Round Robin https://roundrobin.info Diario di bordo nella tempesta sociale Wed, 14 Nov 2018 02:04:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 https://roundrobin.info/wp-content/uploads/2017/10/cropped-round-robin-info-32x32.jpg Round Robin https://roundrobin.info 32 32 13 Minuti https://roundrobin.info/2018/11/13-minuti/ Wed, 14 Nov 2018 02:04:05 +0000 https://roundrobin.info/?p=10637 pubblichiamo su segnalazione questo testo come contributo alla discussione dell’iniziativa di Sabato 17 Novembre a Milano Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler sale al potere in Germania. Non lo fa con un brutale colpo di Stato, inviando le sue squadre armate a fare piazza pulita del cosiddetto Stato di diritto: viene nominato cancelliere direttamente dal … Read more 13 Minuti

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pubblichiamo su segnalazione questo testo come contributo alla discussione dell’iniziativa di Sabato 17 Novembre a Milano

Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler sale al potere in Germania. Non lo fa con un brutale colpo di Stato, inviando le sue squadre armate a fare piazza pulita del cosiddetto Stato di diritto: viene nominato cancelliere direttamente dal presidente Hindenburg. Solo tre mesi prima il leader del nazionalsocialismo veniva dato per spacciato, dopo che alle elezioni del 6 novembre il suo partito aveva perso due milioni di voti mentre quello comunista ne aveva guadagnati settecentomila.
All’indomani del risultato elettorale un’euforica Rote Fahne annunciava: «dappertutto ci sono membri delle sezioni d’assalto che disertano i ranghi dell’hitlerismo e si mettono sotto la bandiera comunista»; quella bandiera che ancora sventolava gagliarda il 25 gennaio 1933, nella grande manifestazione antifascista tenutasi a Berlino, dove stavano sfilando 125.000 operai — «una giovinezza magnifica», «una partecipazione, un entusiasmo, una decisione che non avevamo mai visto», «cerchiamo di valutare il numero dei combattenti utili nella colonna. Il novantacinque per cento, per la loro età, per il loro atteggiamento ci impressionano come dei militanti adatti alla lotta armata» dirà un testimone che soltanto cinque giorni dopo vedrà sciogliersi «come un pezzo di zucchero nell’acqua il formidabile Partito comunista tedesco, il primo partito di Berlino, la più potente sezione dell’Internazionale comunista».
Hitler era al potere e il rossore della bandiera dei lavoratori assunse la tinta della vergogna, dell’onta, dell’umiliazione. Non ci furono proteste di massa, non ci furono scioperi generali, non ci furono scontri di piazza. Non ci fu guerra civile, non ci fu rivoluzione. Non accadde nulla di rilevante, se non uno stillicidio di sovversivi caduti sotto i colpi della peste bruna. Sconforto, disperazione, delusione, impotenza, resa, sconfitta, disfatta, ecco cosa travolse nel febbraio del 1933 un movimento rivoluzionario dominato dalla più stolta obbedienza e dalla cieca fiducia nel Partito. Dov’erano le migliaia e migliaia di «compagni» che facevano parte delle varie milizie di autodifesa che all’epoca tutti i partiti, perfino quello socialdemocratico, avevano? Dov’era quel novantacinque per cento di militanti adatti alla lotta armata? Spariti, dissolti in una fredda sera di fine gennaio. In quei giorni terribili non il programma comunista, non l’ideale anarchico, non la verità metafisica, ma sentimenti umani come dignità ed orgoglio vennero difesi solo da un consiliarista olandese di 23 anni, mezzo cieco e solo contro tutti, Marinus Van der Lubbe, il quale nella notte tra il 27 ed il 28 febbraio si introdusse all’interno del Reichstag e lo incendiò nell’ultimo estremo tentativo di richiamare il proletariato tedesco alla riscossa. Tentativo generoso quanto inutile, non solo punito con la tortura e la decapitazione dai suoi feroci nemici, ma ripagato con l’incomprensione, la calunnia e l’oblio dai suoi stessi… amici.
No, nel paese della rivoluzione spartakista del 1919, nel paese culla del movimento operaio, dinanzi all’orrore nazista, le masse proletarie protestano e aspettano, votano e aspettano, marciano e aspettano, bestemmiano e aspettano, sopportano e aspettano, aspettano, aspettano… aspettano di ascoltare il parere dei loro leader, quei funzionari imbottiti di scienza dialettica che la sera del 30 gennaio — con l’imbianchino austriaco fresco di nomina — si dicevano convinti che Hitler si sarebbe consumato presto, che Hitler con la guerra avrebbe aperto la strada alla rivoluzione, che Hitler non avrebbe mai osato metterli fuorilegge, che Hitler non sarebbe mai stato tollerato dai governi internazionali, che Hitler era una brutta esperienza nera attraverso cui le masse dovevano passare per poter poi arrivare all’agognato governo rosso.
Le masse aspettano e sperano, i capi-partito discettano e tradiscono. L’individuo no. Non ha nulla da attendere o in cui sperare, ha solo una coscienza a cui rispondere ed una volontà da attuare. E talvolta ciò basta a fare la storia. O a mancarla per soli 13 minuti, per soli 780 secondi.
L’artigiano
Si chiamava Georg Elser ed era nato il 4 gennaio 1903 a Hermaringen, piccolo borgo della Germania sud-occidentale, ma la sua famiglia si era subito trasferita a Königsbronn. Primo di quattro figli, fin dall’infanzia aveva dovuto darsi da fare nella fattoria dei genitori. A sedici anni era entrato in un laboratorio come apprendista falegname, lavoro che amava e di cui divenne un vero maestro. Lì aveva capito a fondo la differenza qualitativa fra il lavoro dell’operaio, meccanico e ripetitivo, che si consumava alla catena di montaggio, ed il mestiere dell’artigiano che crea oggetti con le proprie mani. Non lavorava solo per denaro, ma anche per dare forma ad autentiche opere d’arte. Negli anni successivi, pieni di miseria e disoccupazione, Elser fu costretto a vagabondare per il paese, cambiando spesso lavoro. La crisi economica non risparmiava nessuno, nemmeno i mobilifici, ed egli si ritrovò sempre più in difficoltà. Lavorò anche in qualche fabbrica di orologi, appassionandosi ai loro meccanismi. Tornò a casa, dietro sollecitazione della famiglia, che stava per perdere la fattoria.
Quando Hitler aveva preso il potere, in quell’inizio del 1933, Elser si trovava proprio a Königsbronn dove proseguiva la sua vita fra mille difficoltà. Il lavoro diventava sempre più automatizzato, la bravura umana non contava più nulla, i salari crollavano. Nel corso degli anni Elser si era avvicinato ai gruppi di sinistra, in cui però non risulta abbia mai militato. Non era un attivista, non toccava i libri, leggeva pochissimo i giornali, non s’interessava di politica. Semplicemente gli piaceva stare in mezzo a persone come lui, proletari. Aveva sì la tessera del Partito Comunista, e per un breve periodo si era persino unito alla Lega dei Combattenti del Fronte Rosso, ma solo perché ciò gli dava la possibilità di suonare nella fanfara di quell’organizzazione. Amante della musica, sapeva suonare molti strumenti fra cui lo zither.
Georg Elser era abilissimo con le mani, ma possedeva una scarsa cultura e preparazione «politica». Fu una vera fortuna perché in questo modo la sua testa venne risparmiata dalle tiritere marxiste sul materialismo storico e la dialettica. Non occorre essere laureati in scienze sociali per accorgersi di quanto stavano facendo i nazisti, dello stupro quotidiano di ogni libertà, del terrore imposto con la messa al bando di partiti e sindacati, del deperimento delle condizioni di vita e — a partire dal 1938 — dello spettro della guerra che si faceva sempre più concreto. Non occorre avere occhi fini per vedere i privilegi in cui sguazzavano i funzionari nazisti. E trarne le conseguenze.
I suoi amici ricorderanno come Elser non ascoltasse mai i discorsi di Hitler alla radio, si rifiutasse di fare il saluto nazista ed in occasione di una manifestazione filo-hitleriana si fosse voltato, dando le spalle e mettendosi a fischiare. Ma Georg Elser non era come i suoi amici, non era come milioni di tedeschi che si limitavano a brontolare contro il regime nazista. Uomo semplice e pratico, all’inizio del 1938 aveva preso la sua decisione. Come ebbe a dichiarare in seguito, «ho considerato che la situazione in Germania avrebbe potuto cambiare solo con l’eliminazione della attuale dirigenza». L’individuo, desiderio e volontà, aveva preso la sua decisione: Hitler doveva morire. Il grande dittatore e tutta la sua cricca erano stati così condannati a morte, non da un Tribunale di Stato, non dal Giudizio della Storia e tanto meno da quello divino, ma da un minuscolo artigiano della campagna sveva. E tanti cari saluti alle masse e alle loro organizzazioni.
Solitario, celibe, secondo gli storici Elser non confidò a nessuno quali fossero i suoi progetti e non andò in cerca di aiuto. Ma sembra che nella sua impresa sia stato aiutato da qualcuno, dall’anarchico ed ex-spartakista anglo-tedesco John Olday e dalla socialista rivoluzionaria di origine ebraica Hilda Monte, legati entrambi al gruppo Schwarzrotgruppe (Gruppo Rosso e Nero). In cosa sia consistito questo aiuto, però, non è dato sapere. Ad ogni modo Georg Elser aveva un problema pratico da risolvere. Doveva riuscire ad avvicinare il Führer abbastanza per ucciderlo. Altri avevano già accarezzato quell’idea, ma si erano tutti scontrati con la medesima difficoltà. Conscio di essere temuto, assai più che amato, Hitler era ossessionato dal timore degli attentati ed era solito variare all’improvviso i suoi programmi. Quando annunciava la sua presenza in qualche incontro, nemmeno i suoi più stretti collaboratori sapevano se avrebbe mantenuto l’impegno preso. In questo modo, persino una eventuale fuga di notizie non avrebbe potuto favorire i suoi nemici, i quali non potevano sapere mai in anticipo dove raggiungerlo.
Questa incrollabile precauzione aveva però una crepa. C’era infatti un solo ed unico appuntamento pubblico annuale a cui non avrebbe rinunciato per nulla al mondo, a cui non si sarebbe mai sottratto. Una ricorrenza speciale, un anniversario da ricordare, un discorso emozionante da tenere, la celebrazione del suo primo tentativo fallito di conquista del potere — il suo Putsch di Monaco dell’8 novembre 1923. Quel giorno il trentaquattrenne Hitler, alla testa dei suoi camerati d’armi, aveva fatto un clamoroso ingresso nella birreria Bürgerbräukeller dove si stava svolgendo un incontro a cui partecipavano le autorità bavaresi, sparando un colpo di pistola in aria. Quindi aveva annunciato che era in corso un colpo di Stato, invitando i presenti ad unirsi ai nazisti. Il tentativo, del tutto improvvisato, era finito il giorno seguente con uno scontro a fuoco fra manifestanti diretti al Ministero della Guerra e forze dell’ordine, al termine del quale rimasero a terra 14 nazisti.
Ebbene, a partire dal 1933 ogni 8 novembre Adolf Hitler si recava a Monaco con tutta la sua corte per partecipare alla commemorazione del Bürgerbräu-Putsch. Attorniato da migliaia di vecchi combattenti nazisti con cui scambiare battute e aneddoti, il Führer avrebbe tenuto il solito discorso torrenziale per riscaldare il furore bellico dei suoi fedeli. Nel novembre del 1938 — 10 mesi prima che le truppe tedesche invadessero la Polonia — Elser prese il treno per Monaco e si unì con discrezione ai festeggiamenti nazisti. Quando Hitler salì sul palco quella sera, non poteva sapere che fuori della birreria c’era anche un suo nemico mortale, arrivato fin lì per un sopralluogo. La birreria, che aveva cambiato insegna da Bürgerbräukeller in Löwenbräu, era una enorme sala sotterranea capace di contenere più di 3.000 persone. Elser si mescolò alla folla a cui fu permesso di entrare in tarda serata, dopo la fine del discorso e la partenza di Hitler, prese nota della conformazione della sala ed osservò le misure di sicurezza prese per l’occasione. Ne constatò l’incredibile carenza. Il loro responsabile era Christian Weber, un ex-buttafuori di locali notturni, al quale da fervente nazista non era venuto in mente che qualcuno avrebbe potuto odiare Hitler a morte. L’attenzione di Elser si concentrò soprattutto sull’unico punto in cui Hitler sarebbe rimasto di sicuro a lungo: il palco. Notò una colonna di pietra appena dietro, che reggeva una grande balconata lungo un muro. Non era difficile capire che una potente bomba piazzata all’interno della colonna avrebbe fatto crollare l’intera balconata, seppellendo sia il Führer che molti dei suoi sostenitori. Impresa impossibile per molti, ma non per un abile artigiano.
Solo il giorno seguente, fra il 9 e il 10 novembre, i nazisti si scatenarono in tutta la nazione, oltre che in Austria e in Cecoslovacchia, in quella che fu chiamata la Notte dei Cristalli, il pogrom antiebraico che rafforzò ulteriormente la decisione di Georg Elser. Aveva un anno di tempo per portare a termine il suo progetto. Vi si dedicò con tenacia e meticolosità. Doveva recuperare l’esplosivo, costruire un congegno a tempo, occultare la bomba all’interno di quella colonna. Cercò e trovò un lavoro temporaneo prima in una fabbrica di armi, poi in una miniera. Qui colse ogni occasione per trafugare esplosivo ad alto potenziale e dinamite, raccogliendo anche un centinaio di detonatori. La sera, chiuso nel suo appartamento, lavorava sui disegni per realizzare una sofisticata bomba ad orologeria.
In aprile fece ritorno a Monaco per un nuovo sopralluogo più particolareggiato, in circostanze più tranquille. Notò che al piano superiore della sala c’erano dei ripostigli dove si sarebbe potuto nascondere, e poté studiare da vicino la colonna in pietra. Aveva un rivestimento di legno! Perfetto. Visitò poi la frontiera con la Svizzera in cerca di una via di fuga, trovando una zona non pattugliata. Georg Elser voleva sì uccidere Hitler, ma era anche intenzionato a vivere e godere della libertà strappata. Nessuno spirito di sacrificio in lui.
Il 5 agosto 1939 Georg Elser prese il treno e si trasferì a Monaco per la parte finale del suo progetto, quella più difficile e rischiosa: scavare uno spazio abbastanza grande nella colonna che si trovava dietro il palco e nascondere all’interno un ordigno micidiale senza essere scoperto. Diventò un frequentatore abituale del Löwenbräu, la birreria di Monaco più amata dai nazisti. Vi si recava tutti i giorni, finché i camerieri non prestarono più attenzione a quel loro affezionato e tranquillo cliente. Tutte le sere Elser rimaneva fino all’orario di chiusura, poi scivolava al piano superiore e si nascondeva in un ripostiglio. Quando l’edificio era vuoto, usciva per andare a lavorare alla colonna. Alla luce di una torcia smontava con cura il pannello di legno del rivestimento, predisponendolo per essere facilmente risistemato e con pazienza iniziò ad intaccare la colonna. In mezzo al silenzio il rumore di uno scalpello che batte sulla pietra aveva un tale rimbombo nella cavernosa cantina da costringerlo a lavorare con lentezza estenuante. Singoli colpi, intervallati da alcuni minuti, che faceva coincidere con rumori esterni quali il passaggio di una automobile. Ogni traccia di polvere o di pietra doveva poi sparire, ed il pannello di legno doveva essere riposizionato alla perfezione prima del sorgere del mattino.
Sera dopo sera, il falegname si dedicò al suo capolavoro.
Avrebbe passato 35 notti in bianco, chino in quell’estenuante sforzo. Una mattina venne pure sorpreso da un cameriere giunto in anticipo sul lavoro, il quale chiamò di corsa il direttore della birreria. Elser, che se ne stava andando dopo aver già ripulito tutto, si scusò dicendo di essere un cliente abituale e di aver trovato il locale aperto. Ordinò un caffè, lo sorseggiò con calma e se ne andò. Non era stato scoperto.
Per la sua bomba aveva preparato un timer modificando un orologio. Il timer poteva funzionare per 144 ore, prima di far scattare una levetta che avrebbe innescato l’ordigno. Per scrupolo, aveva aggiunto un secondo timer di sicurezza. La bomba era poi stata chiusa all’interno di una elegante scatola di legno, inserita con precisione nel foro praticato all’interno della colonna. Per non far udire il ticchettio dell’orologio la ricoprì di sughero, preparando anche un foglio di lamiera con cui rivestire il pannello di legno. Non voleva che qualche inserviente conficcasse per caso un chiodo dentro la sua opera d’arte.
L’anno precedente Elser aveva notato che il discorso di Hitler era iniziato attorno alle 20.30, cosa questa che gli era stato assicurato essere una abitudine. Il  Führer parlava per un’ora e mezza, poi rimaneva nel locale mescolandosi coi suoi vecchi camerati. Elser predispose il suo orologio affinché scattasse a metà circa del discorso, ovvero alle 21.20. Il primo tentativo di Elser di piazzare la bomba fallì, costringendolo a ridurre di poco le dimensioni della scatola. La sera del 5 novembre 1939 Georg Elser terminò il suo capolavoro. Inserì la scatola dentro la colonna, rimise il pannello di legno sigillandolo ed eliminò tutte le tracce. Poi se ne andò da Monaco, tornando due sere dopo. La vigilia dell’arrivo del grande dittatore, il piccolo individuo si avvicinò a quella colonna e, tremante, vi appoggiò sopra l’orecchio nella speranza di sentire qualcosa in lontananza. Si può solo immaginare il suo sorriso nell’udire ancora quel meraviglioso ticchettio.
8 Novembre 1939
Georg Elser non leggeva i giornali, men che meno in quei giorni febbrili. Altrimenti avrebbe saputo che Hitler aveva annullato il suo solito appuntamento annuale. Anzi no, aveva cambiato nuovamente idea. Ci sarebbe andato comunque, ma anticipando i tempi. La sua presenza a Berlino era inderogabile, per cui la sua puntata a Monaco sarebbe stata più rapida del solito. Il suo discorso sarebbe iniziato alle 20.00 e sarebbe durato un’oretta. Il maltempo gli aveva sconsigliato di viaggiare in aereo, facendogli preferire un più lento ma sicuro treno.
La sera dell’8 novembre 1939 Adolf Hitler smise di parlare alle 21.07. Cinque minuti dopo, declinando gli inviti a rimanere rivoltigli dai vecchi combattenti, uscì dalla sala assieme alla sua corte di alti gerarchi nazisti, fra cui spiccavano il capo della polizia Heinrich Himmler, il ministro della propaganda Joseph Goebbels ed il capo dei servizi segreti Reinhard Heydrich. Probabilmente stavano salendo sul treno quando avvenne l’esplosione e non la udirono nemmeno, apprendendo dell’accaduto solo quando il treno espresso per Berlino fece una breve sosta a Norimberga.
Alle 21.20, come previsto, l’orologio di Georg Elser smise di ticchettare. In un boato terribile la colonna dietro al palco si sbriciolò, facendo crollare tutta la balconata soprastante ed il soffitto, e devastando il locale. Una pioggia di detriti in legno, mattoni e acciaio, si abbatté sul palco polverizzandolo completamente. Ma quel palco era ormai vuoto e la sala quasi del tutto. Morirono otto persone ed altre 63 rimasero ferite, fra vecchi combattenti nazisti e addetti della birreria. «La fortuna del diavolo» che Hitler si vantava di possedere anche questa volta era stata dalla sua parte. Non lo fu invece per l’individuo che lo aveva sfidato.
La mattina di quell’8 novembre 1939 Georg Elser aveva preso il treno per Costanza, nei pressi del confine svizzero. Calata la notte, si era avviato a piedi verso la frontiera, in quella zona tranquilla che aveva scoperto nell’aprile precedente. Ma con l’avvio della guerra della Germania contro la Polonia, il 1 settembre, la situazione si era nel frattempo modificata. Venne notato e fermato da una pattuglia, che lo perquisì. Addosso aveva una tessera del Partito Comunista, i disegni di uno strano congegno simile a una bomba, un detonatore e la cartolina di una celebre birreria di Monaco, la Löwenbräu.
È assai probabile che Elser avesse con sé quella roba decisamente sospetta al fine di persuadere le autorità elvetiche a concedergli asilo. Non aveva pensato che, se fosse caduto in mano al nemico, proprio quegli oggetti avrebbero decretato la sua fine.
Uno
Ricondotto a Monaco, Elser venne interrogato dagli uomini della Gestapo. Nonostante i pestaggi e le torture subite, non cambiò mai la sua versione dei fatti. Era lui, da solo, ad aver organizzato ed attuato l’attentato. Da Berlino Hitler si interessò di persona al caso, andando su tutte le furie quando gli vennero riferite le parole di Elser. «Chi è l’idiota che ha condotto l’indagine?», tuonò. Non era possibile che un misero individuo avesse sfidato il grande Reich; la complessità dell’azione dimostrava che dietro ci doveva essere un vasto complotto ordito da… i servizi segreti, ovvio, nello specifico quelli britannici. Per imporre questa sua conclusione, Hitler inviò a Monaco un uomo di sua fiducia con l’incarico di occuparsi degli interrogatori: Heinrich Himmler.
Ma nemmeno lui e tutte le torture che architettò riuscirono a dare soddisfazione al Führer. Elser ripeté fino alla fine di aver agito da solo, riproducendo addirittura una nuova versione della sua bomba per dimostrare ai suoi aguzzini che lui, da solo, aveva osato attaccare Hitler. Alla fine lo stesso Himmler dovette rinunciare e Georg Elser, anziché essere subito giustiziato, venne inviato al campo di concentramento di Sachsenhausen. Tenuto in isolamento, gli fu concesso perfino un banco da lavoro. Il motivo di questo trattamento apparentemente di favore è che Hitler contava di usare Elser in seguito, quando avrebbe istituito un processo per crimini di guerra contro l’Inghilterra. Il 9 aprile 1945, mentre le truppe americane, inglesi e russe si stavano avvicinando sempre più a Berlino, Himmler si ricordò dell’audace ma sfortunato falegname-orologiaio che nel frattempo era stato trasferito a Dachau. Diede ordine di prelevarlo dalla sua cella e di giustiziarlo. La notizia della sua morte venne data dalla stampa tedesca una settimana dopo, e fu attribuita ad un raid aereo alleato.
Nonostante la sedicente efficienza nazista sia stata sbandierata per mettere in dubbio la veridicità dell’iniziativa individuale di Elser, e nonostante le chiacchiere dei suoi compagni di sventura di Sachsenhausen secondo cui Elser avrebbe agito, come Van der Lubbe, su commissione degli stessi nazisti, oggi nessuno osa più negare la sincerità della sua impresa. La sua memoria, come quella dei numerosi autori dei falliti attentati ad Hitler, è stata a lungo cancellata dagli storici attenti solo alla ragione di Stato, nonché da certi rivoluzionari amanti delle azioni collettive e poco desiderosi di dare una «cattiva reputazione» al proprio movimento ideologico.
Perché tutti loro, nessuno escluso, non possono tollerare la constatazione che la determinazione di un singolo individuo, diversa dalla lamentosa impotenza delle masse, avrebbe potuto cambiare la storia salvandola da quel che è stato definito Male Assoluto. Per soli sfortunati 13 minuti, la seconda guerra mondiale non venne scongiurata sul nascere, risparmiando milioni di vite umane e indicibili sofferenze. A sfiorare questa impresa non fu un governo illuminato, non fu una efficiente organizzazione. Fu un piccolo uomo, solo, o forse con qualche compagno. Ecco perché il nome di Georg Elser è stato rimosso per tanto tempo, ed ecco perché qui gli rendiamo omaggio. Nulla è impossibile per una volontà mossa dal desiderio. E, nonostante i rovesci dell’imprevisto, il ticchettio di quell’orologio lo si può udire ancora oggi.

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Cagliari – Aggiornamenti dal compagno Davide Delogu https://roundrobin.info/2018/11/cagliari-aggiornamenti-dal-compagno-davide-delogu/ Wed, 14 Nov 2018 01:53:41 +0000 https://roundrobin.info/?p=10634 Il compagno anarchico sardo prigioniero deportato Davide Delogu è stato assolto nel processo che lo vedeva imputato con l accusa di tentata evasione dal carcere di “Buoncamino” (Cagliari), per i fatti del 2013. Davide ha richiesto nuovamente di essere trasferito in Sardegna, la richiesta è stata rifiutata per l ennesima volta. Davide ha dichiarato al … Read more Cagliari – Aggiornamenti dal compagno Davide Delogu

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Il compagno anarchico sardo prigioniero deportato Davide Delogu è stato assolto nel processo che lo vedeva imputato con l accusa di tentata evasione dal carcere di “Buoncamino” (Cagliari), per i fatti del 2013. Davide ha richiesto nuovamente di essere trasferito in Sardegna, la richiesta è stata rifiutata per l ennesima volta. Davide ha dichiarato al giudice in aula, che contro la deportazione resisterà al trasferimento (che dovrebbe avvenire questa settimana) barricandosi in cella.

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Aracne – Bollettino anticarcerario n.0 https://roundrobin.info/2018/11/aracne-bollettino-anticarcerario-n-0/ Wed, 14 Nov 2018 01:44:39 +0000 https://roundrobin.info/?p=10624 primo numero di aracne, bollettino anticarcerario. numero 0, firenze, ottobre 2018 Clicca per scaricare Aracne – Bollettino anticarcerario

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primo numero di aracne, bollettino anticarcerario.
numero 0, firenze, ottobre 2018

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Madrid – Sabotati bancomat in solidarietà con i compagni detenuti https://roundrobin.info/2018/11/madrid-sabotati-bancomat-in-solidarieta-con-i-compagni-detenuti/ Wed, 14 Nov 2018 01:36:14 +0000 https://roundrobin.info/?p=10622 Nella notte tra l’11 e il 12 novembre 20 bancomat sono stati sabotati con martelli nella zona nord di Madrid. Che si moltiplichi l’azione anarchica per ogni colpo di Stato. Che la solidarietà si più delle parole. Un saluto alle persone colpite dalla repressione lo scorso 29 ottobre per altri attacchi contro le istituzioni bancarie. … Read more Madrid – Sabotati bancomat in solidarietà con i compagni detenuti

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Nella notte tra l’11 e il 12 novembre 20 bancomat sono stati sabotati con martelli nella zona nord di Madrid. Che si moltiplichi l’azione anarchica per ogni colpo di Stato. Che la solidarietà si più delle parole.

Un saluto alle persone colpite dalla repressione lo scorso 29 ottobre per altri attacchi contro le istituzioni bancarie. Forza e affetto alla nostra compagna Lisa, detenuta dallo Stato tedesco per la rapina di una banca ad Aquisgrana.

Per l’anarchia.

fonte: anarhija.info

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…Proseguendo nell’infinito decostruire – Contributo al dibattito iniziato col testo “Destrŭĕre et aedificare, ab infinitum” https://roundrobin.info/2018/11/proseguendo-nellinfinito-decostruire-contributo-al-dibattito-iniziato-col-testo-destruere-et-aedificare-ab-infinitum/ Wed, 14 Nov 2018 01:12:16 +0000 https://roundrobin.info/?p=10615 Innanzitutto l’invito, prima di addentrarsi in questo scritto, a leggere il testo dal quale è scaturito: https://roundrobin.info/2018/10/destruere-et-aedificare-ab-infinitum/ Una premessa sul perché e “da dove” scrivo. Non ho mai scritto un testo come quello che sto per iniziare, cioè non mi sono mai messo punto per punto a “rispondere” ad uno scritto (qualunque fosse la tematica … Read more …Proseguendo nell’infinito decostruire – Contributo al dibattito iniziato col testo “Destrŭĕre et aedificare, ab infinitum”

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Innanzitutto l’invito, prima di addentrarsi in questo scritto, a leggere il testo dal quale è scaturito:
https://roundrobin.info/2018/10/destruere-et-aedificare-ab-infinitum/

Una premessa sul perché e “da dove” scrivo.
Non ho mai scritto un testo come quello che sto per iniziare, cioè non mi sono mai messo punto per punto a “rispondere” ad uno scritto (qualunque fosse la tematica trattata), criticandolo in alcune sue parti.
Credo che ci sia in questo genere di testi una parte di attitudine “da professore” tipica della socializzazione maschile: insegnare qualcosa ad altrx, far capire che “ne sai di più”, correggere chi secondo te non sa bene o abbastanza.
Con questa consapevolezza ho temporeggiato e mi sono chiesto davvero quale fosse la mia finalità, la mia spinta.
Alla fine mi sono risposto che, intendendo il tono del testo “destruere et aedificare, ab infinitum” come sinceramente propositivo e interessato a innescare dibattito sulle questioni di genere e relazionali, volevo partecipare al dibattito che questo auspicava.
Mi spiace solo che questo dibattito avvenga attraverso l’etere del web, per tutti i limiti e le contraddizioni che questo comporta, ma non mi addentrerò su questo punto.
Il fine che mi prefiggo perciò con questo mio testo è quello del confronto e non della critica serrata per demolire tesi altrui e far prevalere le mie.
Contestualizzo la mia voglia di fomentare il dibattito: le situazioni, pubblicazioni, chiacchierate, iniziative, prospettive di un “movimento anarchico” che è alle volte apertamente ostile all’analisi/pratica femminista o altrimenti, generalmente, non troppo interessato/recettivo.
Dò a me che scrivo un posizionamento che posso tradurre a parole: scrivo da individuo, che non si sente facente parte del suddetto movimento e che non si fa espressione di nessuna “oggettività” o nessuna teoria al di fuori e sopra di sé.
Un individuo biologicamente maschio, socializzato uomo, con una profonda voglia di distruzione del proprio IO uomo e affine alla teoria-pratica anarcoqueer.
Dico questo perché le stesse parole, scritte da un individuo in condizioni di privilegio o da chi invece si trova in una condizione oppressa in questo mondo, hanno per me pesi specifici diversi (anche e soprattutto per la carica esperienziale diversa che questi esprimono).
Quando leggo un libro o un testo ammetto che dò importanza a chi è l’individuo che vi sta dietro, mi pare onesto concedere la stessa chiarezza a chi leggerà le mie parole.

Parto subito dall’inizio del testo dove si dice: “(…)ho deciso di diffondere alcune mie riflessioni raccolte negli anni, ben consapevole che esse sono solo un altro (timido) colpo di martello all’edificio del patriarcato e dell’oppressione di genere in generale (credo esistano diverse forme di questa aldilà della forma specifica patriarcale)”.
Credo la parte finale di questa frase presti il fianco a tutte quelle posizioni che teorizzano il “maschilismo è uguale al femminismo” e/o il “patriarcato è come il matriarcato”.
Dico questo perché per me il patriarcato non è “solo” una forma specifica dell’oppressione di genere, ma un pilastro del dominio della società in cui vivo: è LA forma strutturale assunta dall’oppressione di genere in questo contesto che conosco.
Le forme che l’oppressione di genere assume nel concreto poi possono essere variegate, ma tutte frutto (e arma da guerra) del patriarcato come impianto sistemico.

Quando nel testo si parla della socializzazione dei maschi, e quindi si comincia chiaramente a comunicare l’identità nella quale si riconosce chi scrive (o che chi scrive riconosce che gli è appioppata) si fa riferimento più volte a “l’altro sesso”.
Col tempo ho ripensato agli anni dell’adolescenza, ovvero al periodo in cui la maggior parte degli individui incomincia a vedere nell’altro sesso non più solo un/una compagnx di giochi con fattezze fisico-biologiche diverse(…)”.
È piuttosto eloquente questa espressione nel rimarcare la normalizzazione della divisione binaria dei generi (e delle sessualità) alla quale siamo educatx: due generi, con altrettanti sessi corrispondenti.
Il maschio/uomo e la femmina/donna.
Inoltre il binarismo di genere non è orizzontale o eguale tra “i due”, ma prevede un genere (maschile) come quello normale, standard, perno e un altro (femminile) definito in funzione del primo, ossia solo l’altro-dal-maschio.
Scrivo questo punto in aggiunta a ciò che già viene detto nel testo, perché mi auspico che il linguaggio, che per me è un’attività performativa e perciò contribuisce a modificare la realtà mentre la descrive, cominci a prendere in considerazione che non vi sono solo due sessi biologici (ma infiniti e infinite inclinazioni sessuali).
Vorrei, insomma, scardinare il binarismo di genere e la normalizzazione con la quale trattiamo il genere maschile come fosse il termine di paragone neutro.
Secondo me il binarismo di genere è uno dei cardini della repressione sessuale, oltre che la gabbia primaria che mutila in partenza la libertà di espressione individuale (laddove per “espressione” non intendo solo l’attività comunicativa, ma tutte le sfumature dell’essere complesso che possiamo divenire).

Nel testo si parla di Accettare il rischio di poter sbagliare, di poter far del male a qualcunx. Ammettere i propri sbagli, cercare di non ripeterli.
Sono d’accordo sull’assunzione di responsabilità riguardo agli errori, ma visto che chi scrive lo fa da una posizione di privilegio (come me del resto) credo che si debba considerare che ogni nostro passo avanti nel percorso di distruzione del patriarcato da noi introiettato è fatto sulla pelle altrui.
Io credo non sia realistico prevedere tutte le ricadute possibili che le nostre azioni avranno nel “al di fuori di noi”, però in questo affermazione credo che non siamo “noi” a dover accettare l’idea che possiamo far soffrire altrx, ma considerare che le conseguenze dei nostri errori interrelazionali ricadono su altre persone.
Credo perciò che sia un rischio per il quale dovrebbe avere libertà di scelta (se accollarselo o meno) chi sta in posizione non privilegiata.
Ovviamente quella di non danneggiare mai nessunx nella propria strada di liberazione da specifici privilegi è una tensione utopica, ma per raggiungere la quale ci si può dotare di strumenti e modalità pratiche esistenti.
Quando poi si scrive che (…)ogni atteggiamento è oppressivo” se viene percepito come tale. Anche se ciò è potenzialmente vero questa consapevolezza non può sfociare in una totale autorepressione” credo che più che all’autorepressione una presa di coscienza di questo tipo ci serve per capire, una volta per tutte, che le esperienze e le emozioni anche traumatiche che ne scaturiscono, sono insindacabili.
Non esiste, (nella sfera delle esperienze individuali meno che mai) un’oggettività.
Chi la pretende nei racconti, o pretende di trovarla lxi stessx nel cercare di definire i margini di una narrazione, sta sacrificando la libertà/sensibilità/integrità della persona sopravvissuta a scapito dell’infallibilità delle sue teorie (esempio pratico: quando si innesca la “ricerca della verità” dopo che si è venutx a conoscenza di un episodio di molestia/violazione/stupro).
Se si accetta che la molestia la definisce sempre chi la subisce e che l’esperienza individuale non può giustificarsi con parametri oggettivi, allora si dovrebbe smettere di cercare la “verità dei fatti” ma andare a capire “l’origine dei fatti”.
Ancora prima di questo, credo che dovremmo ribaltare il paradigma per il quale si cerca sempre la “falla” nella narrazione della persona sopravvissuta per scagionare “l’accusatx” e iniziare a rivolgere le nostre attenzioni sulla dinamiche, individuali e collettive, che permettono che episodi di molestia o violazione si verifichino.

Arriva poi una delle parti più spinose secondo me.
Si parla qui dei meccanismi di socializzazione di genere.
Sabotare questo meccanismo è d’obbligo se vogliamo andare oltre una “guerra di trincea” tra i generi che mira a tracciare i confini del consentito nelle relazioni reciproche. Un genere che ci fa arroccare sui rispettivi bastioni “per sentirsi sicurx” è una concezione del genere che va distrutta.” Unisco questi passaggi a delle frasi che vengono scritte successivamente, ma che credo siano in continuità con le tesi qui sostenute, laddove viene scritto “…sabotaggio della socializzazione dei generi, e soprattutto della complicità di genere che porta ad un rafforzamento dell’identificazione di genere che ci porta a vederci come categorie distinte in lotta tra loro.”
Onestamente credo che chi ha scritto si riferisca per lo più al proprio dominante (maschile) perché poi nel testo fa esempi di situazioni di “complicità maschile” da sabotare, ma non posso non notare che quando si parla di categorie distinte in lotta fra loro io, contestualizzandole e storicizzandole, credo che, sì, queste esistano.

Anche la mia tensione anarchica ha come fine la distruzione del genere (tra le tante distruzioni), dei suoi corrispettivi ideologici-simbolici e dei suoi riscontri pratici (omologazione dei corpi, socializzazione, divisione di ruoli, stigma etc).
Non voglio però confondere il desiderio nella realizzazione della mia prospettiva, e la lotta quotidiana che ne consegue, con la realizzazione bella e fatta.
Nel senso che “vivere come se i generi non esistessero” è possibile solo (illusoriamente per me) per chi siede sullo scranno più alto della piramide del privilegio.
In questa realtà dove vivo e dalla quale scrivo, uomini e donne, maschi e femmine, sono due categorie distinte in lotta tra loro (sempre purtroppo, mantenendo qui come termine del discorso, il binarismo di genere) .
Le seconde per liberarsi dai primi.
Questo non significa che ogni donna sia in guerra contro il suo oppressore (sarebbe bello!) ma che per la mia analisi del mondo, sì, i ruoli che queste entità occupano nella società sono distinti e contrapposti.
E non è nulla di diverso dal riconoscimento dell’esistenza di “oppressi ed oppressori”.
Nulla di diverso dal riconoscere che vi sono specifici privilegi e ruoli e gradi di potere che il dominio, strutturato in società, assegna a diversi individui dopo che li ha fatti rientrare nelle categorie ad esso funzionali.
Per questo motivo anch’io sono teso verso la distruzione del concetto stesso di genere e più ampiamente di liberare l’individuo da tutte le categorie sociali, ma è una liberazione totale possibile secondo me solo con la distruzione completa dell’esistente. Mi sento ben lontano da questo momento. Perciò, nel muovere i miei passi e nel riconoscere x miex complici e x miex nemicx, nel riconoscermi in questo contesto, utilizzo le analisi e gli strumenti che mi sono affini per tradurre l’esistente.
Secondo me (e la mia malafede si dirà) portare avanti questo discorso di “basta con la lotta tra i generi contrapposti” fa il gioco di chi, nel movimento anarchico (e ovunque) vuole sopprimere ogni voce che mette in discussione il privilegio maschile.

La frase “spero che il fine sia la distruzione dell’oppressione di un genere sull’altro, qualunque esso sia”: è ancora per me una sponda per chi equipara il genere oppresso a quello oppressore.
Alla fine della frase quel “qualunque esso sia”, per me sottintende la possibilità che sia uno qualsiasi dei generi (uno dei due, seguendo la dicotomia tracciato sinora) a imporsi su l’altro.
Certo, esiste questa ipotesi, ma il contesto che viviamo è quello della già reale affermazione di UNO dei generi sull’altro (o meglio su tutti gli altri) perciò la mia lotta, qui ed ora, va in una direzione ben specifica.
Anch’io mi auspico “il superamento della dicotomia netta tra maschile e femminile e non il suo rafforzamento” ma per farlo credo che non basti una dichiarazione d’intenti, ma un attacco quotidiano a tutte le manifestazioni (macro e micro, fuori di noi e dentro di noi) che permettono, rafforzano, perpetuano il dominio del genere.
Parlo qui concretamente di individui che agiscono oppressione di genere, di ambienti che li proteggono, di silenzi che li legittimano, di scuse su scuse che ci tengono al riparo dalla decostruzione di noi stessi.
La pacificazione tra i generi (o meglio, qualsiasi tipo di pacificazione in qualsiasi tipo di conflitto) significherebbe solo ed esclusivamente la riaffermazione della legittimità del dominio della parte dominante.
Il dominio di genere, tra l’altro, non agisce unidirezionalmente secondo me: nel senso che anche i soggetti in posizione dominante sono modellati e ingabbiati dagli stereotipi, dall’assegnazione dei ruoli, dalla repressione sessuale (per citare qualche esempio) che il patriarcato agisce.
Per me liberarmi dal genere è un atto di sottrazione dall’esercitare oppressione su altrx, liberare me stesso dal giogo del patriarcato e attaccarne le manifestazioni strutturali.

Senza riportare integralmente le frasi vorrei fare un appunto su tutta la parte in cui si parla delle “nostre compagne” che vengono additate da alcunx come “sabotatrici dell’unità del movimento”.
Sono d’accordo con l’analisi qui espressa, ma credo anche che siano cose che “le nostre compagne” hanno la forza e la capacità di dire da sole (in effetti sono decenni che lo dicono).
La cosa rabbiosamente interessante sarebbe se accadesse che, ora che le ha scritte un uomo, il “movimento” le ascoltasse: questo non farebbe che riconfermare una volta di più il privilegio di potere che abbiamo.
Il solo fatto che delle compagne dichiarino che esiste un’oppressione anche dentro al movimento non basta, evidentemente, perché l’analisi femminista ha meno legittimità di altre analisi radicali. Questo è per me il punto da derimere.
Se lo dico io (o qualche altro compagno) e comincia ad essere presa in considerazione questa cosa, è forse la chiara prova dell’esistenza dei meccanismi di potere e gerarchie introiettati e mai distrutti dax anarchicx.
Il discorso “pro-femminista” (come viene definito questo tipo di atteggiamento/discorso di una fetta del movimento per esempio in Francia) anche se nelle intenzioni sono certo sia mosso da buona volontà, ha questa trappolina del non fare altro che dimostrare una volta di più l’esistenza del privilegio: chi viene ascoltatx e chi no, chi esprime “tesi politiche” e chi “mette in giro voci”.
In ogni caso, poi, non voglio parlare per bocca di nessunx altrx.
Scrivendo ciò che ho scritto, sono incappato io stesso in questo tranello, ne sono consapevole, ma scelgo di districarmi in questa contraddizione perchè non trovo giusto delegare esclusivamente alle sole compagne femministe il dibattito sull’oppressione di genere.
Forse, a questo proposito, dovremmo ragionare momenti e spazi separati (al maschile) per portare avanti parallelamente le nostre analisi sulla socializzazione, sull’oppressione agita-subita, sul desiderio, sulla sessualità, sui metodi di liberazione che vogliamo darci etc

Poco dopo c’è scritto Se un/una amicx e/o compagnx mi dice che “ho fatto una cazzata” mi aspetto che sia durx se l’ho feritx, se ho tradito la sua fiducia, se ho messo in pericolo la sua incolumità”.
Nulla da dire sulla valutazioni personali di chi scrive e sul suo non mettersi sulla difensiva (o per lo meno è così che leggo io questa parte del testo), ma vorrei ancora una volta porre l’accento sul linguaggio: fare una cazzata può voler significare una gamma così vasta di azioni (dall’azzardare una scommessa rischiosa allo stupro) che credo si utilizzi perché questa vaghezza si presta alla libera interpretazione.
Credo che dobbiamo cominciare a rivedere un po’ il nostro vocabolario perché se è vero che abbiamo imparato a riconoscere lo sbirro non come un funzionario pubblico a nostro servizio, ma come sicario di stato (per esempio) non abbiamo credo imparato a riconoscere la molestia sessuale, la violazione del consenso, lo stupro, la prevaricazione etc.
O, se le riconosciamo, non le nominiamo per quello che sono perché le parole hanno un peso, e utilizzarne di specifiche presuppone il posizionarsi di fronte a un atto compiuto.
Secondo me iniziare a chiamare le cose col loro nome e nominare le azioni degli individui col loro nome, ci aiuta nell’individuare il nemico.
Intendo “il loro nome” sempre per il vocabolario al quale io faccio riferimento riguardo a queste tematiche: quello che le analisi dei vari femminismi antiautoritari hanno prodotto nel tempo.
Visto che il linguaggio è convenzione per antonomasia, e la convenzione ha senso solo se condivisa, non mi aspetterei mai che TUTTX indichiamo le stesse cose con le stesse parole, ci mancherebbe.
E quando ci raccontiamo (lo facciamo??!) i nostri rispettivi mostri e le “cazzate” che agiamo, incoraggerei me stesso e tuttx a farlo dando dei nomi specifici ai comportamenti, così da trovarvi anche origini scatenanti e soluzioni specifiche.
A colorx qualx obietteranno che esiste già un dizionario e che “stupro” vuol dire “stupro” e non altro, proverò a dire che nel dizionario esiste anche la parola “libertà” e la parola “anarchia” e la parola “nichilismo”: questo significa che dobbiamo seguire i dettami semantico-linguistici dello Zanichelli?

A un certo punto, la parola che io ho forse inflazionato (privilegio) compare, ma in un contesto e attraverso un esempio che non è proprio quello che io avrei scelto:
La socializzazione del maschile deve molto alla diffusione di un’idea di uomo che dev’essere forte (anche nel senso di un atteggiamento di imperscrutabilità emozionale, oltre che di determinazione e di sicurezza di sé) e sessualmente attivo (e questo mette in una posizione di difetto chi non voglia o chi abbia meno possibilità in questo campo. Questo è ciò che si chiama privilegio, sapete?)
La frase fa riferimento ai meccanismi di competizione tra maschi che mettiamo in campo nei corteggiamenti nei confronti delle femmine che prediamo (parafrasando in maniera un po’ acidella!).
Io non avrei scelto questo esempio per parlare del privilegio di genere, benché credo che sia importante sottolineare che anche all’interno della categoria privilegiata vi sono sottogruppi marginali-minoritari dileggiati e oppressi a loro volta.
Nel mondo occidentale che io conosco un maschio bianco, etero, ricco, abile e giovane è certamente più privilegiato di un maschio etero, anziano, di pelle nera, povero, ma entrambi sono privilegiati (in maniere diversamente specifiche) nei confronti di una donna.
Lo stesso varrebbe per due donne con le caratteristiche dozzinali prima delineate nei confronti di un animale non umano, e così via.
Il privilegio, per me, non è una condizione assoluta, ma rintracciabile in un determinato contesto tra gli individui che vi si ritrovano ad agire. Lo stesso vale per l’oppressione: un individuo può essere perciò, secondo la mia analisi, sia agente di una specifica oppressione verso un altro individuo, sia a sua volta oggetto di oppressione da parte altrui nello stesso momento e nello stesso spazio.
Mi dà un po’ la nausea giocare con questi appellativi e identità consapevole che hanno dei corrispettivi veri e viventi. Mi scuso se la mia necessità esemplificativa urta la sensibilità di qualcunx per eccessivo cinismo. Ammetto che sto scegliendo la chiarezza (spero) a scapito dell’emozionalità.

Verso la fine si parla di relazioni di coppia. Di gelosia e di violenza.
L’organizzazione della relazione secondo il modello “coppia” (che costituisce una monade in cui i due individui si supportano quasi completamente e organizzano gran parte della loro vita assieme), l’attaccamento morboso all’altrx, la gelosia, la dipendenza emotiva, la violenza nelle sue molteplici forme (psicologica, emotiva, fisica) per preservare la stabilità relazionale.
A questo vorrei aggiungere che la violenza per me non è uno strumento neutro. Non ha senso (se non strumentale) parlare perciò di una violenza giusta o sbagliata o necessaria etc, ma bisogna contestualizzarla.
La violenza nelle relazioni di coppia eteronormate (contesto) non è neutrale né eguale tra le parti, come non è uguale la violenza esercitata da unx sbirrx verso unx manifestante o dax manifestante verso lx sbirrx. Il primo è in una posizione di privilegio e di potere, come un uomo è in una posizione di potere e privilegio nei confronti di una donna (all’interno della società patriarcale, vale ripeterlo).
Non è solo una questione di generale differenza biologica (più meno muscolatura) ma (anche) di educazione di genere: l’uomo è socializzato all’utilizzo virile della forza e alla competizione, la donna, all’opposto, al ruolo di cura e di sottomissione (e tutto ciò da secoli).
Inoltre potremmo citare il terrorismo di genere (femminicidi quotidiani, cultura dello stupro) le molestia di strada, mobbing lavorativo, stalking, dileggio, insulti (etc etc etc) come parametri che diano il senso dell’oppressione diffusa che la società patriarcale agisce sul “non-maschio-etero”.
Per me la violenza di unx oppressx che si ribella/reagisce/attacca/risponde contro il proprio oppressore non è paragonabile al suo contrario.
Chi si ostina a ripetere che “si vabbè ma anche lei mi ha dato uno schiaffo” non riconosce l’esistenza del patriarcato.
Chi si ostina ad equiparare la violenza delle due parti all’interno della coppia eteronormata (e non solo nella coppia) non riconosce l’esistenza del patriarcato.

Più avanti, quasi verso la fine del testo, si parla di sesso e sessualità attraverso una serie di domande che per me sono tutte interessanti, come è interessante la questione del “tabù” che aleggia spesso inviolato tra maschi (e nel misto) all’interno dell’ambito anarchico: non si parla di sessualità, non ci si racconta, non ci si confronta sui desideri, sui corpi, sulle proprie fantasie, sui propri errori, paure etc etc…
Un discorso che affronti la delicatissima questione della sessualità e dei rapporti sessuali non credo possa prescindere da un discorso quanto più approfondito possibile sul “consenso” e sugli esercizi per affinarlo. Il fatto che non venga nemmeno nominato un po’ mi spaventa.
Se è anche per me assolutamente necessario (ri)cominciare un discorso (pubblico, a tre, a piccoli gruppi, individuale) sulla sessualità, è necessario farlo secondo me con la piena consapevolezza che si va a camminare su un prato minato.
Questo perché il patriarcato usa la sfera della sessualità come arma, come ricatto, come strumento di assoggettamento: parlarne senza riconoscere che stiamo muovendoci in un campo di battaglia dove non tuttx abbiamo gli stessi privilegi, le stesse esperienze, la stessa sensibilità, rischia di ferire molto e in profondità tante persone.
Mi preme rimarcare l’attenzione sul consenso come pratica basilare per ricominciare a parlare di “liberazione sessuale”, come ad un certo punto si fa nello scritto.
Ma non voglio fare qui (sempre che ne avessi le capacità) un discorso articolato su cosa sia per me il consenso, come si impari a rispettare quello altrui, a capire il proprio; come riconoscere le violazioni, come sviluppare ed affinare l’empatia etc…magari un prossimo testo a più mani??

In conclusione il testo parla degli “scazzi” in seno al movimento anarchico.
Qui credo si potrebbe aprire una voragine di discussione interminabile, si potrebbero scrivere libri o più semplicemente prender su e andarsene altrove.
Io voglio solo affermare con quanta più chiarezza mi sia possibile che se io, in determinati atteggiamenti, discorsi, pratiche, scritti, immaginari vedo delle forme di oppressione e altrx invece vedono “dei caratteri personali diversi”, non parliamo di scazzi, ma di paradigmi diametralmente opposti. Opposti riguardo alla vita, alla lotta, alla liberazione, all’oppressione, all’anarchia.
Abbiamo analisi diverse (quando non diametralmente opposte) di cosa è oppressione e cosa no e priorità differenti.
Iniziando a scrivere dicevo che non faccio riferimento a nessun movimento anarchico perché non mi ci riconosco: questo non significa che però non lo conosca o non ne riconosca l’esistenza.
Significa anche che non è il contenitore all’interno del quale mi colloco e mi riconosco o per il quale parlo/scrivo, così come non parlo di “anarchia” ma della “mia anarchia”.
Questo perchè, senza sentirsi speciali, non legittimo categorie o concetti oggettivi. Assoluti.
L’anarchia di unx compagnx che vede in uno stupro una “forzatura” o una “cagata” non è la mia anarchia. Lxi non è unx mix compagnx.
Io non vedo nell’unità del movimento un valore positivo in sé (anzi!) perchè riconosco che l’omologazione e/o uniformità sono dei meccanismi di coesione sociale fondati e generatori di privilegio, potere, autorità e delega.
Dico questo perché vedo l’omologazione come un “uniforme a”, cioè una tendenza all’essere conseguenti a un modello di riferimento. Il modello di riferimento non è però un modello che viene liberamente definito dalla somma dei desideri e tensioni degli individui componenti del gruppo, ma è, per la mia esperienza, il modello dominante accettato ed elevato a volto collettivo.
Laddove anche potesse esistere un’uniformità assolutamente orizzontale non la troverei comunque interessante, perché è nella differenza e dell’unicità che trovo fonte di ricchezza ed energia.
Organizzarsi secondo affinità, per me, non significa organizzarsi e sentirsi vicinx a chi si “definisce” come me, ma a chi, attraverso l’esperienza diretta, riconosco come affine.
Coloro che temono che le critiche interne indeboliscano il movimento danno più importanza alla forza dell’unità piuttosto che alla gioia e libertà del singolo, esattamente come la famiglia sacrifica la gioia, la libertà, l’autodeterminazione dex figlx per la propria coesione (o per il proprio onore).
Per me è tutto estremamente semplice: non tuttx vogliamo la stessa cosa.
E mi pare logico perciò, benché vomitevole, che chi è dispostx a sacrificare la felicità e la libertà del singolo per la grandezza dell’ideale collettivo, veda come attacchi che “minano l’unità del movimento” le critiche femministe sul privilegio.
E, conseguenti a questa visione, si adoperano per screditare, annullare, invisibilizzare queste dissidenze.
Lo ritengo logico sì, però non lo accetto. Così come ritengo logico che il capitale distrugga una foresta per del carbone o si allevino tacchini per essere trucidatx. Ma non lo accetto. E lo combatto.
Chi vede, di contro, nell’affermazione dell’unità del movimento un attacco alla propria identità/vita/critica/desiderio/sensibilità, è ovvio che reagisca.
Ecco che qui ritornano le categorie distinte e in lotta tra loro.
Lo scazzo sottintende per me una percentuale di incomprensione.
Per me non è vero che non ci si capisce su un tema e se si arrivasse a capirsi saremmo tuttx più felicx e forti nel raggiungimento di un luminoso fine comune; è più vero che non abbiamo lo stesso fine e perciò confliggiamo.
Non chiamiamoli scazzi, ma conflitti.

Un accenno al linguaggio a questo punto del testo su un termine utilizzato, laddove si scrive “basta isterismi a difesa della normalità e del quieto vivere”.
Anche se, come credo si sarà capito, sono d’accordo con l’appello, il termine isterismi, che richiama alla patologia dell’isteria è profondamente sessista: la parola deriva infatti dal greco hysterion ossia malattia dell’utero, perciò quanto di più chiaramente misogino si possa immaginare.
Inoltre non vorrei avallare il concetto di “malattia mentale”, sul quale si fondano molte offese ed espressione mattofobiche del nostro vocabolario.
E qui concludo con l’ultima critica alla frase Ogni contributo è utile in questo momento, su qualsiasi piano esso intervenga. Ma non dobbiamo dimenticare che tutti questi piani esistono insieme e che sono collegati, e che prima o poi bisognerà interessarcene o la questione ci investirà improvvisamente, magari con violenza”.

La questione ci ha già investito, da un pezzo!
L’impreparazione con la quale si stanno affrontando le dinamiche di oppressione di genere interna al movimento o agli spazi antiautoritari che attraversiamo, credo sia responsabilità di tuttx.
In generale tuttx noi che subordiniamo (o abbiamo subordinato per lungo tempo) il discorso di genere a tutte le altre lotte “più importanti”.
In generale tutti noi che non ammettiamo e non indaghiamo i nostri privilegi garantiti dal patriarcato.

Ed ecco il senso ultimo di questo scritto, dire chiaro e tondo che no, non stiamo tuttx dalla stessa parte: c’è chi, come coloro ax qualx il compagno che ha scritto il testo che ho sezionato dedica lo scritto, che si interrogano e agiscono e vogliono cambiare radicalmente se stessx e c’è chi non gliene frega proprio nulla (anche questa dicotomia è sommaria e grossolana, me ne rendo conto, ma è volutamente provocatoria).
Non mi sembra assurdo constatarlo. Benché mi avvilisca un pò, non distrugge (non più) nessuna aspettativa.
Il problema che il rifiuto da parte di queste persone di affrontare o addirittura di negare l’esistenza stessa di meccanismi di oppressione di genere, fa sì che chi non gode dei suoi stessi privilegi soffra e sia ostacolatx nella strada della liberazione.
Non sono scazzi, ma conflitti aperti.
Forse non ho mai scritto di getto così tante parole, di certo mai in questo modo. Mi auguro che la finalità dei miei discorsi sia chiara e che il compagno che ha scritto il testo apprezzi questo contributo: io ho apprezzato molto il suo.
Sarebbe ingiusto tra l’altro restituire un’idea di un testo molto lungo con quelle poche frasi taglia-e-cuci che ho riportato: ci sono tante parti del testo che ho condiviso e che mi ha fatto piacere leggere.
Come al solito ci si concentra sui punti di contrarietà, piuttosto che di affinità!
Spero di non aver trasmesso al compagno alcun senso di competizione, che, davvero, non sento mentre scrivo.
In generale sono contento di vedere che qualcosa, nelle nostre teste, dalle nostre lingue (parlo qui di compagni socializzati uomini) si sta muovendo.
Consapevole che sul piano della retorica potrà essere demolita ogni singola virgola di quanto ho scritto, spero che questo testo colpisca là dove desidero: nella pelle e nel cuore di chi si mette in discussione e contro il piedistallo di granito di chi dorme sempre tranquillo.

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Italia – Recuento de la audiencia del 8 de noviembre “Operación Pánico” y actualización de la situación del compañero Paska https://roundrobin.info/2018/11/italia-recuento-de-la-audiencia-del-8-de-noviembre-operacion-panico-y-actualizacion-de-la-situacion-del-companero-paska/ Tue, 13 Nov 2018 00:17:15 +0000 https://roundrobin.info/?p=10610 El jueves 8 de noviembre tuvo lugar la tercera audiencia de la Operación Pánico. Cómo sucedió, no lo sabemos y al final no nos importa demasiado. Los hechos se comentarán por su cuenta. En la sala estaba Giova, Ghespe y Paska, unx de lxs acusadxs, y una audiencia de compañerxs. Tan pronto como comenzó la … Read more Italia – Recuento de la audiencia del 8 de noviembre “Operación Pánico” y actualización de la situación del compañero Paska

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El jueves 8 de noviembre tuvo lugar la tercera audiencia de la Operación Pánico. Cómo sucedió, no lo sabemos y al final no nos importa demasiado. Los hechos se comentarán por su cuenta.

En la sala estaba Giova, Ghespe y Paska, unx de lxs acusadxs, y una audiencia de compañerxs. Tan pronto como comenzó la audiencia, Paska pidió la palabra, a través de su abogado, para leer una declaración. Llegó a la sala con los signos de la paliza en la prisión de La Spezia esa misma mañana, antes de su traslado a Florencia.

Comenzó a leer su declaración, que comenzó diciendo la paliza de lxs guardias, pero el juez ordenó de inmediato que se apagara el micrófono, diciendo que lo que estaba diciendo no era pertinente para el juicio, que no era el lugar competente para denunciar e informar de esos hechos y basura similar. Paska, sin embargo, continuó leyendo, alzando la voz, pero fue arrastrado por lxs infames guardias, que intentaron arrebatarle los papeles, confinándolo en el sótano de la corte.

Lxs compañerxs presentes y lxs acusadxs se levantaron protestando ruidosamente, y en respuesta el juez expulsó a la audiencia de la sala de audiencias. En ese momento, lxs acusadxs también salieron a confrontar a los demás, mientras que el abogado de Paska pidió que lo readmitieran en la sala del tribunal, incluso en la jaula si era necesario, y recordó que su cliente había estado en huelga de hambre durante varios días, para protestar contra las condiciones de su detención y solicitar el traslado a otra prisión.

Obviamente, eso no le importaba mucho al juez, y ordenó a Paska que permaneciera encerrado en las celdas subterráneas. Lxs acusadxs regresaron a la sala del tribunal para leer una breve declaración, afirmando que el juez también es cómplice de los malos tratos a Paska en prisión, reafirmando la solidaridad con lxs otrxs tres presxs y el deseo de no continuar asistiendo a la audiencia. El juez intentó detener esto casi de inmediato, hablando por encima del compañerx que estaba leyendo la declaración, a la que lxs imputadxs abandonaron el tribunal de forma permanente.

Sabemos que poco después de que Giova y Ghespe también pidieran que se lo llevaran, esto podría haber hecho que el juez lo repensara, porque llamó a Paska para preguntarle si quería volver a la sala del tribunal. El compañero asintió, y también Giova y Ghespe. Lxs compañerxs acusadxs, por otro lado, permanecieron fuera de la corte, donde algunxs improvisaron una breve protesta cerca de la puerta de entrada, y luego se reunieron con los demás, esperando saludar a sus compañerxs al final de la audiencia. Pero esto no fue posible, porque lxs tres, al final del juicio, fueron trasladadxs apresuradamente a las camionetas móviles que hicieron un camino en la dirección equivocada para no pasar frente a lxs compañeros, pero ya saben, la miseria humana de lxs guardias, no tiene fronteras.

El día terminó con un recorrido por el distrito de Sant’Ambrogio y un banquete en una plaza del mismo barrio.

A expresar la solidaridad activa con Giova, Paska y Ghespe es, en este momento, cada vez más urgente, recuerden que Paska ha estado en huelga de hambre desde el 5 de noviembre, y es nuestro trabajo hacerle sentir nuestro apoyo y nuestra complicidad.

El domingo 18 de octubre, a partir de las 15:00 horas, estaremos bajo la prisión de La Spezia.

¡Deportivxs y cabreadxs!

fonte: instintosalvaje.org


Actualización de Paska (10 \ 11 \ 18)

Paska nos hizo saber que fue trasladado a confinamiento solitario y que permanecerá allí durante 15 días, cuando esté cerrado, solo tendrá media hora de patio al aire libre, el resto del tiempo que pasa solo en la celda, al momento de trasladarse siempre tiene una escolta de 2 ó 3 guardias y las conversaciones las hacen por separado, con la puerta abierta y las guardias en la puerta. Tiene muestras obvias frente a la paliza justo antes de la audiencia del 8/11, que trató de declarar ante el tribunal, pero el juez le impidió que lo hiciera de manera perentoria para que lo sacaran lxs guardias. Intentó informar sobre los golpes (recibió golpes duros tanto en la cabeza como en la espalda) pero el médico no informó nada, por lo que intenta solicitar una prohibición para reunirse con médicos y enfermeras.

A pesar de esto, Paska continúa y sigue luchando con la cabeza bien en alto.

Invitamos a la protesta bajo la prisión de La Spezia el 18 \ 11 \ 18 a las 15:00.

PASKA LIBRE Y DEPORTIVO.

fonte: instintosalvaje.org

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Indonesia – Aggiornamento sul processo contro i detenuti di Yogyakarta https://roundrobin.info/2018/11/indonesia-aggiornamento-sul-processo-contro-i-detenuti-di-yogyakarta/ Tue, 13 Nov 2018 00:10:10 +0000 https://roundrobin.info/?p=10608 Aggiornamento sui detenuti anarchici a Yogyakarta, per adesso stanno bene come ci si poteva attendere. Anche se il compagno BV sta registrando difficoltà respiratorie, però inizia a star meglio. Il processo sarà molto lungo, soprattutto per i compagni BV, AM e W. Per quelli che il processo è iniziato l’8/11/2018, hanno già affrontato la fase … Read more Indonesia – Aggiornamento sul processo contro i detenuti di Yogyakarta

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Aggiornamento sui detenuti anarchici a Yogyakarta, per adesso stanno bene come ci si poteva attendere. Anche se il compagno BV sta registrando difficoltà respiratorie, però inizia a star meglio.

Il processo sarà molto lungo, soprattutto per i compagni BV, AM e W. Per quelli che il processo è iniziato l’8/11/2018, hanno già affrontato la fase dibattimentale (difesa dell’imputato), e ricevuto dal P.M. la richiesta della pena massima di 10 mesi al processo del 1° novembre 2018, al tribunale distrettuale di Sleman. Attualmente si trovano detenuti nel carcere di Cebongan, Sleman, in attesa della successiva udienza, che ha in programma la consegna del verdetto per il 22/11/2018.

Continueremo a tenervi aggiornati con ulteriori sviluppi.

FINCHÉ TUTTI SARANNO LIBERI

fonte: infernourbano.altervista.org

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La pozzanghera e l’oceano https://roundrobin.info/2018/11/la-pozzanghera-e-loceano/ Tue, 13 Nov 2018 00:03:57 +0000 https://roundrobin.info/?p=10606 Un antico dilemma. Aprirsi ai possibili complici sconosciuti di cui si dà per certa (o si ipotizza, o anche solo si auspica) l’esistenza fuori dell’uscio di casa, oppure chiudersi in compagnia dei proverbiali quattro gatti che già si conoscono e che godono della propria fiducia? Si tratta di una scelta che va ben al di … Read more La pozzanghera e l’oceano

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Un antico dilemma. Aprirsi ai possibili complici sconosciuti di cui si dà per certa (o si ipotizza, o anche solo si auspica) l’esistenza fuori dell’uscio di casa, oppure chiudersi in compagnia dei proverbiali quattro gatti che già si conoscono e che godono della propria fiducia? Si tratta di una scelta che va ben al di là delle singole attitudini caratteriali, così come della valutazione dei rispettivi pro e contro, ma coinvolge le proprie aspirazioni, i propri sogni. Non tanto un’opzione strategica da calcolare, quanto una prospettiva umana da vivere. Ciò detto…
A tarpare le ali ad ogni tensione utopica nell’ultimo decennio è piombato il flagello della comunellanza politica, l’infettante convinzione che per nuotare nell’oceano sociale sia obbligatorio alleggerire il più possibile il proprio bagaglio rivoluzionario al fine di renderlo più galleggiante, sia necessario porgere il microfono ad esperti possibilmente di fama per farsi prendere sul serio da masse a digiuno di aspirazioni radicali, sia doveroso insomma correre dietro alla gggente per blandirla ed ottenerne i favori (il tutto facendo da sponda a chi ha sempre affossato le idee antiautoritarie).
L’allegra adozione di questa tattica opportunista ha contribuito non poco alla quasi estinzione dell’anarchismo più iconoclasta, il quale si è visto svuotare di buona parte del proprio contenuto non dall’intervento esterno, bensì da quello interno. Tale scelta (che di scelta si tratta, presa da alcuni con piena cognizione di causa, non di abbaglio) da parte di alcuni illuminati sulla via di Venaus ha provocato in altri anarchici una forte reazione allergica di segno diametralmente opposto, che si manifesta nel netto rifiuto di ogni possibile apertura verso l’esterno. No, gli anarchici non devono cercare altri, devono bastare a se stessi, punto. Ed essendo innegabile che l’insurrezione e la rivoluzione sono fatti sociali e in quanto tali necessitano soprattutto della partecipazione di altri, beh, allora tanto peggio per queste cariatidi concettuali del passato. Vorrà dire che gli anarchici moderni non devono più desiderare la distruzione di ogni potere, non devono più riflettere sulle possibilità di abbattere lo Stato, devono avere occhi e cuore solo per la rivolta individuale, solo per l’insorgenza di pochi (non) eletti contro un’autorità ritenuta ormai ineluttabile ed invincibile non solo dai grandi e piccoli servi del dominio, ma anche da questi loro nemici.
Che bizzarro paradosso! Cittadinismo sovversivo e solipsismo nichilista, pur nella loro asimmetrica distanza, partono dal medesimo presupposto condiviso come punto di partenza: la convinzione che nell’oceano sia possibile nuotare esclusivamente a stile compromesso. C’è chi si butta e chi no, preferendo rimanere nella pozzanghera. Chi fa di tutto per apparire bello e buono, e chi fa di tutto per apparire brutto e cattivo. Si tratta di una alternativa che ha fatto strage fra compagne e compagni, come dimostra l’emergere di categorie in sé pressoché insulse come «anarchismo sociale» o «anarchismo d’azione», rimasticature di vecchie suddivisioni già inutili in altra epoca. Alternativa che però non desta in noi il minimo interesse ed in cui non intendiamo trovare spazio, non essendo appassionati né di assemblee (che troviamo il più delle volte disprezzabili) né di eremi (che troviamo non di rado noiosi).
Questione di prospettive. La nostra rimane quella della distruzione di ogni autorità, la cui premessa è una scintilla insurrezionale che va cercata con ostinazione. Nell’oceano, quindi, non nella pozzanghera. Andare alla ricerca di possibili complici, sì, ma a partire dalle nostre idee e solo da quelle. Non per atto di fede o per attaccamento ideologico, come amano commentare i pragmatici babbei, ma semplicemente perché non riusciamo davvero a credere al loro «dogma»; e cioè che si possa arrivare all’autonomia attraverso la sudditanza. Il fine indica i mezzi, i mezzi contengono e giustificano il fine.
Inutile farci notare che le condizioni sociali non sono favorevoli, che non c’è nulla di radicale da attendersi dalle enormi mandrie contemporanee di portatori di smartphone, che l’assuefazione sociale alla droga del potere ha raggiunto livelli tali da rendere materialmente impossibile un’insurrezione oggi. Ciò non giustifica a nostro avviso né il ricorso al salvagente della politica, né la bandiera tirata sugli occhi a mo’ di sudario.
In primo luogo perché, come dovrebbe essere ben noto, le esplosioni sociali sono come ladri nella notte: irrompono senza farsi annunciare. Se sotto forma di sommossa più o meno prolungata, di insurrezione, o di guerra civile, dipenderà dagli avvenimenti (e quindi in parte anche dalla nostra capacità di influenzarli).
Poi, perché abbiamo sempre pensato che debbano essere i desideri sovversivi a travolgere e a trasformare la realtà imposta, e non la realtà imposta a formare e a mitigare i desideri sovversivi. Ecco perché lasciamo ad altri la preoccupazione di fare esclusivamente ciò che sembra loro possibile, preferendo dedicarci ad azzardare quanto può sembrare impossibile.
Quanto alla presunta refrattarietà generalizzata nei confronti delle idee anarchiche, ci domandiamo fino a che punto ciò corrisponda a un dato di fatto o sia piuttosto un comodo alibi per giustificare la propria indolenza. Troviamo comunque buffo che in un momento in cui la fiducia nei partiti politici ha toccato i suoi minimi storici, al punto che molti orfani di ideologie emancipatrici si affrettano a saccheggiare l’arsenale teorico anarchico (magari tentando di farlo passare per farina del proprio sacco), siano proprio i sedicenti nemici dello Stato a provare imbarazzo davanti alla possibilità di esprimere a voce alta le proprie idee. Imbarazzo che li porta a seguire la ruota altrui contando sullo sprint finale, oppure a rimanere zitti con la testa imbottita di nulla non-creatore. Ma se non sono gli anarchici a far risuonare bestemmie nelle orecchie di chi finora ha udito solo preghiere, chi altri mai potrà farlo? È questo che troviamo incomprensibile, negli uni come negli altri.
Sul versante cittadinista: a meno di credere all’esistenza di un meccanismo storico determinista che porterà sempre e comunque nella giusta direzione, al tonto «anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia», quanto putridume etico e quanta idiozia intellettuale sono necessari per accantonare le idee anarchiche e fare da megafono a quelle autoritarie? Così facendo si finisce per applicare in anticipo, senza rivoluzione, la delirante teoria marxista del periodo di transizione. Ovvero quella fase storica di pacifica coesistenza fra pressione autoritaria e tensione libertaria che dovrebbe sfociare nell’estinzione dello Stato. Una vera e propria barzelletta logica e storica, una favoletta per bimbi. Davvero si pensa che il modo migliore per abbattere domani il potere sia quello di porsi oggi al servizio dei suoi aspiranti futuri amministratori, invitando gli sfruttati ad esserci per correggere e migliorare le istituzioni?
Sul versante solipsista: i primi nichilisti conosciuti nella storia, quelli russi della fine dell’Ottocento, si trovavano in condizioni favorevoli, loro? Primi sovversivi di un paese sconfinato — dove regnava una rassegnazione atavica secolare, dove un centinaio di milioni di contadini spesso analfabeti inanellava preghiere a Dio e allo Zar, dove pressoché nessuno conosceva le idee radicali — non si misero ad imprecare contro l’ignoranza del popolo che impediva oggettivamente l’avvento della liberazione, né si chiusero nei loro cenacoli per rimanere in poca ma buona compagnia. Uscivano di giorno per diffondere il più possibile le proprie idee fra chi stava in basso, ed uscivano di notte per attaccare il più possibile chi stava in alto. I nichilisti moderni, no. Mirano ai loro nemici in alto, ma non si degnano di cercare complici in basso. Perché, a loro avviso, non ne esistono. Il loro striminzito mondo non va oltre il proprio naso: l’umanità si divide in servi dello Stato più o meno indegni, ed in anarchici più o meno degni. Su un punto almeno, i reazionari di ogni sorta avrebbero perciò ragione: la rivoluzione è morta, lo Stato dominerà in eterno. Ineffabile malinconoia.
No, grazie. Parlare solo fra noi, di noi, per noi, non ci interessa. Parlare con quasi chiunque scodinzolando utilizzando indifferentemente il nostro linguaggio e quello altrui, ci ripugna. Non si tratta di rivolgersi agli altri con l’ambizione di convertirne o arruolarne il maggior numero possibile; l’intento è di prendere appuntamento con qualcuno di loro, con chi non si lascia scorrere addosso le nostre parole ma ne avverte qualche risonanza. I partiti sono sempre stati marci ed impotenti, i movimenti lo sono diventati. Ma le singole individualità non hanno bisogno di feticci collettivi, hanno bisogno di incontrarsi e conoscersi.
Immergersi nelle acque dell’oceano significa allora diffondere le proprie idee il più possibile, senza soffocarle con slogan da corteo o un gergo da accademia. Significa affrontare argomenti che potenzialmente toccano chiunque. Significa guardare dritti negli occhi gli sconosciuti che si potrebbero incrociare, senza sorridere per adescarli e senza ringhiar loro addosso per spaventarli. L’oceano è enorme, al suo interno non vi sono soltanto politicanti, funzionari, bottegai, accademici, periti, giornalisti, preti, militanti. Tutti costoro vanno tenuti alla larga, con rigore. E qualora si avvicinino troppo, vanno affondati.
Ma perché precludersi la possibilità di imbattersi in altri esseri umani in preda ad una rabbia che, se non è esattamente la nostra, è non di meno simile?

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Italien – Aktualisierung über Paska vom 10 11 2018 https://roundrobin.info/2018/11/italien-aktualisierung-uber-paska-vom-10-11-2018/ Mon, 12 Nov 2018 23:26:53 +0000 https://roundrobin.info/?p=10600 Paska hat uns wissen lassen dass er im Einzelhaft auf geschlossenen Regime für die nächsten 15 Tage verschoben worden ist. Er hat nur eine halbe Stunde Zugang zur Luft. Er verbringt die restliche Zeit allein in der Zelle. Für die Ortwechslungen ist er immer von 2 3 Wärter begleitet und die Gespräche führt er separat, … Read more Italien – Aktualisierung über Paska vom 10 11 2018

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Paska hat uns wissen lassen dass er im Einzelhaft auf geschlossenen Regime für die nächsten 15 Tage verschoben worden ist. Er hat nur eine halbe Stunde Zugang zur Luft. Er verbringt die restliche Zeit allein in der Zelle. Für die Ortwechslungen ist er immer von 2 3 Wärter begleitet und die Gespräche führt er separat, mit offener Tür und mit dem Wachposten auf der Türe.
Er hat deutliche Zeichen von den Schlägen die er kurz davor der Sitzung vom 8/11 erlitten hat.
Er hat es versucht im Gerichtssaal zum angeben jedoch vom Richter verhindert welcher unumstößlich den Wachmänner befehlt hat, ihm aus dem Saal raus zu schmeißen.
Er hat versucht vom Arzt sich die Prügel zu berichten lassen (er hat harte Schläge sowohl am Kopf als auch am Rücken bekommen) aber der Arzt hat gar nichts zugetragen. Deswegen meint er den Treffverbot mit den Ärzte und Krankenpfleger zu fragen.
Nichtsdestotrotz Paska haltet durch und führt mit erhobenen Kopf weiterhin seine Kämpfe.
Wir erneuen wieder die Einladung zur Kundgebung unter den Gefängnis
in La Spezia am 18/11/2018 um 15.00 Uhr.
EIN FREIER UND SPORTLICHER PASKA.

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Italia – Paska en huelga de hambre https://roundrobin.info/2018/11/italia-paska-en-huelga-de-hambre/ Mon, 12 Nov 2018 18:44:18 +0000 https://roundrobin.info/?p=10598 Paska està en huelga de hambre desde el lunes 5 de Noviembre. Ya hace tiempo decidiò de no agachar la cabeza delante de la violencia de la carcel. Por esto las guardias le dieron una paliza el 8 antes de ser transportado a Firenze para el juicio de “Operaciòn Panico”. El domingo 18 de Noviembre … Read more Italia – Paska en huelga de hambre

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Italia – Paska en huelga de hambre
Paska està en huelga de hambre desde el lunes 5 de Noviembre.
Ya hace tiempo decidiò de no agachar la cabeza delante de la violencia de la carcel.
Por esto las guardias le dieron una paliza el 8 antes de ser transportado a Firenze para el juicio de “Operaciòn Panico”.
El domingo 18 de Noviembre estaremos à La Spezia delante de la carcel donde està encerrado.
En solidaridad con el y los otros detenidos, contra la carcel y quien beneficia de ella.

Que broten las flores de la acciòn
Que se agrieten los muros y las rejas por las raices

Libertad para Giova,Ghespe,Paska. Libertad para todxs
Fuego a este mundo de prisones

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