Round Robin https://roundrobin.info Diario di bordo nella tempesta sociale Tue, 17 Jul 2018 10:27:50 +0000 it-IT hourly 1 https://roundrobin.info/wp-content/uploads/2017/10/cropped-round-robin-info-32x32.jpg Round Robin https://roundrobin.info 32 32 Claudio Lavazza trasferito https://roundrobin.info/2018/07/claudio-lavazza-trasferito/ Tue, 17 Jul 2018 10:22:47 +0000 https://roundrobin.info/?p=9091 riceviamo e diffondiamo: L’anarchico prigioniero Claudio Lavazza (in carcere in Spagna dal 1996) è stato trasferito da una decina di giorni in un carcere di massima sicurezza della regione parigina. Il trasferimento, che Claudio auspicava, è dovuto alla celebrazione del processo definitivo per fatti di cui Claudio è imputato in Francia dagli anni Ottanta; una volta celebrato il processo Claudio sarà riportato in Spagna perché finisca di scontare la pena residua che gli rimane in quel Paese. Quando ci saranno ulteriori aggiornamenti, ne daremo notizia. Contro tutte le galere!

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riceviamo e diffondiamo:

L’anarchico prigioniero Claudio Lavazza (in carcere in Spagna dal 1996) è stato trasferito da una decina di giorni in un carcere di massima sicurezza della regione parigina. Il trasferimento, che Claudio auspicava, è dovuto alla celebrazione del processo definitivo per fatti di cui Claudio è imputato in Francia dagli anni Ottanta; una volta celebrato il processo Claudio sarà riportato in Spagna perché finisca di scontare la pena residua che gli rimane in quel Paese.
Quando ci saranno ulteriori aggiornamenti, ne daremo notizia.
Contro tutte le galere!

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Il Sole e gli avvoltoi https://roundrobin.info/2018/07/il-sole-e-gli-avvoltoi/ Tue, 17 Jul 2018 10:18:36 +0000 https://roundrobin.info/?p=9089 Il Sole e gli avvoltoi Che la «vita urgente» di certi anarchici finisca col diventare l’investimento prorogabile di certi autoritari, per lo più scrittori, non è purtroppo una novità. Finché sono in vita, i primi possono e sanno difendersi da soli dai secondi. Ma dopo la loro morte, quando attorno alle loro spoglie inizieranno a … Read more Il Sole e gli avvoltoi

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Il Sole e gli avvoltoi

Che la «vita urgente» di certi anarchici finisca col diventare l’investimento prorogabile di certi autoritari, per lo più scrittori, non è purtroppo una novità. Finché sono in vita, i primi possono e sanno difendersi da soli dai secondi. Ma dopo la loro morte, quando attorno alle loro spoglie inizieranno a volteggiare gli avvoltoi, chi mai li difenderà? Chi, se non i loro stessi compagni?
Martín Caparrós è l’avvoltoio che da anni banchetta sui resti di Soledad Rosas ed Edoardo Massari, i due anarchici suicidati dallo Stato italiano nel 1998. Sulla loro vicenda ha scritto un libro, pubblicato in Argentina nel 2003. Da questo libro l’industria cinematografica ha deciso di trarre un film, la cui regia è stata affidata niente meno che alla figlia del presidente della Repubblica argentina. Ma le riprese del film stanno subendo notevoli ritardi. Alla vista degli avvoltoi, c’è sempre qualcuno che mette mano ai sassi. Ora, in occasione del ventennale di quella tragedia, questo libro conosce anche la prima edizione italiana, per i tipi dell’Einaudi. Ed i sassi continuano a volare.
Cosa che non può che farci piacere, giacché certe memorie vanno coltivate. Ma coltivate fino in fondo, senza lasciare qualche scheletro scomodo in fondo all’armadio. Fra lo stormo di avvoltoi, non è sufficiente prendere di mira l’esemplare più grosso e appariscente. Bisogna puntare anche su quelli minori che lo accompagnano e lo aiutano nel suo necrofilo affare. Se nel presente si tratta di troupe cinematografiche ed editori, nel passato si è trattato di anarchici. Perché all’epoca Caparrós non si era affatto infiltrato fra gli anarchici, sfruttando la loro buona fede per carpire materiale riservato. No, da alcuni è stato accompagnato ed aiutato, in piena consapevolezza, per calcolo politico. E da questi alcuni, che hanno accarezzato per lungo tempo l’idea di pubblicare loro stessi questo infame libro, è stato difeso.
Per farla finita con le comode rimozioni e le nauseabonde ipocrisie, ripubblichiamo quindi un testo collettivo redatto all’inizio di dicembre del 2003.

Un romanzetto facile, un giornalista invadente e i pettegoli dell’anarchia

Queste riflessioni provengono da persone e realtà con percorsi diversi tra loro, idee e pratiche talvolta distanti, che non hanno da difendere nessuna “corrente” o “posizione” a scapito di altre. Le critiche che seguono non hanno per oggetto una particolare “area”, quanto le complicità in un metodo insulso che hanno permesso di trasformare la vita di una compagna in un orrendo gossip.
Ci preme sottolineare questo aspetto perché vorremmo che la questione fosse affrontata, non diciamo con serenità, che sereni non lo siamo affatto, ma almeno con lucidità e onestà; per scongiurare in anticipo quegli usuali e prevedibili arroccamenti in schemi precostituiti che servono soltanto a chi vuole sottrarsi alla sostanza delle critiche travisandone il senso reale e riducendole a una sorta di competizione che esiste soltanto nella testa di chi ha un qualche interesse politico o di parte da difendere.
Era l’11 luglio 1998 quando Maria Soledad Rosas si impiccò nella casa in cui era agli arresti domiciliari. Pochi mesi prima, il 28 marzo, anche Edoardo Massari, Baleno, suo compagno e coimputato, era stato trovato impiccato in una cella del carcere Le Vallette di Torino. Entrambi, insieme a Silvano Pelissero, erano accusati di aver ostacolato con alcuni attentati in Val Susa quel progetto di morte e distruzione chiamato Treno ad Alta Velocità.
Tutta la vicenda è sufficientemente nota, pertanto non ci soffermeremo su di essa, dando per scontato che chi ha tra le mani questi fogli non abbia dimenticato.
Senza dubbio avremmo preferito parlare di questa vicenda in altri termini, molti sono gli aspetti che meriterebbero attenzione: l’Alta Velocità continua a minacciare la Val Susa, l’opposizione e la resistenza degli abitanti permane, così come continua a vivere la passione di Edo e Sole nell’inimicizia verso un mondo che considera uomini e territori nient’altro che ostacoli all’accumulazione di capitale.
Ma la ragione che ci ha spinto in questa sede a ritornare sull’argomento è, nostro malgrado, di tutt’altra natura: essa consiste nella recente pubblicazione, in Argentina, di una biografia-romanzo su Soledad, e ancor più nel fatto che tale pubblicazione sia stata resa possibile dalla collaborazione di alcune persone che qui in Italia hanno ospitato l’autore-giornalista, lo hanno accompagnato e rifornito di tutte le informazioni e indiscrezioni di cui una simile operazione aveva bisogno.
Non ci dilungheremo sul contenuto di tale libro. Daremo soltanto qualche notizia che permetta di capirne il taglio a chi non ha la possibilità di leggerlo (esso è infatti disponibile, fortunatamente, soltanto in lingua spagnola; e auspichiamo che a nessuno venga la malsana idea di distribuirlo e tantomeno di pubblicarlo in italiano – il seguito di queste righe ne esplicherà le ragioni).
L’autore del testo, per la cronaca, è un certo Martín Caparrós, affermato giornalista argentino, ex direttore di numerose riviste mensili sui più svariati argomenti, autore di molti racconti, saggi, romanzi, ecc. Un noto giornalista di sinistra, tutto qua – né ci interessa saperne di più.

Il titolo del libro in questione, Amor y anarquia, è un titolo da romanzetto facile e avvincente, che ben rispecchia il taglio con cui è stato scritto, capace di attirare lettori alla ricerca di un miscuglio di amore, disagio adolescenziale, trasgressione e di qualche lacrima. Il suo sottotitolo, La vida urgente de Soledad Rosas 1974-1998, richiama subito il fatto che in questo libro si parla di una vita vera, quella di Sole, ignara eroina di questa biografia romanzata, e accanto a lei vediamo raccontati Baleno, Silvano e tanti degli altri compagni con cui ha condiviso i suoi pochi mesi in Italia, molti dei quali, per quanto vivi, altrettanto ignari della propria notorietà.
Cos’è che muove Caparrós? La sua pretesa dichiarata è quella di capire e di spiegare al suo vasto pubblico, come mai può capitare che la rampolla di una buona famiglia di Buenos Aires finisca la sua vita impiccata nei dintorni di Torino, «accusata di essere la terrorista più pericolosa d’Italia». Ed è per spiegare questo “arcano” che costui si documenta – e documenta i suoi lettori – su come andava Soledad a scuola, sul rapporto con la famiglia, sulla fine della sua verginità (non ci credete? Caparrós racconta con chidovequando, e condisce il tutto con qualche avvincente particolare). Con quella pazienza infinita che contraddistingue solo cronisti e poliziotti, costui accumula testimonianze su testimonianze, ritrova vecchi amici, fidanzati abbandonati, parenti e stallieri. Chiacchiera amabilmente con tutti, intervista chi sei disposto a farsi intervistare – e annota tutto, implacabile. Ogni dettaglio è sviscerato, ogni pettegolezzo suscita il suo interesse, ricerca coscientemente i lati più pruriginosi di ogni vicenda raccontata. E a Torino trova pane per i suoi denti, gente disposta a raccontargli tutto ciò che sa: con chi Sole ha fatto l’amore una sera, cosa faceva per tirar su qualche lira e con chi, …; gente disposta ad accompagnare questo giornalista dai genitori di Baleno, mostrando loro che di lui si potevano fidare. Mai avremmo pensato di ritrovarci a parlare di un libro in questi termini, ma tant’è; il volume di Caparrós è morboso, morboso nella maniera più fastidiosa e plateale.
A differenza, a quanto pare, dei suoi informatori, addirittura lo stesso Caparrós fa finta talvolta di avere un qualche rispetto per la vita di Sole, si chiede: ma è giusto quello che sto facendo? È giusto raccontare tutto questo di Soledad, sviscerarne la vita anche più intima e riservata? Invariabilmente, si risponde di sì. Certo, bisogna comprendere a fondo la vita del personaggio, quel surrogato mercantile della vita reale, dove la realtà è stritolata dalla sua rappresentazione.
Dice in un passaggio, quando inizia ad utilizzare le intercettazioni della polizia: «Mi domando – e me lo sono domandato tante volte – se è legittimo usare questo materiale. Soledad, un mese dopo, avrebbe scritto ad Edoardo quanto le era sembrato orribile “sapere che questi bastardi hanno ascoltato tutte le nostre conversazioni”. Avrebbe detto che questo la faceva sentire “contaminata, sporca”: non disse “violentata”, ma avrebbe potuto dirlo. Ho dubitato. Ma alla fine mi sono detto: lo userò, perché mi sembra una maniera di avvicinarsi ineguagliabile a Soledad e ad Edoardo in questi ultimi loro giorni (…)».
Ciò che ci spinge a scrivere queste righe non è una volontà di analisi critica dello scritto di tale Caparrós. Questo giornalista squallido non ci interessa affatto. Fa il suo lavoro, tritura persone, uomini e donne, trasformandoli in personaggi da commedia, tragedia, ecc. Lo fa anche bene, a quanto pare, posto che il suo libro sembra essere un successone in Argentina.
Queste righe scaturiscono in prima battuta dal disgusto viscerale, immediato, che ha travolto diversi compagni nel leggere la vita di Sole trasformata in carne da best-seller con la collaborazione e il beneplacito di coloro che sono stati i suoi stessi compagni, coloro che in alcuni momenti le sono stati vicini (alcuni di essi, beninteso).
Sarà che siamo eccessivamente sensibili, forse; ma non capiamo come una simile operazione non possa non provocare istintivamente rabbia, disgusto, tristezza in coloro che hanno a cuore la vita dei propri compagni di lotte e di vissuto, la sua pienezza e sincerità come le sue debolezze e contraddizioni, e il sentimento di spossessamento nel vederla ridotta a carne da macello.
Per non parlare poi della scorrettezza (per non dir di peggio), evidente a chiunque, di fornire informazioni dettagliate su terze persone che magari non avevano la minima voglia di far sapere al mondo intero i cazzi propri. O di rendere pubbliche lettere personali scritte a persone che non ci si è posti il problema di consultare. O, ancora, di pubblicare dialoghi domestici e banali litigi quotidiani tratti da intercettazioni ambientali, dalle quali Sole stessa aveva dichiarato di sentirsi letteralmente “sporcata”, “contaminata”, per la loro invadenza.
Perché tutto questo? Con che coraggio?! Ciò che fa rabbia infatti è anche l’imperscrutabilità delle ragioni di una tale operazione, non quelle del giornalista che sono chiarissime. Cosa può spingere a raccontare a uno sconosciuto, per di più giornalista, le vicende, le avventure, gli amori, i fatti più intimi e personali di qualcuno, per di più amico e compagno, che non ha più la possibilità di decidere se ha voglia o meno di veder la propria vita trasformata in merce da macelleria – chi si ricorda delle frattaglie ai giornalisti?
In realtà però, dietro l’apparente assenza di ragioni per collaborare a tale porcheria, possono celarsi motivazioni che un senso ce l’hanno, per quanto subdolo e miserabile sia. Su questo piano un motivo plausibile per prestarsi a una simile operazione potrebbe essere molto banalmente di tipo politico-rackettistico: tirare acqua al proprio mulino. Ecco dunque come una esperienza umana di tale intensità, e tragicità, può diventare per qualcuno l’occasione per raccattare un po’ di notorietà in giro per il mondo, per vedere un’apologia del proprio “movimento” e della propria ideologia divenire un vero best-seller. È un’ipotesi.
Ma a nostro avviso, anche se per qualcuno questo miserabile tornaconto può aver avuto il suo peso, la questione centrale che sottende una simile operazione e il fatto che non sia purtroppo un episodio isolato, è ahinoi ancora un’altra. Essa attiene alla diffusa interiorizzazione della mediazione delle immagini nei rapporti sociali e individuali, al trionfo dello spettacolo come rovesciamento continuo della vita reale nella sua rappresentazione. Che un novantenne, al termine della sua parabola biologica, viva di ricordi e rappresentazioni del suo vissuto, è triste ma comprensibile. Che un’intera organizzazione sociale viva sulla riduzione dei suoi membri a comparse di uno spettacolo fondato sull’alienazione e separazione degli esseri umani dalla propria attività, dalla natura e da se stessi, è sintomo di un declino che si vorrebbe eternizzare; lo sappiamo. Ma che anche tra individui, amici, compagni, addirittura tra le forze che si dichiarano nemiche di questo spettacolo, ci sia una tale condivisione acritica del modello mercantile al punto da difendere la spoliazione dei propri compagni e di se stessi, per favorirne la rappresentazione spettacolare, allora c’è qualcosa che proprio non torna.
Ci sembra d’altronde sia lo stesso meccanismo che fa sì che nei cortei, ultimamente, ci sia quasi la metà dei partecipanti che scende in piazza per fotografare, filmare, cogliere l’immagine. A parte le conseguenze a livello repressivo che tutti sanno, emerge il fenomeno per cui non si fa qualcosa per la volontà, l’interesse o il piacere di farlo, ma si fa una cosa per poterla rappresentare. Voilà il rovesciamento è compiuto, la realtà non è più che l’attributo della sua rappresentazione. Tanto varrebbe evitare di vivere, basta l’immagine di un vissuto che ormai non è che la sua fastidiosa palla al piede da amministrare.
Per quanto riguarda la realizzazione tecnica del libro, non sappiamo con precisione le modalità con cui questo giornalista sia venuto a conoscenza della vita di Soledad, se non per quanto lui stesso afferma in appendice al suo libro, e lo riportiamo testualmente:

«Voglio ringraziare per il loro aiuto per questo libro: soprattutto la famiglia Rosas: Marta, Gabriela, Luis, che mi hanno aperto le loro porte e quelle di Soledad. Rodolfo Gonzalez Arzac, giornalista, che mi ha aiutato con molte delle interviste a Buenos Aires. Tobia Imperato, storico anarchico torinese, che ha fatto onore alla sua idea e che mi ha fornito tutto il suo materiale. Luca Bruno, Ita Primavera, Mario Skizzo, Pipero e gli altri okupas di Torino, tanto ospitali. Silvano Pelissero, che mi ha ricevuto nella sua prigione contadina. Guillermo Piro, che mi ha aiutato a superare le insidie dell’italiano. Christian Ferrer, il mio maestro anarchico. Tutti quelli che hanno parlato a questo libro».
Altri “confidenti” vengono citati all’interno del testo, anche se poi non riportati tra i ringraziamenti. Non abbiamo al momento altre notizie al riguardo, né sappiamo cosa ne pensino molte delle persone citate (se non per coloro che in diverse occasioni hanno difeso il libro e hanno scelto di diffonderlo in Italia). Peraltro ciò che ci preme affrontare e criticare è una questione di metodo generale – di una scorrettezza ancor più vigliacca perché fatta sulla pelle di chi non può più dire la sua – e non tanto la ricerca delle responsabilità personali – perlomeno in questa sede.
In ogni caso, che questo giornalista si sia presentato come un compagno, volenteroso difensore della memoria di Soledad, ingannando i suoi ignari informatori, o che si sia dichiarato per ciò che è, l’affamato cronista in cerca di un cadavere da sezionare che gli è stato servito con dovizia di particolari, la cosa non cambia. In altre parole, che costui abbia aggirato dei dementi o abbia trovato dei complici consapevoli, è lo stesso. Non siamo in tribunale, la buona o cattiva fede non interessa (imbecilli e stronzi sono ugualmente pericolosi). Per altro, prese di distanza pubbliche (così sollecite in altre circostanze) in questo caso non le abbiamo sentite dai citati informatori. Anzi. Le uniche parole pronunciate pubblicamente in merito sono state di apprezzamento di tale libro in quanto corretto e veritiero.
Che si tratti di verità o di menzogna non ci interessa, non è questo il punto.
A noi tutto questo sembra pazzesco. La scorrettezza di ciò ci sembra di un’evidenza tale che soltanto la condivisione della nefandezza di questi tempi miserabili può far passare con un’alzata di spalle. Questi metodi non possono passare. A questi informatori va detto da ogni dove che si devono fare i cazzi propri; che parlino di se stessi.
Ma che almeno tra chi ha a cuore la propria dignità non passi il principio che le proprie vite, le nostre vite, oggi o domani, possano diventare carne da macello per le manovre del primo politicante o imbecille di turno, ci sembra sia veramente il minimo da difendere.
Torino, 3 dicembre 2003

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Una spiacevole faccenda https://roundrobin.info/2018/07/una-spiacevole-faccenda/ Tue, 17 Jul 2018 10:14:00 +0000 https://roundrobin.info/?p=9087 Una faccenda spiacevole (come ci abbiamo ragionato e a che conclusioni siamo arrivati) Una faccenda spiacevole quanto seria: spiacevole, perché con tutti gli affanni e i guai che la vita già ci riserva occuparsi di vicende del genere è un’incombenza che ci risparmieremmo volentieri; seria, perché da affrontare con attenzione visti gli effetti che possono causare … Read more Una spiacevole faccenda

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Una faccenda spiacevole

(come ci abbiamo ragionato e a che conclusioni siamo arrivati)

Una faccenda spiacevole quanto seria: spiacevole, perché con tutti gli affanni e i guai che la vita già ci riserva occuparsi di vicende del genere è un’incombenza che ci risparmieremmo volentieri; seria, perché da affrontare con attenzione visti gli effetti che possono causare una superficiale valutazione della questione e la mancanza di un conseguente sforzo a cercare di risolverla.

La faccenda in questione ha a che fare con modi di fare che, prima o poi e con variabili conseguenze, di certo non contribuiscono ad una crescita costruttiva di relazioni e percorsi, politici e non solo: l’avvicinamento (o a volte la consolidata frequentazione) ad ambiti di movimento e gruppi militanti da parte di persone che mettono in atto comportamenti ambigui, a volte loschi, spesso certamente poco chiari rispetto ai compagni/e con cui entrano in contatto.

Abbiamo ritenuto di condividere quanto ci è accaduto sia per senso di responsabilità, sia per poterci dare sempre maggiori strumenti condivisi per affrontare queste spiacevoli situazioni, che purtroppo non sono le prime e non saranno le ultime. Situazioni che possono anche, e il recente episodio di infiltrazione segnalato dalle/i compagne/i di Lecce ne è solo l’ultimo esempio, portare con sé risvolti ben più che spiacevoli. La questione è per noi politica e come tale va affrontata e gestita. Saremo disponibili a qualsiasi ulteriore delucidazione e a confrontarci su eventuali critiche costruttive per migliorare la gestione di tali situazioni.

Vorremmo però provare con questo scritto a prendere in considerazione non solo questi inopportuni modi di fare che da sempre, con diverse connotazioni, affaticano movimenti e lotte con la loro presenza e con un assorbimento di energie che più proficuamente si destinerebbero ad altre questioni, ma anche suscitare, in quante/i leggeranno, una riflessione sulle possibili responsabilità a cui si potrebbe andare incontro non impegnandosi per fare luce seriamente su questo genere di faccende quando ci cascano tra i piedi.

Elenchiamo un’incompleta serie di questi, diciamo non costruttivi, modi comportamentali e alcune delle reazioni che possono provocare.

– Un modo semplice per entrare in un certo ambiente quando vi si è sconosciuti è fare riferimento a relazioni amicali o politiche condivise. Conosco tizio, faccio politica con caio o nella tal situazione, anche se, confrontando le varie narrazioni, si viene a scoprire che queste “credenziali” raramente vanno oltre la frequentazione di spazi aperti al pubblico, occasionali incontri, apparizioni in compagnia durante iniziative di movimento, quando non si tratta di “amicizie” completamente inesistenti. In realtà, risalendo la corrente di contatto in contatto, si arriva al nulla da cui si è spuntati e su cui, anche sotto diretta sollecitazione da parte delle compagne/i, prima si fa i vaghi e poi ci si sottrae, magari anche a suon di minacce, dal fornire alcuna precedente “credenziale” verificabile. Forse, per quanto involontario sia l’appiglio che qualcun altro/a si è preso, c’è da avvertire perlomeno un certo disagio, che è salutare risolvere al più presto, in questo uso spregiudicato delle proprie relazioni, vere o narrate che siano, per aprirsi altre porte.

– Si dà prova di disponibilità, magari di conoscenze tecniche che possono risultare utili alle esigenze dei compagni/e, ma tanto si è parchi nelle argomentazioni teoriche e nelle categorie di pensiero e di linguaggio che caratterizzano specifiche ideologie, quanto si è prodighi nella ricerca di collocazione organica nei più disparati circuiti della critica radicale. Si dirà che non si può pretendere che tutti abbiano letto i testi sacri della rivoluzione o utilizzino una terminologia d’appartenenza politica, ma se la stessa persona narra di trascorsi in contatto con gli ambiti radicali di altri Paesi potrà pure suonare un po’ stonata questa incongruenza.

– Si accenna a possibili iniziative da mettere in campo e condividere, per poi il più delle volte lasciarle cadere nel nulla una volta realizzato il contatto con il compagno/a o il gruppo a cui le si sono proposte. Possono essere dimenticanze, si può essere rimesso in discussione quanto proposto e può anche essere un modo per sondare nuove “amicizie” allettando l’interlocutore con argomenti, diversi a seconda dei casi, che possono risultargli o risultarle di interesse.

– Si aggiunge la referenza di un passato “turbolento”, dai dettagli imprecisi e variabili a seconda di chi si ha di fronte, e ci si dota al tempo stesso di un’altra “credenziale” o di una risposta comprensiva nei confronti di un’indisposizione a rimuginare sul passato. Speriamo di cuore che, per loro fortuna, questi/e compagne/i non sappiano per esperienza personale che anche in galera prima o poi tocca a tutti mostrare, ai vicini di reclusione, le carte che inquadrano il contesto dei reati di cui si è imputati.

– Le contraddizioni, la mancanza di risposte precise ed elementi verificabili che possano portare, tra vaghi accenni e spizzichi di narrazione perlomeno inquietanti, un po’ di chiarezza sul proprio interlocutore vengono difesi, aggressivamente o “buttandosi a pietà” secondo chi si ha di fronte, richiamandosi ad un vissuto che le compagne/i non hanno diritto sia loro svelato. C’è chi può dire “sono fatti suoi”, ma si può anche avvertire la sensazione che qualcosa non quadri e che sia necessario porvi rimedio. Questo, a volte difficile, tentativo di fare chiarezza (utile di fatto tanto ai compagni/e quanto per chi, se è in buonafede, l’ha provocato) può venire liquidato da alcun*e/i quale “chiacchiericcio alle spalle” o “paranoia militante”, anche quando le modalità per ricostruire i contorni oggettivi della faccenda sono stati tutt’altro che superficiali e si sviluppano grazie a quella sana pratica del confronto collettivo che per alcune/i pare sempre più spesso essere invece diventata un’inutile e fastidiosa perdita di tempo. Come per altre faccende, siamo convinti che nella miseria dei tempi in cui viviamo, proprio di confronto a più voci ci sia bisogno per fare fronte ai piccoli e grandi problemi in cui possiamo incappare.

Si tratta di elementi che presi singolarmente possono dire tutto e nulla dei motivi o delle finalità che spingono una persona ad assumerli, ma che certo non si possono considerare segnali di limpidezza nel modo di relazionarsi tra compagne/i, e non solo, e che giustamente possono generare diffidenze che, se è in buonafede, la persona che assume tali comportamenti è tenuta a dissipare con le compagni/e che frequenta. Dovrebbe essere un’attitudine a priori, quella di essere chiari con chi si vuole condividere un percorso, ma se questa non c’è e ne viene esplicitamente chiesto conto non sarà certo un’incoraggiante risposta quella di negarsi al chiarimento. Relazionarsi con correttezza significa anche aver trovato nei compagne/i con cui si sceglie di condividere un percorso l’ambito a cui affidare il proprio vissuto, comprese eventuali “ombre” del passato, perché questi/e compagne/i possano valutare se sono o meno disponibili a questa condivisione.

Infine, un atteggiamento “riservato” su di sé e sui propri trascorsi può essere comprensibile e rispettabile per qualcuna/o che deve sottrarsi ad un’identificazione da parte della Legge, non certo per chi fa il misterioso con le compagni/e ma si espone senza problemi in iniziative e attività evidentemente monitorate dai tutori dell’ordine.

Può capitare, e capita da queste parti da ormai diverso tempo, che un singolo individuo possa raccogliere su di sé gran parte di queste spiacevoli caratteristiche comportamentali e per quanto sia innata in noi la consuetudine a non mettere per scritto nomi e cognomi altrui, siamo sicuri che la persona in questione e chi ha avuto, ha o avrà contatti con tale persona non avrà problemi a riconoscersi o riconoscerla.

Sia ben chiaro, qui non si tratta di voler allestire un processo in assenza del diretto interessato, ma di tracciare attraverso il confronto tra compagne/i, un possibile metodo per affrontare situazioni del genere e di invitare quindi chi legge questo testo a rifiutare comportamenti che non devono fare parte degli ambienti a cui si dedica la propria partecipazione ed il proprio impegno.

Certo, non sono tempi liberi da scorrettezze e comportamenti, anche pesantemente, ignobili tra sedicenti compagne e compagni: spiacevolmente (come si scriveva all’inizio) ne offriamo al lettore qualcun altro su cui riflettere e prendere le proprie decisioni in merito. Certo, anche la facilità con cui alcune/i compagne/i hanno affidato e socializzato il proprio personale-politico, consegnato supporti informatici e ancora peggio dato credito alle affermazioni di uno sconosciuto rispetto a quelle di compagni di comprovata fiducia ci deve fare riflettere.

Noi ci abbiamo riflettuto, magari con evidenti limiti e con una tempistica che potrà risultare eccessivamente lenta e abbiamo preso le nostre decisioni tra compagni/e che, pur nella diversità dei propri percorsi e delle proprie impostazioni teoriche e ideologiche, si riconoscono parte di una comunità che aspira ad una trasformazione radicale delle proprie esistenze e delle relazioni sociali (intese in ogni loro aspetto) presenti nei luoghi in cui si interviene, e che prova ad agire di conseguenza.

Comportamenti del genere, aldilà di qualunque obiettivo veicolino o qualunque disagio umano possano nascondere, sono da tenere lontani dalle relazioni, dai percorsi che costruiamo nel campo della nostra quotidianità. Quotidianità che è fatta sì di lotte, di progetti politici, ma anche della ricerca di chiarezza e fiducia nei rapporti che intrecciamo con chi ci sta attorno.

alcune compagne e compagni tra Torino e vallate alpine

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Un testo di Juan dalla latitanza https://roundrobin.info/2018/07/un-testo-di-juan-dalla-latitanza/ Tue, 17 Jul 2018 10:07:01 +0000 https://roundrobin.info/?p=9085 Riceviamo tramite lettera arrivata al circolo anarchico “Nave dei folli” un testo di Juan dalla latitanza: Ho visto che è uscito un manifesto redatto e discusso da vari anarchici in solidarietà nei confronti degli imputati del processo “Scripta Manent”. Penso che sia importante ribadire una presa di posizione collettiva di solidarietà nei confronti dei compagni … Read more Un testo di Juan dalla latitanza

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Riceviamo tramite lettera arrivata al circolo anarchico “Nave dei folli” un testo di Juan dalla latitanza:

Ho visto che è uscito un manifesto redatto e discusso da vari anarchici in solidarietà nei confronti degli imputati del processo “Scripta Manent”. Penso che sia importante ribadire una presa di posizione collettiva di solidarietà nei confronti dei compagni inquisiti e di complicità alle varie pratiche che da sempre sono patrimonio di ostilità contro l’autorità. Come accenna il manifesto.

Le differenze individuali non sono un limite da uniformare, ma sono la ricchezza degli anarchici.

Sostenere e non delegare le pratiche rivoluzionarie, contrastare la repressione con cui lo Stato ci vorrebbe isolare, e seppellire i compagni nelle patrie galere.

Alla proposta del manifesto “Furor Manent” sottoscrivo ed esprimo la mia solidarietà ai compagni inquisiti e la complicità alle varie pratiche di azione diretta.

Un abbraccio a cresta alta!!

In lotta per l’anarchia

Juan

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Una storia di prelievo di DNA https://roundrobin.info/2018/07/una-storia-di-prelievo-di-dna/ Tue, 17 Jul 2018 10:04:20 +0000 https://roundrobin.info/?p=9083 riceviamo e diffondiamo: Una storia di prelievo di DNA. Ho scritto questo testo con l’ idea di contribuire alla lotta contro le schedature tramite DNA e non solo. In una notte di fine giugno vengo tratto in arresto e portato nella caserma dei carabinieri con l’accusa di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Racconterò i … Read more Una storia di prelievo di DNA

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riceviamo e diffondiamo:

Una storia di prelievo di DNA.

Ho scritto questo testo con l’ idea di contribuire alla lotta contro le schedature tramite DNA e non solo.

In una notte di fine giugno vengo tratto in arresto e portato nella caserma dei carabinieri con l’accusa di resistenza e violenza a pubblico ufficiale.

Racconterò i fatti inerenti il prelievo di dna in quanto purtroppo tema attuale.

Mentre l’arresto veniva formalizzato in caserma vengo sottoposto alla nota procedura del prelievo delle impronte digitali e delle foto segnaletiche.

Una volta giunta al termine questa prima parte viene discussa tra i due carabinieri, che stavano svolgendo la pratica, la eventualità o meno del prelievo del dna.

Il dubbio persiste pochi secondi, infatti il superiore dei due non sembra intenzionato ad intraprendere questa ulteriore procedura e così mi portano in cella tralasciando il prelievo del dna.

In direttissima una volta espresse le misure scelte dalla giudice, ovvero arresti domiciliari, il capitano dei carabinieri interrompe la trascrizione della sentenza e richiede alla giudice il permesso di prelevarmi, prima del rilascio, per essere portato in caserma dove si sarebbe svolto il prelievo del dna in quanto la legge lo consente in caso di convalida dell’arresto.

La giudice acconsente.

Una volta arrivato nella stanza dei prelievi inizio a esprimere verbalmente il mio rifiuto a questa pratica e quindi la volontà di resistere.

La mia intenzione è quella di fargliela sudare senza avere strascichi giudiziari viste le circostanze della direttissima.

La situazione dentro la stanza è molto distesa, un ufficiale della scientifica prepara il necessario al prelievo mentre un carabiniere sulla porta piantona la situazione.

Quando le mie espressioni di rifiuto si fanno incessanti lo scientifico molto sicuro di sé mi dice che il mio dna in un modo e nell’altro verrà prelevato e alla mia richiesta di spiegazioni mi minaccia che in caso di rifiuto mi avrebbe denunciato per resistenza, con direttissima l’indomani, e il dna prelevato coattamente previa richiesta di prelievo coatto a giudice e a p.m.

Si chiude così il cerchio di una chiara strategia; di fatto mi sento spalle al muro e di fronte a una situazione di merda.

Abbandono l’idea di resistere e partecipo al teatrino.

Se avessi dovuto resistere non lo saprò mai; l’ unica cosa certa è che quello che ho provato durante e dopo il prelievo non sono stati momenti di libertà.

Nel clima di tensione e potere che ha caratterizzato il processo di direttissima vedo questo prelievo di dna come l’icona di una volontà degli sbirri di colpire con tutti i mezzi a loro disposizione .

Nonchè una ricerca continua da parte del nemico di ristabilire rapporti di potere attraverso misure e pratiche denigranti e reprimenti, con il fine di riassorbire quelle piccole fratture che si vengono a creare nel loro stato di polizia.

Infine, dopo aver vissuto questa esperienza, ragiono sul fatto che quelle che vengono messe in campo dagli sbirri nell’ambito del prelievo sono vere e proprie strategie di fronte alle quali per una eventuale resistenza, oltre alla forza di volontà, è necessaria anche una buona dose di lucidità in modo da meglio leggere e analizzare quello che il nemico mette in campo di volta in volta.

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APPELLO CONTRIBUTI SPESE LEGALI PROCESSO SCRIPTA MANENT https://roundrobin.info/2018/07/appello-contributi-spese-legali-processo-scripta-manent/ Tue, 17 Jul 2018 09:53:59 +0000 https://roundrobin.info/?p=9079 APPELLO CONTRIBUTI SPESE LEGALI PROCESSO SCRIPTA MANENT A circa un anno da suo inizio, a Settembre riprenderà il processo Scripta Manent. Le udienze sono state fissate con cadenza settimanale fino al 22 Novembre. Visto il ritmo degli appuntamenti in aula, le spese legali stanno diventando sempre più onerose e ci troviamo quindi a rinnovare l’invito a chi volesse contribuire, ad effettuare … Read more APPELLO CONTRIBUTI SPESE LEGALI PROCESSO SCRIPTA MANENT

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APPELLO CONTRIBUTI SPESE LEGALI PROCESSO SCRIPTA MANENT

A circa un anno da suo inizio, a Settembre riprenderà il processo Scripta Manent. Le udienze sono state fissate con cadenza settimanale fino al 22 Novembre. Visto il ritmo degli appuntamenti in aula, le spese legali stanno diventando sempre più onerose e ci troviamo quindi a rinnovare l’invito a chi volesse contribuire, ad effettuare i versamenti sul conto della cassa CNA.

IBAN IT67T0760101600001015950221

Alcuni Anarchici e Anarchiche

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Ciao Pé https://roundrobin.info/2018/07/ciao-pe/ Mon, 16 Jul 2018 16:52:37 +0000 https://roundrobin.info/?p=9077 Ciao Pé, per sempre libero e ribelle! Nel pomeriggio di sabato 14 luglio, un malore fatale ha colpito il nostro compagno e fratello Peppino mentre faceva il bagno nei pressi di una spiaggia a sud di Barcellona. La morte è stata immediata, senza lasciare tempo e modo ad alcun tipo di soccorso. La notizia della sua scomparsa è giunta subito a … Read more Ciao Pé

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Ciao Pé, per sempre libero e ribelle!

Nel pomeriggio di sabato 14 luglio, un malore fatale ha colpito il nostro compagno e fratello Peppino mentre faceva il bagno nei pressi di una spiaggia a sud di Barcellona. La morte è stata immediata, senza lasciare tempo e modo ad alcun tipo di soccorso. La notizia della sua scomparsa è giunta subito a noi tramite gli amici che stavano con lui condividendo questo viaggio e si sta diffondendo tra le innumerevoli persone, gli amici e i compagni che lo hanno incontrato in questi anni, qui a Monza, a Milano, in Italia e nel resto mondo.

Chiunque abbia conosciuto Peppino, dalle montagne della Val di Susa alla piana di Niscemi, ai territori resistenti del Kurdistan, dalle lotte anticarcerarie a quelle per il diritto all’abitare, tra un picchetto e un free party, sa bene come la sua generosità incondizionata, la sua capacità di motivare e coinvolgere, la disponibilità a mettersi in gioco in prima persona senza calcoli, fossero di stimolo continuo per le persone che camminavano al suo fianco.

Ciascuno avrà quindi certamente un ricordo di lotta o di festa condiviso con lui: noi ci portiamo dentro quasi dieci anni di militanza e complicità quotidiane, nelle strade della sua città e dentro alle mura della FOA Boccaccio. Una traccia indelebile nei nostri cuori continuerà a ispirare azioni e pensieri.

Le poche ore trascorse da questa tragedia non ci hanno ancora permesso di realizzare a fondo il significato della sua assenza, ma abbiamo deciso di ricordarlo qui in Boccaccio domenica 22 luglio dalle ore 16 con una giornata di festa, come avrebbe voluto lui, senza fronzoli e all’insegna della convivialità e della presabbene. Ovviamente siete tutti invitati a partecipare, amici, fratelli e sorelle, compagne e compagni, portando da bere e da mangiare per condividere insieme il suo ricordo.

Con Amore

FOA Boccaccio

Cordatesa

Tarantula

 

fonte: boccaccio.noblogs.org

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Scritto di un compagno attualmente in Siria https://roundrobin.info/2018/07/scritto-di-un-compagno-attualmente-in-siria/ Mon, 16 Jul 2018 16:47:31 +0000 https://roundrobin.info/?p=9074 riceviamo e diffondiamo: Sulla richiesta di carcerazione emessa qualche giorno fa nei miei confronti dalla procura di Torino. Scrivo queste righe, per cercare di rispondere ai compagni e alle compagne e ai tanti che mi hanno chiesto del perché a Marzo ho violato le misure cautelari per unirmi allo Ypg. Come molti sapranno, il 9 … Read more Scritto di un compagno attualmente in Siria

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riceviamo e diffondiamo:

Sulla richiesta di carcerazione emessa qualche giorno fa nei miei confronti dalla procura di Torino.
Scrivo queste righe, per cercare di rispondere ai compagni e alle compagne e ai tanti che mi hanno chiesto del perché a Marzo ho violato le misure cautelari per unirmi allo Ypg.

Come molti sapranno, il 9 Febbraio 2018, insieme ad altri 5 compagni mi è stato applicato il divieto di dimora da Torino e l’obbligo di firma quotidiano, mentre un altro compagno di Saronno veniva arrestato.
I fatti contestati risalgono al saluto del 31 Dicembre davanti al carcere di Torino.
Si sa, la procura di Torino negli ultimi anni, ha aumentato il proprio lavoro repressivo contro chi lotta e decide di non chinare la testa.
Personalmente, ancora prima di essere colpito dalla misura cautelare, avevo già deciso di ritornare in Siria, avendo già una volta rinviato il viaggio per motivi di salute. Questa volta non volevo farmi scappare la possibilità di ritornare, quindi a fine marzo sono partito da Torino per tornare qui in Siria.
Volevo essere di nuovo qui in prima persona per difendere una rivoluzione che si basa sull’uguaglianza di genere, sulla fratellanza fra popoli e sull’ecologia. Qui in Siria avevo trascorso già 9 mesi nello Ypg, mesi fatti di gioie e dolori, perché la rivoluzione, ma sopratutto la guerra, con sè portano molte contraddizioni, a volte molto dure da digerire. Ma nello Ypg e qui nel Rojava queste contraddizioni si combattono giorno dopo giorno e non ci si gira mai dall’altra parte.
Ero consapevole dei rischi che correvo, immaginavo che la procura di Torino avrebbe inasprito le misure, e infatti qualche giorno fa ha deciso per la custodia cautelare in carcere. Non volevo più attendere la possibilità di far parte di una rivoluzione, un’occasione del genere succede solo poche volte nella vita. Invece finire in carcere purtroppo non è così difficile, e quando porti avanti delle lotte metti in conto di essere arrestato e di essere colpito dalla repressione. La giustizia non si dimentica mai dei conti in sospeso. I tribunali e le procure esistono solo per formalizzare la repressione portata avanti dalla polizia, contro chi decide di lottare e di non chinare la testa. Non mi meraviglio di finire in carcere, e rifarei la scelta che ho fatto, poiché nessun tribunale poteva fermare la mia voglia di essere qui.
Non ho assolutamente nessun rimorso.
Non ripongo nessuna fiducia nei tribunali, luoghi nati per decidere chi deve finire in carcere o meno, oppure chi è innocente o colpevole.
Quando deciderò di tornare, affronterò a testa alta la giustizia che vuole presentarmi il conto. Non mi aspetto alcun benestare, tanto meno dai vari giudici, pm e gip.
Affronterò la giustizia con lo stesso spirito con cui sto affrontando la rivoluzione, senza vittimismo e soprattutto con il sorriso in faccia.
Si sa, quando si decide di lottare e di lanciare la propria vita oltre l’ostacolo si è pronti a tutto.
Adesso mi godo la mia libertà e la rivoluzione in cui ho deciso di partecipare ed essere parte attiva. Mi piace vivere il presente per costruire e vivere una vita degna, non mi piace attendere, lotto adesso per un mondo migliore.
Se non ora quando?
Ci vediamo presto, dall’altra parte della barricata.

Evin şoreş e,şoreş Azadi

L’amore è lotta, la lotta è vita.

Pachino Azadi.
Combattente italiano del Tabur Enternationel dello Ypg.

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Oaxaca – Miguel Peralta : Dichiarazione solidale con i/le prigionier* anarchic* di lunga durata https://roundrobin.info/2018/07/oaxaca-miguel-peralta-dichiarazione-solidale-con-i-le-prigionier-anarchic-di-lunga-durata/ Sun, 15 Jul 2018 08:08:37 +0000 https://roundrobin.info/?p=9072 11 juin : Giornata internazionale di solidarietà con tutt* i/le prigionier* anarchic* di lunga durata Dichiarazione solidale di Miguel Peralta Betanzos (Prigioniero dell’Assemblea Comunitaria di Eloxochitlán di Flores Magón, Oaxaca, Messico) Saluti a tutt* i/le compas che permettono di trasmettere queste parole sincere. Non è per niente facile accennare a queste due parole, LUNGA PENA, quando … Read more Oaxaca – Miguel Peralta : Dichiarazione solidale con i/le prigionier* anarchic* di lunga durata

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11 juin : Giornata internazionale di solidarietà con tutt* i/le prigionier* anarchic* di lunga durata

Dichiarazione solidale di Miguel Peralta Betanzos (Prigioniero dell’Assemblea Comunitaria di Eloxochitlán di Flores Magón, Oaxaca, Messico)

Saluti a tutt* i/le compas che permettono di trasmettere queste parole sincere.

Non è per niente facile accennare a queste due parole, LUNGA PENA, quando sappiamo già che i loro sistemi di giustizia e penitenziario non servono a nulla; il sistema giudiziario e le persone pericolose che nascondono il viso dietro la bilancia, avidi di carne da rinchiudere, prendono tempo e fabbricano espedienti polverosi per la giustizia, basandosi ogni volta su criteri personali, morali e su comando, per condannare i/le compagn* che sono in lotta contro l’ordine costituito.

Allo stesso modo, è abbastanza complicato assimilare il tempo quando ci si trova in isolamento, e non possiamo soltanto smettere di vivere guardando i giorni, i mesi, gli anni scorrere sul calendario, e sopportare l’umiliazione, combattere le paure generate dalla prigione, le malattie che contraiamo col passare dei giorni, e cercare alternative, improvvisare la resistenza per non ritrovarsi a farsi mettere«i piedi in testa» tutti i giorni, anche questo è un compito difficile.

La risposta a quello che ci viene imposto potrebbe essere una maggiore resistenza, una lunga lotta, anche se a volte non abbiamo più forze. Credo che il nostro spirito resisterà e resterà combattivo, comme battono i nostri cuori rabbiosi, desiderosi di camminare, liberi! Un giorno riusciremo a strappar loro le notti e giorni che ci hanno rubato, compañer@s.

I/Le prigionier* in strada!
Abbasso i muri di tutte le prigioni!

San Juan Bautista Cuicatlan, Oaxaca

Traduzione dell’Audio di Miguel, qui in spagnolo.

Miguel Ángel Peralta Betanzos è un giovane indigeno mazateco, anarchico e membro dell’Assemblea Comunitaria di Eloxochitlán di Flores Magón, Oaxaca. Giovedì 30 aprile 2015, verso le 17h30, Miguel Ángel Peralta Betanzos è stato arrestato nel centro di Messico.

Eloxochitlán di Flores Magón è la culla dell’anarchico messicano Ricardo Flores Magón. Si tratta di un comune di circa cinquemila abitanti che si trova nella regione chiamata Cañada, nello stato d’Oaxaca. Come i due terzi dei comuni dello stato d’Oaxaca, è gestita dal sistemi di usi e costumi o sistema normativo delle comunità indigene. A differenza di altri comuni dello stato d’Oaxaca, a Eloxochitlán anche le donne partecipano al processo decisionale.

fonte: it-contrainfo.espiv.net

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Lipsia, Germania: Incendiata orditura di nuova costruzione https://roundrobin.info/2018/07/lipsia-germania-incendiata-orditura-di-nuova-costruzione/ Sat, 14 Jul 2018 23:03:02 +0000 https://roundrobin.info/?p=9070 17 maggio 2018 Nella notte a giovedì 17 maggio abbiamo incendiato la nuova costruzione dei poderi Thalysia dando fuoco con degli ordigni incendiari a due delle orditure. La rivalutazione del sud di Lipsia avanza da anni. Notammo preoccupatx i progetti di costruzione come per i poderi Thalysia, la residenza per studentx benestanti “StayToo” nella Karl-Liebknechtstrasse … Read more Lipsia, Germania: Incendiata orditura di nuova costruzione

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17 maggio 2018

Nella notte a giovedì 17 maggio abbiamo incendiato la nuova costruzione dei poderi Thalysia dando fuoco con degli ordigni incendiari a due delle orditure.
La rivalutazione del sud di Lipsia avanza da anni. Notammo preoccupatx i progetti di costruzione come per i poderi Thalysia, la residenza per studentx benestanti “StayToo” nella Karl-Liebknechtstrasse e negli ultimi anni anche la ben visibile ondata di risanamento in tutta Connenwitz.

L’insorgere di altro spazio residenziale per salari più alti non riesce affatto a calmare il mercato della casa, al contrario si rileva che i costi per abitare a Connewitz sono aumentati estremamente negli ultimi anni, non malgrado ma POICHÉ è in atto una rivalutazione del quartiere e si offre spazio residenziale a una clientela benestante.

Qui salutiamo tuttx lx abitanti del quartiere che con i fatti si difendono dalla gentrificazione, sia con i getti di uova con la vernice alle case risanate, di passeggiate di quartiere con gli spray o passando alla fiamma auto della classe alta.

Vorremo anche richiamare l’attenzione sulla minaccia acuta di sgombero del Black Triangle. Se gli sbirri oseranno attaccare i nostri progetti, avvisiamo che diventeranno notti d’intervento intenso per i vigili del fuoco di Lipsia.

Fonte: Indymedia (Tor)

Traduzione dal tedesco mc

fonte:contra info

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