita dell’orologio d’ebano si spense con quella dell’ultimo di quei personaggi festanti. Le fiamme dei treppiedi spirarono. E le tenebre, la rovina e la Morte rossa distesero su tutte le cose il loro dominio sconfinato

Edgar Allan Poe, La maschera della Morte Rossa

Da una parte lo Stato, con i suoi militari nelle strade, i suoi controlli e la sua propaganda mediatica della reclusione. Dall’altra parte un’epidemia, che in questo mondo sta suggellando la morte come atroce normalità. In mezzo la libertà, tra sogno e utopia, che inebria solo i cuori a contatto con un pensiero senza misure. La morte ha sempre fatto parte di questa esistenza, come svariati virus sono sempre stati a contatto e trasmessi fra le persone. Dalle guerre, alla catastrofi provocate da questo sistema che fa del profitto l’unica ragione d’esistere, fino ad arrivare alle epidemie, conseguenza devastante dell’ordine del mondo. I richiami del Dominio sono tutti incentrati sull’unione. A braccetto, in questo momento di difficoltà storica, devono andare tutti. E l’unione fra oppressi e oppressori ha il sapore del totalitarismo. Tutti in casa, dove lo schermo rende la vita qualcosa che non ha più a che fare con le percezioni e il nostro corpo. Tutta l’alienazione sprigionata da un esistente che fa della tecnica la chiusura totale dell’immaginario, per darsi alla virtualità del reale. Da una parte le persone sembrano sottostare al diktat del potere. Dall’altra, le cifre versate dalle forze della repressione sembrano dire il contrario: impressionanti le denunce giornaliere fatte dai tutori dell’oppressione verso quegli individui che non hanno nessuna intenzione di starsene chiusi a chiave in casa. E qui dovremmo fare i conti con la consapevolezza. C’è chi trasgredisce l’ordine perché convinto che questo sia una delle strade più battute che potrebbe portare alla libertà. C’è chi invece lo fa per battere semplicemente la noia della auto-segregazione. O c’è chi proprio non ha intenzione di privarsi della possibilità di vedere i propri affetti. In mezzo alla pandemia, una retorica asfissiante ci dice che il problema ormai siamo noi. Più specificatamente il nostro corpo, un tutt’uno con il nostro cuore e il nostro pensiero.

Nulla è più caratteristico dell’incapacità umana nel comprendere ciò che ci sta intorno, ciò che viene fabbricato. Questo tratto annebbia e offusca la singolarità individuale. Essere concepiti come produttori di cose incide sulla nostra capacità di immaginare qualcosa che sia scarto assoluto con questo mondo. L’inconoscibile ci fa tremare le gambe. Ed in questi momenti di pandemia sociale che l’umanità assomiglia sempre più ad un ingranaggio della Mega-macchina. Se la scoperta del mondo viene mediata da uno schermo, allora questa scoperta assume le sembianze catastrofiche di un artificio. Se tutto ci viene dato, detto come verità incondizionata, la nostra dipendenza dall’esistente diviene affabile. Il Ministero della Verità attraverso uno schermo e i replicanti al mercato delle opinioni sono dappertutto. Quando i desideri si trasformano in bisogni, quando viene defenestrata la possibilità del perdersi nell’ignoto, ecco che l’umanità oltre ad essere ingranaggio si tramuta nella più fervente e feroce disumanità. L’angoscia diventa un prodotto, l’efficacia colonizza la mente e il corpo viene devastato perché ridotto a una funzione meccanica. Possiamo continuare a sopravvivere in presenza dello sterminio?

La repressione generale forma l’individuo e universalizza perfino i suoi tratti personali

Herbert Marcuse, Eros e civiltà

È da tanto tempo che il corpo viene visto come qualcosa da integrare, stravolgere e fortificare con protesi tecniche. Il corpo svuotato della sua unicità adesso si trova assediato dalla profonda medicalizzazione in atto e dalle sue conseguenze in cui l’incontro sta diventando vietato. Ormai gli individui vengono considerati tutti come possibili untori, possibili portatori della morte. E quando un corpo viene considerato solo un sostegno alla tecnicizzazione del mondo, quando esso deve sparire in favore di relazioni perpetuate attraverso degli schermi, allora quel corpo viene svuotato delle idee e le idee viaggiano in linea senza corpo. La questione che abbiamo davanti, che ci interroga, non dovremmo sentirla epocale per un’emergenza epidemica in atto che cade in un momento dove varie sacche di popolazione fanno dell’addomesticamento una virtù, ma per il solo fatto che una crisi dell’intero sistema dello sfruttamento non necessariamente ne definirà il crollo totale, ma molto più semplicemente tenterà una trasformazione della vita in senso ancora più securitario e liberticida. Il sistema ha sempre bisogno di una crisi per ridefinirsi più dominante. E se il prossimo passo fosse rafforzare la legislazione per fortificare la solitudine tecnica?

Per il crollo di una intera civiltà servono senza dubbio pensiero sovversivo, leggerezza del negativo e istinto di libertà. Tutto questo non è possibile se non doniamo il nostro corpo ad un desiderio scatenante di insurrezione. Il corpo è la pericolosità della sedizione. Sentire di non appartenere a questo mondo potrebbe dare sfogo all’impossibilità di integrarsi in esso, nel cogliere pienamente la capacità di negare la realtà, di prenderne le distanze. Se la tecnica e l’energia che la fa funzionare stanno aiutando la reclusione ad essere accettata come una pillola da ingoiare, allora sentire significa dar vita ad un’esperienza dell’inedito, nel dare corpo ad un’Idea disinibita e accattivante. Coglieremo l’occasione di essere imprevedibili? Se dopo la pandemia sarà la carestia ad accentuarsi ancora di più, in mezzo cosa potrà accadere? Riusciremo a bloccare il migliore dei mondi possibili senza contagiarci di paura?