C’è una domanda che frulla da qualche tempo nella testa di molti reduci di oramai antiquate guerre sociali, nonché fra i loro sodali, nonché fra chi in quei conflitti vede solo un’occasione di battaglia politica. Ed è una domanda tornata alla ribalta in questi ultimi giorni, dopo l’estradizione in Italia di un romanziere di sinistra che in gioventù ha partecipato a quella guerra.
Questa domanda la si potrebbe riassumere più o meno così: perché, a differenza del ministro della Giustizia del dopoguerra, il comunista Palmiro Togliatti, che nel giugno del 1946 concesse un’amnistia generalizzata ai fascisti (di cui beneficiarono circa 10.000 camicie nere, alcuni dei quali responsabili di delazioni, torture, omicidi), oggi invece si continuano a tenere aperte, anzi si rilanciano in pompa magna, le pendenze giudiziarie relative allo scontro armato che negli anni 70 contrappose lo Stato ad un movimento lanciato all’assalto del cielo? Quell’amnistia immediata verso il nemico sconfitto, concessa proprio dal leader del partito che più di ogni altro si era opposto al fascismo, non dovrebbe costituire anche oggi un esempio di oculata politica volta al superamento di vecchi conflitti? E allora, continuano a chiedere, che senso ha l’accanimento verso chi quarant’anni fa ha imbracciato le armi contro lo Stato, considerato sia che quella guerra è finita e sia che quei combattenti sono diventati del tutto innocui?
A porre tali interrogativi è un po’ tutta l’estrema sinistra, a cui va aggiunta da un lato quella sinistra che vorrebbe trovare manovalanza nell’estrema sinistra, e dall’altro alcuni anarchici capaci solo di ripetere i ritornelli di quest’ultima. Da parte nostra, ammettiamo di rimanere sempre a metà fra lo stupore e l’imbarazzo davanti a simili domande. Possiamo anche capire che la politica sia una strada piena di tortuosità, e che è del tutto inutile pretendere una qualche consequenzialità logica in chi la batte; ma qui ci sembra proprio che si scada nella pura dabbenaggine.
Come si fa a non capire la differenza di esigenze istituzionali fra uno sfidante vincitore ed uno sfidato vincitore? I partigiani degli anni 40 sconfissero il governo in carica, quelli degli anni 70 proprio per niente. L’amnistia di Togliatti mirava a pacificare il più in fretta possibile un paese dal ventennale passato fascista al fine di poterlo meglio governare. Il partito comunista doveva quindi presentarsi come una forza moderata ed affidabile. Così, con una mano Togliatti aprì le porte del carcere ai fascisti, con l’altra le chiuse alle spalle di quei sovversivi (comunisti o anarchici) che non cessarono le ostilità.
Ma il potere che è stato sfidato, ed è uscito trionfante, non ha affatto bisogno di mostrarsi magnanimo pur di raggiungere un compromesso. Al contrario, ha tutti i motivi per mostrarsi spietato. Deve dimostrare cosa attende coloro che osassero nuovamente metterlo in discussione. Non deve varare amnistie, deve lanciare moniti. Non deve concedere grazie, deve dare punizioni esemplari. Chi ha osato sfidare l’ordine ed ha perso deve marcire in galera, come avvertimento ai suoi eventuali emuli. Ecco perché un combattente reduce degli anni 70 che (per altro dopo aver umiliato le autorità evadendo dal carcere) «la scampa» all’estero — e senza nemmeno tenere un profilo basso, senza firmare con uno pseudonimo i suoi libri, senza fare di tutto per farsi dimenticare, ma gigioneggiando fino ad acquisire una certa notorietà — costituisce un vero e proprio affronto alla Ragione di Stato.
Vittorioso sulla Comune di Parigi, nel 1871, Thiers fece fucilare in una settimana 20.000 comunardi. Mezzo secolo dopo, in Germania, nel corso di un’altra settimana sanguinosa di repressione, i corpi franchi di Noske uccisero centinaia di spartakisti e migliaia di civili. Quanto alle vittime del terrore bianco franchista, scatenato per contrastare la rivoluzione spagnola del luglio 1936 e durato decenni, il loro numero non è mai stato stabilito con precisione; c’è chi dice 75.000, chi 200.000, ma c’è anche chi parla di 400.000 morti. Come diceva qualcuno, sono i borghesi che si vendicano di aver avuto paura…
Ora, chi è al corrente di tutto ciò, riesce davvero a stupirsi della foia con cui l’erede di Kossiga agli Interni ostenta lo scalpo di un ex-militante di un’organizzazione combattente? Davanti all’eterna ferocia dello Stato, quale esso sia, non ha alcun senso — oltre ad essere assai poco dignitoso — invocare amnistie, indulti o riconciliazioni.
fonte: finimondo.org