E’ stata respinta la richiesta di Paolo di sostituzione di misura cautelare, quindi del passaggio dal carcere agli arresti domiciliari.

Ricordiamo che Paolo è stato arrestato ormai più di un anno fa, il 31 ottobre 2017, per una rapina a mano armata in un ufficio postale di Cagliari, e per questo è stato condannato in primo grado a 6 anni.

Le motivazioni del non accoglimento della richiesta sono di natura prettamente di merito, cioè viene fatto rilevare come “i fatti per cui si procede siano particolarmente gravi e denotano la freddezza degli autori della rapina e la loro spregiudicatezza in relazione alle circostanze e modalità del fatto”, inoltre “relativamente al tempo trascorso …. è un tempo assolutamente ancora adeguato alla gravità dei reati commessi ed alla misura della severa pena comminata…”, pertanto “non sussiste alcun motivo per revocare la custodia cautelare in atto, mentre sussistono ottimi motivi per mantenerla in atto”.

Così motiva la seconda sezione penale della Corte d’appello di Cagliari.

E’ proprio vero che da sbirri e giudici non c’è mai da aspettarsi niente di buono, stronzi!

Forza Paulledhu, sempri ainnantis.

fonte: nobordersard.wordpress.com


La vita nel carcere di Uta è scivolosa, in un carcere nato con presunte vocazioni di avanguardia le condizioni restano precarie.

Un sovraffollamento non solo ipotizzato ma certificato da istituzioni ed associazioni (584 detenuti a fronte di circa 560 posti), malasanità e organizzazione sanitaria deficitaria, vessazioni , pestaggi, vermi nel cibo, freddo ( a qualche giorno fa i riscaldamenti non erano ancora accesi) e chi piu’ ne ha più ne metta, sono palesi i problemi di una struttura del genere in cui oltre alla sua connaturata funzione di lager si aggiungono le carenze.

Sono frequenti gli episodi che hanno come protagonisti i detenuti che, giustamente stanchi, dimostrano il loro disagio.Si passa da lanci di suppellettili a scioperi della fame e in questo ultimo caso venuto alle cronache un detenuto rumeno ha optato per il lancio di olio bollente alle guardie.

Le autorità penitenziarie lo definiscono come un “sofferente mentale”, forse per sminuirne il gesto. In una situazione in cui i secondini fanno il bello ed il cattivo tempo decidendo su tutti gli aspetti del quotidiano dei detenuti dalla ricezione del denaro alle situazioni piu’ intime , stentiamo a credere che sia la sofferenza mentale il vero problema.

Il problema è la galera stessa , capirne il peso all’interno delle politiche di governo è fondamentale per togliere al capitale un suo fondamentale pilastro.

Fuoco alle galere, per ora olio, ma poi sempre fuoco.

fonte: nobordersard.wordpress.com