NOTE A PARTIRE DALL’OPERAZIONE SCINTILLA

Dopo mesi concitati, nel tentativo di dare una degna risposta allo sgombero dell’Asilo e all’arresto di sei compagni e compagne, nel tentativo di mantenere viva la voglia di lottare in questa città, ci prendiamo ora il tempo di fare alcuni ragionamenti su questo teorema inquisitorio partorito dalla Questura, fatto proprio dalla Procura e avvallato da una GIP. Un teorema che per il momento non ha retto il primo impatto con il Tribunale del Riesame, dopo tre mesi sono infatti usciti dal carcere cinque compagni, ma che costringe ancora Silvia tra quelle mura e in condizioni di detenzione particolarmente afflittive.

A indagini ancora aperte vale la pena spendere sopra queste carte qualche parola, tra le altre cose perché contiene alcune indicazioni che sono il segno dei tempi su come costringere certi anarchici al silenzio, seppur non del tutto nuove. Già quindici anni fa infatti si poteva leggere in un libretto, dal titolo ‘L’anarchismo al bando’, di come le strategie repressive mirassero a “togliere agli anarchici ogni possibilità di agire in gruppi di più persone articolando anche alla luce del sole il loro intervento, proprio in quanto finalizzato all’insurrezione generalizzata”.

Questo lavoro di analisi uscirà a puntate, una alla settimana, che si concentreranno su alcune specificità dell’operazione Scintilla e della lotta contro i Centri di detenzione per immigrati. A scriverle sono alcuni compagni, alcuni imputati e indagati in quest’inchiesta, altri no, che nel corso degli anni si sono battuti contro la detenzione amministrativa.

Segugi e alchimisti

A voler sviscerare nel dettaglio le strategie repressive della controparte, capire cosa pensa ed entro quali confini tenta sempre più di rinchiuderci, non possiamo esimerci dall’intraprendere una prima disamina del modo in cui queste strategie vengono poste in atto. Addentriamoci dunque nel tunnel della tecnica repressiva e degli strumenti più o meno raffinati che porta con sé, dando un primo sguardo ai sessantasei gigabyte di faldoni che hanno accompagnato l’ordinanza di custodia cautelare.

A chi si è trovato a spulciare questa mole di dati è saltata subito all’occhio una prassi oramai consolidata da parte delle forze di polizia e già vista in altre vicende processuali: raccogliere migliaia e migliaia di pagine di intercettazioni. Si parla di almeno quattro anni di intercettazioni, principalmente effettuate sulle utenze telefoniche di singole compagne e compagni, sul telefono delle espulsioni, oltre a quelle ambientali dell’occupazione di c.so Giulio Cesare. Un orecchio indiscreto è stato poi introdotto nell’abitazione privata di una ragazza in cui, secondo la Digos, avrebbe vissuto per un periodo uno dei compagni imputati, cosa che invece non è mai successa, mostrando quindi quanto basti una semplice supposizione per autorizzare a ficcare il naso negli affari di persone non solo non indagate ma anche non così centrali nelle reti di relazioni e rapporti dei compagni e delle compagne imputate. Per l’occasione è stato persino scomodato un fabbro da Roma per scassinare e fare le copie delle chiavi dell’appartamento, senza contare che le microspie (per non sbagliare) sono state lasciate in casa pronte ad essere attivate all’occorrenza, anche se la Digos aveva espressamente richiesto all’epoca di stoppare l’intercettazione perché non era stato rilevato materiale utile in senso probatorio. Risultano infine registrati anche i colloqui nel C.P.R. tra un recluso e una compagna.

Sappiamo già come le indagini per reati associativi o con finalità di terrorismo servano anche a garantire un monitoraggio costante su gruppi di compagni e su tutto ciò che gli ruota attorno. Ma in questo caso spicca con particolare evidenza come il mezzo, per il semplice fatto di essere utilizzato, contribuisca alla costruzione di ciò che dovrebbe soltanto monitorare. Non è un caso quindi che le intercettazioni vengano usate non solo per tentar di scoprire la paternità di azioni notturne o anonime, ma sopratutto per ricostruire reti di relazioni, iniziative ed episodi che nessuno ha mai avuto particolare interesse a nascondere. “I servizi tecnici hanno consentito di riscontare…”, ricorre costantemente nelle pagine degli inquirenti in relazione alla paternità di opuscoli e articoli discussi nelle più svariate situazioni pubbliche, a partire dal noto I Cieli Bruciano. Origliare le conversazioni per scoprire chi amministrava la pagina Facebook No Cie, chi scriveva sul blog Macerie, chi comprava i fuochi artificiali per i saluti e le iniziative, ammantando di un’aurea di clandestinità tutta quella parte di lotta allargata e condivisa tra tante persone ostili alla macchina delle espulsioni. Come se dicessero “erano un’associazione sovversiva perché abbiamo dovuto spiarli per scoprirlo”.

C’è da dire che la raccolta smodata di informazioni, di svariati tipi e formati digitali (testi, audio, video, foto) permea l’intera attività di indagine e fa emergere più di una questione. Toccherà porsi ad esempio il problema di come gli agenti della digos riescano oramai ad infilarsi ovunque, fin dentro le aule universitarie durante le conferenze anti-gentrification di qualche professore, per contare le presenze e le assenze delle compagini militanti cittadine. Nel caso di quest’inchiesta i faldoni pullulano di segnalazioni sulle più minime iniziative, non solo su CPR e immigrazione, per individuare chi partecipava agli attacchinaggi o chi lanciava i cori durante presidi e cortei. Una mole di dati da cui pescare a piacimento per corroborare un’organigramma della supposta associazione sovversiva tramite fantasiose suddivisioni di ruoli, presenze e carisma dei vari appartenenti.

Lo stesso meccanismo, in un certo qual modo, lo ritroviamo anche nelle comparazioni antropometriche legate ai tentativi di incendio dei Postamat attribuiti a due delle compagne indagate. Tutto verte sul delineare alcune caratteristiche fisiche generali, entro le quali iscrivere gli “elementi altamente caratterizzanti” che nel nostro caso sarebbero il modo in cui una compagna appoggia il piede destro nella camminata, e la maniera in cui l’altra si sistema i capelli e muove il braccio mentre deambula. Le caratteristiche generali riguardano invece la stazza fisica, riportabile a tre macrocategorie: ectomorfa, mesomorfa ed endomorfa. Ad esempio una compagna corrispondente alla seconda categoria avrebbe un “corpo atletico, forte, con spalle più strette rispetto alla parte bassa del corpo (forma a triangolo)”. Una descrizione a dir poco generica e vaga, considerando anche che la stima sull’altezza oscilla in un range di 5/8 centimetri. Non è un caso che nella comparazione dei due attacchi ai Postamat di via Ternengo e via Montebello, il perito della Procura abbia inizialmente espresso un giudizio di parziale compatibilità tra le due persone travisate, salvo poi ricredersi e individuare due compagne diverse. Come e quando sono quindi emersi questi elementi altamente caratterizzanti che hanno portato la polizia ad arrestare le due compagne?  Nel primo caso, quello della camminata e dell’appoggio del piede destro, il paragone è stato fatto a partire dalle riprese di quella notte, altamente pixelate, dove nel soggetto travisato a stento si capisce dove finisce il pantalone e inizia il piede. Nel secondo caso vien da pensare che a forza di accumulare video su video di qualsiasi iniziativa o dei più svariati momenti nella quotidianità di una persona, è facile che alla fine si riesca a trovare almeno una manciata di frame in cui qualcuno si sistemi i capelli in maniera simile. Anche qui sembra che il mezzo stesso vada a determinare, a priori, il risultato cercato.

Dalla quantità di video prodotti in merito agli episodi notturni di cui abbiamo parlato, abbiamo poi l’ennesima conferma del futuro distopico che ci attende nelle metropoli, e non solo. Un futuro che è già presente: le città sono piene zeppe di occhi silenziosi e acuminati, che monitorano i grandi istituti come le Poste o i consolati così come le piccole attività, quali negozietti e farmacie. La rete capillare di telecamere pubbliche e private permette di seguire una persona per diverse decine di minuti cercando di cogliere il momento in cui, anche molto lontano dal luogo del misfatto, qualcuno può scoprire il volto o salire su un auto così da poterne scoprire l’identità. Nell’inchiesta Scintilla non sono servite a molto, ma dall’analisi dei filmati si capisce quanto questi occhi, anche quando sono nascosti dentro involucri di modeste dimensioni quasi a sembrare dei giocattolini, in realtà ci vedono lungo e ad ampio raggio, fino a raggiungere incroci e marciapiedi opposti.

Continuando questo cammino attraverso gli strumenti del nemico arriviamo a un’altra tecnologia, che sebbene non abbia fornito importanti elementi indiziari nell’inchiesta Scintilla è stata usata in modo creativo: il real-time positioning, un servizio di rilevamento e segnalazione in tempo reale della posizione esatta dei dispositivi abbinati ad utenze telefoniche. In questo caso il servizio è stato richiesto anche per rilevare l’avvicinamento o la presenza di determinate utenze e di ogni altro dispositivo a certi luoghi ritenuti sensibili quali: Asilo Occupato (con tanto di differenza tra perimetro e cortile interno), C.P.R., Rifugio autogestito Chez Jesus e la residenza di un compagno indagato. Sarà per questo, tra le altre cose, che spesso e volentieri quando dei solidali si recavano sotto le mura del lager di corso Brunelleschi per salutare i reclusi senza averlo annunciato, trovavano la digos ad aspettarli? Non è dato saperlo, ma nel dubbio… anche per un saluto può essere meglio lasciare il telefono a casa.

Dulcis in fundo non manca l’ormai arcinota analisi biomolecolare, o per noi profani test del DNA. Gli inquirenti avrebbero trovato tracce biologiche e impronte digitali in alcuni plichi esplosivi, come quelli diretti alla ditte Morello, Manital Idea, Igeam e Cerma, nonché sugli ordigni attribuiti alle nostre due compagne inquisite. Nessun confronto ha tuttavia dato riscontro positivo con gli attuali indagati.

Un’ultima nota di colore: a un primo e sommario conto, solo di bollette pagate alla Tim per trasmettere i  dati delle intercettazioni ambientali e video e per le varie perizie, si raggiunge la cifra di 181.000 euro. Una cifra considerevole, tanto più se si pensa alle altre spese sostenute dagli inquirenti durante l’inchiesta che la renderanno senz’altro ben più cospicua. Nulla in confronto, in ogni caso, rispetto al milione di euro abbondante che, sempre stando alle carte, si è speso dal 2015 al 2017 nelle ristrutturazioni straordinarie del CPR di corso Brunelleschi distrutto dalle rivolte.

fonte: autistici.org/macerie

Nelle strade, oltre le mura 

L’operazione giudiziaria del 7 febbraio si è articolata su due piani. Da un lato l’arresto di sei compagni nell’ambito dell’operazione Scintilla, dall’altro lo sgombero dell’Asilo.

Binari che non sono scorsi in parallelo. A livello mediatico, in buona parte, lo sgombero è stato giustificato dalle autorità cittadine, sindaca Appendino in testa, perché l’Asilo era un covo di sovversivi, nel tentativo di provare a far terra bruciata attorno ai compagni arrestati e a tutti quelli che frequentavano via Alessandria 12. A livello politico intrecciare i due piani è certamente stato d’aiuto nel giustificare un dispositivo militare mai visto per lo sgombero di un’occupazione: sia come numero di uomini e mezzi impiegati – parliamo di un centinaio di camionette al giorno che si sono turnate per i primi venti giorni, per poi continuare con numeri inferiori, ma comunque notevoli, per un altro mese abbondante-; sia per le modalità – il quartiere di Aurora ha subito una vera e propria occupazione militare, con strade chiuse e check point che per diverse settimane hanno stravolto la vita di tanti abitanti del quartiere, costringendoli a farsi identificare ogni volta che entravano e uscivano di casa-.

Di questo sgombero e dell’Asilo si è molto parlato nei giorni e nelle settimane successive. Ne hanno parlato in tanti, dai vertici cittadini dell’Amministrazione e della Questura ai pennivendoli della carta stampata e delle televisioni, dagli abitanti ai commercianti di Aurora. Fino ad arrivare a professori e studenti dell’Università e ai tanti solidali con cui abbiamo condiviso cortei, iniziative, assemblee e chiacchierate che con ritmo praticamente quotidiano si sono succeduti a partire dal 9 febbraio.

Un’attenzione e soprattutto una solidarietà fuori dall’ordinario, specie in un periodo “di bassa” come questo, lungo le sponde della Dora e del Po come altrove. Extra-ordinarietà attribuibile in parte alla storia dell’Asilo, un’occupazione “storica” che durava ormai da più di 25 anni, ma che ha le sue origini lontano dall’edificio di via Alessandria 12. Condizioni di vita e di lavoro che tendono a farsi sempre più gravose per tanti; una panoplia di misure legislative particolarmente afflittive nei confronti di chi lotta o di chi cerca soltanto un modo per tirare a campare, cui si accompagna un linguaggio sempre più esplicitamente di guerra contro questi ultimi; la creazione continua di misure ad hoc anche  di fuori del campo strettamente penale, una presenza sempre più massiccia e invasiva delle forze dell’ordine nelle strade. Sono alcuni degli elementi che danno un’idea dell’aria che tira, un’aria sempre più soffocante e che non sembra destinata a diradarsi. Aria che alimenta, mescolandoli tra loro, sentimenti diversi come la frustrazione, il senso di impotenza, il rancore tra poveri e la rabbia verso chi ci governa e sfrutta. Per sciogliere o perlomeno allentare questo intreccio di sentimenti e cercar di volgere lo sguardo all’insù quando si pensa alla causa dei nostri mali, occorrono delle occasioni. L’operazione poliziesco giudiziaria del 7 febbraio è stata vissuta da molti come l’occasione che mancava e ha scoperchiato una pentola in ebollizione ormai da tempo. Un coperchio fatto saltare a forza. Con la forza che si ha avuto il coraggio di mettere in strada sin da quella sera, e che si è poi moltiplicata durante il corteo del sabato successivo. A risvegliare energie, attenzione e voglia di discutere, anche in ambienti intorpiditi come quello degli universitari, sono state le pietre sulla polizia.

Un fatto che dice molto su queste giornate torinesi, come sui tempi che viviamo e su quelli che verranno. Tempi in cui anche solo discutere, nel senso migliore del termine, richiederà la disponibilità e la capacità di fare i conti con la violenza statale. E, ultime in ordine di tempo, le misure previste nel nuovo pacchetto sicurezza, il Salvini bis, sono lì a confermarcelo.

Nel constatare come i fatti del 7 febbraio abbiano risvegliato molte energie e attenzione in città, non possiamo non sottolineare come sia mancato quel pezzo di città con cui nel corso degli anni abbiamo discusso e ci siamo organizzati per lottare contro gli sfratti e occupare palazzine come quella di corso Giulio Cesare, contrastare le retate e la macchina delle espulsioni. Una mancanza legata certamente all’impasse in cui da tempo si trovano alcuni percorsi di lotta, che allenta le relazioni, rende più difficile il ragionare e discutere su eventuali proposte e fa anche sbiadire il ricordo della funzione che l’Asilo ha avuto come luogo di incontro ed organizzazione, non solo per i compagnia ma anche per un buon numero di uomini e donne che vivono nelle strade di Torino nord.

Dopo che ne hanno parlato in molti, dell’Asilo proveremo ora a parlarne brevemente noi, alcuni tra i tanti compagni che l’hanno vissuto e utilizzato per organizzarvisi.

Nel farlo ci sembra il caso di sottolineare come negli ultimi nove anni quasi nessun testo sia uscito a firma Asilo Occupato (a braccio ne ricordiamo solo uno nel lontano 2011), e non si tratta certo di un caso. Tra le mura di via Alessandria 12 non si incontrava infatti un collettivo con la “C” maiuscola, ma dei compagni e delle compagne che hanno vissuto quel luogo, oltre che come spazio abitativo e sociale, soprattutto come uno spazio in cui organizzarsi per lottare senza però doversi presentare al mondo attraverso la propria identità, quanto piuttosto far parlare le azioni e le proposte di intervento. Compagni e compagne che sono cambiati nel corso degli anni, per i tanti casi della vita e per le tante operazioni repressive precedenti all’operazione Scintilla – ben oltre cento sono le misure cautelari tra carcere, arresti domiciliari, obblighi e divieti di dimora e firme, oltre a diverse Sorveglianze Speciali, che hanno raggiunto chi si organizzava in quel di via Alessandria 12, solo negli ultimi sei anni -.

Non uno spazio liberato, quindi – che la retorica sulla bella vita e sull’occupazione, come luogo per sperimentare nuove forme di socialità e relazioni non ci ha mai interessato -, ma uno spazio in cui discutere e ragionare su come portare avanti delle lotte nelle strade del quartiere e della città. Lotte contro gli sfratti, la militarizzazione, le retate, il carcere e i Cpr. Lotte per ricacciare indietro quella normalità statale di cui parlavamo sopra e che si traduce in un controllo sempre maggiore, in condizioni di sfruttamento e di vita sempre più dure, nell’atomizzazione sociale e nella guerra tra poveri. Far emergere una forza in grado di interrompere questa normalità è ciò che accomuna gli sforzi dei compagni che si incontravano nei locali dell’Asilo.

Una rottura della normalità che, in piccolo, abbiamo avuto modo di intravedere quando, insieme a tanti sfrattandi e solidali, abbiamo chiuso per diverse ore interi isolati del quartiere con barricate di cassonetti per resistere a degli sfratti, impedendo a ufficiali giudiziari e polizia di entrarvi. Se proprio si volesse usare l’immagine di uno spazio liberato, sicuramente ci sembrerebbe più opportuna questa, quella di intere strade strappate con la forza di una lotta per mandare in panne la macchina degli sfratti e imparare a ricacciare indietro la paura e il senso di impotenza.

Di queste lotte troviamo traccia anche nelle carte dell’operazione Scintilla, riprese anche da Questore e Sindaco, in cui si descriveva questo tentar di ricacciare indietro la normalità dello Stato come un tentativo di controllo del territorio. Un’ipotesi che, oltre a proporre un’immagine del radicamento dei conflitti purtroppo maggiore di quella che c’è realmente stata, non rispecchia in alcun modo le riflessioni che ci hanno mosso. Piuttosto che costruire una struttura, con alla testa un manipolo di militanti, che cresca e si rafforzi in città strappando terreno allo Stato e imponendo una sorta di contropotere, i nostri sforzi erano, e continuano ad essere, diretti a costruire dei momenti organizzativi con altri uomini e donne su problemi specifici, in cui il ruolo e l’importanza dei compagni tenda a venir meno col crescere delle capacità di autorganizzazione reali di chi lotta. L’importanza che i compagni rivestono e che è loro attribuita in una lotta, non è certo un obiettivo da perseguire quanto una criticità, in alcuni momenti difficilmente evitabile, che si dovrebbe sempre aver la tensione di sciogliere. Tanto più che oltre a una proposta di organizzarsi assieme per affrontare determinati problemi, la proposta che sempre abbiamo provato a suggerire è quella di provare ad organizzarsi autonomamente, con amici, familiari e conoscenti, nell’ottica di una sempre maggior diffusione delle iniziative di resistenza.

Scrivevamo sopra di come lo sgombero dell’Asilo sia stato definito dalle autorità cittadine necessario, alla luce dell’associazione sovversiva che gravava su alcuni dei compagni che lo frequentavano. Vedendo come l’impianto accusatorio non abbia retto neanche il primo vaglio del Tribunale del Riesame di Torino, non certo noto per il suo garantismo, potrebbe venir la tentazione di chieder conto di quelle immediate dichiarazioni.

Una volta tanto ci sentiamo invece di convenire con la sindaca pentastellata, lo sgombero dell’Asilo era realmente una priorità per chi governa questa città. Ormai più di un anno fa, quando si facevano via via più consistenti le voci di un possibile sgombero, avevamo scritto che lo sgombero dell’Asilo sarebbe stato un pezzo dello scontro di classe che quotidianamente si manifesta per le strade della città. Ci sentiamo di ribadirlo precisando che al suo interno, come detto, in tanti si sono incontrati animati dal desiderio di sovvertire quest’ordine sociale che si fonda su un’ingiustizia sempre più manifesta.

Ci eravamo ripromessi di parlare un po’ dell’Asilo, e nel tentare di farlo non abbiamo parlato granché della vita all’interno dello stabile di via Alessandria 12. Senza voler trascurare i tanti bellissimi momenti trascorsi al suo interno, non si tratta certo di un caso.

fonte: autistici.org/macerie

Gli strumenti di lotta al vaglio

Si dirà forse una sacra banalità al cospetto dell’occhio avvezzo alle dinamiche repressive: le carte tribunalizie che reggono l’operazione Scintilla si basano su tesi che dicono tanto sulla visione del mondo degli inquirenti, nulla di decifrabile invece delle tensioni individuali, dei ragionameni discussi e degli strumenti utilizzati da tanti compagni e compagne che negli anni hanno ruotato intorno all’Asilo occupato.
Si correrà allora qui il rischio dell’ovvietà, valutandolo poco in confronto ad alcune considerazioni e pratiche che nelle lotte si sono impreziosite e che, arcane a qualunque sbirro di divisa o di toga, possano essere carpite solo da coloro i quali desiderano vedere distrutti gli assetti sociali che stanno alla base dell’oppressione.


Come scritto in precedenza, l’argomentazione accusatoria che dovrebbe reggere la tesi dell’associazione sovversiva (Articolo 270 Codice penale ottobre 1930) è basata sul monitoraggio della lotta contro i Cpr (furono Cie) dal 2015, ammettendo che la detenzione amministrativa è un dispositivo strategico dell’ordine democratico dello Stato, e che di conseguenza lottare contro questa significa sovvertire sostanzialmente una delle colonne che reggono la baracca. Parole di carta che nel loro essere esplicite, pane al pane e vino al vino, smontano senza rima le orpellose teorie sull’essenza della democrazia postulate dai cavalieri della costituzione italiana e dagli accademici internazionali della simbiosi sociale. E sebbene questo intercettare telefonate e chiacchiere da caffè da parte di solerti poliziotti politici avesse lo scopo principale di catturare quanto più possibile riguardo ai Cpr, giocoforza al vaglio delle indagini è passata una mole gigante di conversazioni, a volte amicali, a volte più strutturate, sul funzionamento della politica, sugli aneliti di rivolta, su teorie e analisi patrimonio del pensiero rivoluzionario degli ultimi due secoli, quest’ultimo interpretato (o per meglio dire, presentato) dai fini inquirenti come interamente farina del sacco di alcuni compagni, e non come un’eredità, certo vivificata nelle vite di tanti e tante, ma di certo non un’invenzione di sana pianta.
Ci sarebbe da ringraziarli del complimento, ma ci si limita qui alla constatazione di una mistura di ignoranza abissale e strategia per portare tutti in galera. Nei vari taglia e cuci di conversazioni riportate nel faldone, infatti, alcune sono discussioni che sfiorano la teoria astratta, altre invece sono parole di compagni sottolineate per attribuire all’uno o all’altro gli strumenti della presunta associazione. Tra i principali vi sono Macerie – e storie di Torino -, Macerie su Macerie, i social, “il telefono delle espulsioni”.

Il blog è particolare oggetto di attenzione con una ridicola genealogia del dominio “autistici”, con la ricerca pedante degli autori degli articoli, con collegamenti automatici tra notizie pubblicate e attribuzione dei fatti in queste riportate; la trasmissione di Radio Blackout raccontata come mezzo oscuro di finalità di propaganda del gruppo, i social con i presunti possessori delle credenziali di accesso, e poi ancora il telefono per mantenersi in contatto con i detenuti del Cpr, con i suoi vari gigabyte di chiamate in cui da entrambi i capi dell’apparecchio emerge l’odio per quella schifosa prigione e per le condizioni becere al suo interno, poste dagli agenti come questioni che non è lecito emergano alla luce del sole.
Se si guarda questo imponente gigante investigativo emerge come gli strumenti presentati come i mezzi dell’associazione sovversiva legati a doppia mandata all’inimicizia verso la detenzione amministrativa non sono che il minimo indispensabile di cui è necessario dotarsi per chi vuole confliggere contro questo mondo, al di là di qualunque lotta specifica. Infatti a parte il telefono per sentire i ragazzi reclusi, mezzo peculiare per avere un contatto con l’interno di una prigione come quella, per accertarsi delle loro condizioni, dei sopprusi ordinari ed eccezionali che sono costretti a subire, ma soprattutto per venire a conoscenza delle esplosioni di rabbia, delle resistenze, delle tante rivolte, la descrizione degli altri strumenti si dipana su un piano dell’inamissibilità: non è possibile che nell’attuale società gruppi sparuti o numerosi di individui si organizzino al di fuori delle tante forme associative consentite e pubblicizzate dal capitalismo autogestionario, si diano gli strumenti per farlo e – signore e signori – raccontino della loro voglia di dare il giro a questo mondo!
Questo piano discorsivo di messa al bando non stupisce e, lasciando da parte la narrazione petulante sull’anarchismo, si deve constatare che la visione e l’immaginario neoliberale si è fatta negli ultimi anni sempre più massiccia e sentita. Il leitmotiv che questo mondo presenti tutte le possibilità per esprimersi, che basti l’idea giusta, magari finanziata da qualche fondazione o da proporre a qualche bando pubblico, è uno storytelling pervasivo e che mostra la sua forma più costrittiva quando i modelli di lotta conflittuali vi si oppongono. Come è possibile che in un presente il cui motto è che tutte le possibilità sono date, che basta trovare la strada di finanziamento giusta e sarà una rivoluzione, che invece ci sia chi questo esistente ricco di opportunità perfettibili dica chiaramente di volerlo distruggere? Non è certo ammissibile in questo che è il migliore dei mondi possibili!
In contrasto ai claim che reggono la promozione di miseria e sfruttamento, sono necessari senza ombra di dubbio degli strumenti. Quelli comunicativi tuttavia, non servono a opporsi a certi precetti della competizione e del lavoro su un piano delle effimere parole, quasi a voler proporre una narrazione più convincente, ma sono indispensabili per il racconto delle lotte che si tentano, delle vicende che realmente accadono per le strade di Torino, raccontate dalla prospettiva di chi quelle lotte e quelle vicissitudini le vive in prima persona, non delegate alla carta straccia dei giornali e alla loro prospettiva di falsificazione e di dominazione dei fatti.Non sono dunque mezzi di sensibilizzazione di una presunta opinione pubblica, né esche per anime belle che si scandalizzino degli orrori che si vivono nei bassifondi e nelle galere, ma testimonianze di alcuni interstizi in cui si patiscono sì le conseguenze della ferocia politica ed economica, ma soprattutto si prova a resistere e organizzarsi per combatterla. La comunicazione non è che quindi che corollaria a ciò che nelle strade, nelle assemblee, davanti ai portoni di case sotto sfratto, dietro ad alte cinta murarie, accade, prende vita. E gli strumenti sono quindi in primis quelli in cui si condivide il proprio odio verso il mondo, si prova a dargli una forma e una direzione ragionata, si capisce quali sono i dispositivi da cui parte e passa il controllo e l’oppressione e si prova ad attaccarli, riuniti in assemblee di sfruttati o in autonomia.
La storia dei nemici del Cpr, per esempio, ha trascorso varie fasi ma è rimasta da parte dei compagni sempre all’interno di una strada maestra che guida tante altre lotte: organizzarsi insieme a chi subisce una determinata oppressione e cercare di consolidare questo legame attraverso la condivisione paritaria delle informazioni e delle proposte, ma soprattutto attraverso tutto il sostegno possibile alla distruzione delle strutture, sia moralmente che – quando si può – praticamente.

fonte: autistici.org/macerie