da finimondo

Ad eccezione degli zeloti del progresso — beati e beoti nella loro percezione di un tempo storico che si autoriproduce automaticamente al ritmo di leggi immanenti, quindi imprenscindibili, portando l’umanità di trionfo in trionfo — nessuno dorme più tranquillo. Gli stessi apprendisti stregoni che compongono la comunità scientifica sono in subbuglio. C’è chi è preoccupato per il surriscaldamento globale e chi per l’estinzione della flora e della fauna, chi per l’avvelenamento dell’acqua e chi per l’inquinamento dell’aria, chi per la comparsa di nuove malattie resistenti ai farmaci e chi per la sofisticazione degli alimenti, chi per la penuria di petrolio e chi per il cretinismo generato dalle tecnologie digitali… e tutti quanti per l’ingresso nella stanza dei bottoni di cialtroneschi Ubu, intelligenti e sensibili come il cemento. Da qualsiasi punto la si guardi (politico, economico, sociale, ambientale), la situazione appare fuori controllo. Scongiurata la minaccia dell’utopia rivoluzionaria, il vecchio mondo sta crollando sotto la sicurezza del realismo riformista. Il privilegio è salvo, la sopravvivenza biologica no. Con la sua ossessione di soggiogare, dominare e saccheggiare ogni terra, ogni acqua, ogni aria, ogni flora e ogni fauna — il potere della ricchezza, la ricchezza del potere — l’essere umano ha dato il via alla sesta ed ultima estinzione di massa. Ultima, perché questa volta non sarà causata da un evento esterno che si abbatterà sul pianeta, ma sarà provocata direttamente dall’attuale organizzazione sociale. Ad esempio l’attività industriale, diretta a produrre merci tanto confortevoli quanto superflue, fa scomparire una specie animale o vegetale ogni venti minuti, contaminando ogni cosa. Lo Sviluppo, feticcio moderno, si configura sempre più palesemente come un vero sterminio della biodiversità. Ma davanti a questa brutale realtà che ormai nessun esperto osa negare, solo in pochi ricordano — non come futile balocco accademico, ma in quanto necessaria lanterna da viaggio — il monito lanciato alla vigilia della seconda guerra mondiale da un intellettuale: «che tutto continui così è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato». La catastrofe non ci aspetta dietro l’angolo, ci precede e ci accompagna quotidianamente.  La catastrofe non è il rischio della prossima guerra, con gli esodi che provocherà: la catastrofe sono gli eserciti che si addestrano, le industrie belliche che producono. La catastrofe non è la possibile fusione di un reattore atomico: la catastrofe è un sistema sociale talmente energivoro da esigere il ricorso al nucleare. La catastrofe non è il buco dell’ozono provocato da un industrialismo mai sazio: la catastrofe è la voragine scavata nell’intelligenza, nella coscienza e nella sensibilità dall’apologia del lavoro e dal culto dell’economia. La catastrofe non è l’abuso di potere: la catastrofe è l’esercizio del potere. Non è ciò che potrebbe accadere, è ciò che accade tutti i giorni sotto i nostri occhi. Perché non reagiamo davanti a tutto questo? In parte perché l’illusionismo estetico della democrazia consiste nell’occultamento della sua catastrofe permanente sotto le belle coltri del consenso. La socialdemocrazia è una neutralizzazione dei conflitti. Come è stato fatto notare oltre un secolo fa, «tutti devono avere diritto alla parola, chiunque se la deve passare bene: la “sana” maggioranza parla, i più nobili imbecilli tengono discorsi e, soprattutto, ogni cosa procede piana e liscia — con bei passaggi — con l’aggiunta di piccole lotte economiche e di una graziosa dinamica. Visto da vicino, tutto si compie in modo catastrofico, ma inoffensivo all’interno della catastrofe, oppure per imitazione. Queste stesse catastrofi sono estremamente graduate, perdono dunque efficacia e rivelano una noia penosa. Le catastrofi: come sono razionali!». Talmente razionali da suscitare nella loro graziosa dinamica al massimo la manfrina dell’indignazione e della civile protesta: «il segreto di tutte le lotte attuali è che esse portano immancabilmente il confronto — il compromesso democratico — in cui ambedue le idee (l’essenziale) vengono sempre vergognosamente offese di comune accordo; in cui l’Umano e ciò che muove l’uomo è appiattito e deformato. Ecco in definitiva il senso del parlamentarismo». C’è poi un’altra ragione per cui si rimane inerti davanti alla catastrofe. La diffusa analogia fra la nostra civiltà e il Titanic di quella notte fra il 14 ed il 15 aprile 1912 non nasce soltanto dalla corrispondenza fra la società tecno-scientifica odierna e quel capolavoro ed orgoglio della tecnologica navale dell’epoca, inabissatosi dopo l’urto contro un blocco di ghiaccio. È anche frutto di una segreta e comoda speranza circa l’esito finale: in fondo, circa un terzo delle persone che si trovavano a bordo della celebre nave sopravvisse (vero è che nel 1912 venne lanciato l’S.O.S e giunsero sul posto altre imbarcazioni a prestare soccorso, mentre oggi… oggi non arriverebbe nessuno). Ma se dessimo per scontato che la metafora è adatta — ebbene sì, siamo a bordo del Titanic che sta imbarcando acqua — allora cosa ne dovremmo dedurre? Che il nostro destino è già segnato e qualsiasi decisione si prenda su cosa fare nel tempo che ci resta è del tutto irrilevante. Davanti all’inevitabile catastrofe, una reazione vale l’altra. Di fatto non ci sarebbero differenze sostanziali fra l’andare in cerca del comandante per rompergli le ossa, stordire l’angoscia della morte attraverso distrazioni e divertimenti, oppure chiudersi in cabina soli o assieme a chi si ama. Se tutto è vano, se non sono più rimaste possibilità da giocarsi oltre a salire con calma sulle scialuppe di salvataggio — la scelta fra barricata insurrezionale, salotto edonista ed orto monacale diventa frutto di una sfumatura caratteriale, una questione di attitudine personale.  «Come si fa a non arrabbiarsi, con quello che sta per accadere?», domanda il ribelle. «Come si fa a non volersi divertire a più non posso, con quello che sta per accadere?», domanda il gaudente. «Come si fa ad agitarsi tanto, con quello che sta per accadere?», domanda l’eremita. Non si tratta forse di domande più che sensate, tutte quante, nessuna esclusa? E non è forse vero che le risposte si escludono a vicenda? Ecco come l’indifferenza possa dilagare persino dopo la percezione della catastrofe, come accadde a quei passeggeri del celebre transatlantico che usarono i pezzi di ghiaccio scaraventati dentro il salone per raffreddare i loro drink.

Ma se invece consideriamo un’altra metafora che viene spesso usata per descrivere la situazione attuale, quella del treno lanciato a tutta velocità verso il baratro, le cose cambiano. Perché è solo quando precipiteremo nel vuoto che sapremo con certezza che è davvero finita. Altrimenti, e fin quasi all’ultimo istante, resta sempre una possibilità: tirare il freno d’emergenza. La brusca frenata farebbe sobbalzare i viaggiatori distogliendoli dal loro chiacchiericcio, dai loro affari, dal loro torpore post-digestivo? Sì, e allora? I loro bagagli volerebbero a terra, subendo danni più o meno gravi? Sì, e allora? Una serie di frenate irriterebbe chiunque a bordo desideri arrivare, senza scossoni e il prima possibile, a destinazione? Sì, e allora? Alla folle velocità con cui si sta correndo, con una frenata troppo improvvisa si rischierebbe un deragliamento che potrebbe avere conseguenze micidiali? Sì, e allora? L’alternativa è comunque certa ed è assai peggiore: il baratro, che inghiottirà tutto e tutti indistintamente. Ecco perché i politici di tutte le risme ed i passeggeri di tutte le ansie possono anche fare a meno di ribadire le loro rispettive ragioni affinché tutto continui come prima. Conosciamo a memoria l’indignazione del Partito delle Persone Dabbene contro chi cerca di rallentare la corsa del treno. Il furore del Primo Sbirro d’Italia contro i sabotatori «che hanno rovinato una giornata di lavoro a decine di migliaia di italiani» ricorda quello dei Lord inglesi di fronte a quello che viene considerato il primo sciopero generale della storia, nell’estate del 1842 in Inghilterra. Ma come ammette persino qualche storico, «a partire dall’invenzione dello sciopero generale nel 1842, il blocco dei rifornimenti energetici si è più volte rivelato una forza dei deboli, un’arma del movimento sociale ed una festa emancipatrice». Quanto sono patetici tutti i piccoli servitori volontari «liberi di obbedire» che non si oppongono — anzi, collaborano attivamente! — alla grande catastrofe quotidiana, quando si lamentano del fastidio arrecato all’industria (del tempo forzato come del tempo libero) da un piccolo blocco temporaneo dell’alienazione. Patetici come i fini strateghi dell’altro-Progresso-per-un-altro-Stato, i quali, bramosi di arrivare in testa al treno per prendere possesso del quadro di controllo, vorrebbero prima convincere gran parte dei passeggeri a schierarsi dalla «propria» parte, dimostrando loro oggettivamente la necessità di invertire il senso di marcia. È una osservazione priva di senso. La cabina dei comandi è blindata, non si apre «come una scatoletta di tonno», e ad ogni modo non c’è più tempo per impadronirsi del treno: si può solo farlo fermare.  Il freno di emergenza è in tutti gli scompartimenti, basta tirarlo. Con intelligenza, con attenzione, con determinazione. Con una forza autonoma, univoca, intransigente. Che la grande catastrofe sorda e invisibile della quotidianità venga infine disvelata e fermata da una piccola catastrofe volontaria dotata di una evidenza incalzante.