Milano – Presidio al carcere di Opera

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Date/Time
Date(s) - 15 Dic, 2018
12:00 - 16:00

Location
carcere di Opera

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41BIS, CARCERE DI OPERA: ROMPERE L’ISOLAMENTO
In questi ultimi decenni di progressiva demolizione delle possibilità lavorative, abitative, formative e sanitarie, la
finalità “ri-educativa” del carcere coincide con l’accettazione della logica premiale: non solo i giorni di “liberazione anticipata” ma il lavoro, la socialità, la vicinanza geografica alla propria famiglia (che vuol dire colloqui), la corrispondenza e lo studio, l’accesso a cure sanitarie sono divenuti premi, cioé armi di ricatto rivolte verso tutti e tutte, in particolare contro chi cerca una via realmente alternativa al “re-inserimento” o all’ “integrazione” in una società sempre più differenziata, gerarchizzata e in guerra.
Ciò accade nonostante la maschera meritocratica nasconda sempre più a fatica la realtà dei mezzi che lo Stato impiega, rafforza ed estende per raggiungere i suoi scopi, attraverso isolamenti, trasferimenti punitivi, pestaggi che spesso si concludono in omicidi, censura, blocco della corrispondenza e dei libri… Pratiche utilizzate in modo sistematico poiché autorizzate dall’irrefrenabile consolidamento della legislazione speciale-emergenziale che ha assegnato ai regimi di tortura, fondati sull’isolamento, il principale riferimento normativo dell’amministrazione penitenziaria e giudiziaria.
Così ogni restrizione adottata nelle sezioni a 41bis, prima o poi, potrà essere applicata nelle sezioni di Alta Sicurezza
e in quelle “comuni”, anzitutto contro chi osa alzare la testa: censura, isolamento punitivo, processo in videoconferenza, rapporti disciplinari per i più umani gesti sociali costituiscono oggi non l’eccezione ma la normalità
della condizione detentiva.
La quotidianità in 41bis è fondata su:
– isolamento individuale per 23 ore al giorno (soltanto nell’ora d’aria è possibile incontrare altri/e prigionieri/e, comunque al massimo tre, e solo con questi è possibile parlare);
– colloquio con i soli familiari diretti (un’ora al mese) nel quale è impedito per mezzo di vetri, telecamere e citofoni ogni contatto diretto;
– esclusione a priori dall’accesso ai “benefici”;
– censura quasi totale della posta, della stampa e dei libri che possono essere acquistati solo dalla direzione carceraria e se ne possono tenerne in cella soltanto tre per volta;
– “processo in videoconferenza” in cui l’imputato/a detenuto/a segue il processo da solo/a in una cella attrezzata del carcere, tramite un collegamento video gestito a discrezione da giudici, pm e forze dell’ordine, quindi privato/a della possibilità di essere in aula con tutte le limitazioni che ciò implica sul piano della solidarietà, della visibilità del processo, della comunicazione (tra coimputati, con amici e familiari, con il “pubblico”) e della difesa legale che ne risulta fortemente compromessa;
– esclusiva presenza dei Gruppi Operativi Mobili (GOM), il gruppo speciale della polizia penitenziaria, tristemente
conosciuto per i pestaggi nelle carceri e per i massacri compiuti a Genova nel 2001.
“Impedire i legami con l’associazione criminale di riferimento” – fine dichiarato dell’isolamento totale e prolungato nel tempo – fornisce il pretesto all’uso della tortura per estorcere una “collaborazione” che porti a nuove accuse e a nuove incarcerazioni, in un meccanismo di auto-riproduzione e legittimazione degli apparati statali “anti-mafia” e “anti-terrorismo”. L’applicazione del 41bis è saldamente centralizzata nelle mani di particolari pubblici ministeri, magistrati di sorveglianza, nuclei speciali di polizia, carabinieri e guardie carcerarie.
Delle 13 carceri contenenti sezioni a 41bis, quello di Opera è il secondo con il numero più alto di detenuti in questo regime speciale. Lì si trova anche Marco Mezzasalma, militante delle BR-PCC.
La capienza di Opera è di 1.300 reclusi a cui si aggiungeranno altri 400 posti del nuovo padiglione quasi ultimato costruito proprio sopra il campo da calcio.
Qui due anni fa è partita una lotta, iniziata con la raccolta di firme di più di un centinaio di detenuti e proseguita con azioni collettive e individuali di ribellione. Le lotte erano rivolte contro le prepotenze dei secondini, per prime la censura e le provocazioni nei confronti dei famigliari attraverso idioti ostacoli burocratici inventati per limitare i
pacchi in entrata e in uscita; contro il menefreghismo dell’apparato sanitario; la schifezza del vitto e le ruberie sul sopravvitto; contro il sistema premiale che vorrebbe ridurre i detenuti in servi della direzione per avere in premio la possibilità di lavorare anche per un misero salario.
A questa protesta la direzione rispose con l’ampio impiego del 14bis (isolamento decretato e prorogato senza limiti dal “consiglio di disciplina”, organo interno al carcere), con trasferimenti interni e verso altre carceri e, fondamentale, con l’impiego della censura totale con la complicità della magistratura di sorveglianza di Milano.
Combattere la capacità del sistema penale, la cui base è il carcere, di esercitare violenza per impaurire e dividere la classe sfruttata è oggi più che mai necessità vitale.
La presenza sotto le carceri è un modo concreto per rompere l’isolamento, per comunicare direttamente, conoscere e dare continuità al lavoro di sostegno alle lotte dentro e contro il carcere e la deterrenza che esercita.
SABATO 15 DICEMBRE 2018
PRESIDIO SOTTO IL CARCERE DI OPERA
dalle 12 alle 16, via Camporgnago 40, Milano