Bologna – Assemblea pubblica sulla ricattabilità di stato in tempi di pandemia e di campagna vaccinale

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Date(s) - 17 Giu, 2021
19:00 - 20:45

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Questo anno e mezzo di pandemia ci ha posto tutte quante di fronte ad una situazione inedita che ha sconvolto trasversalmente le nostre vite e la nostra quotidianità.
Ancor più a nudo è stata messa la nocività – anche gestionale – di uno Stato che, nel mettere in campo strategie per il contenimento del contagio da coronavirus, ha delineato in maniera sempre più netta quali siano i corpi sacrificabili e quali no, chi è ricattabile e chi no.
All’interno del contesto di emergenza sanitaria globale – le cui vittime si contano nell’ordine dei milioni – lo Stato, in nome della salute, ha
tutelato e tutela la sua stessa esistenza: la circolazione delle merci e delle persone intese come forza lavoro produttiva, il profitto. Il tutto
perché la normalità socio-economica di prima non può/poteva essere messa in pausa, né in discussione.

Partendo da ciò e concentrandoci principalmente sulla nostra dimensione quotidiana, come anarchiche e anarchici, abbiamo riflettuto su alcune strategie “risolutive” messe in atto dallo Stato per il contenimento del contagio da Covid-19, quindi  sulle nuove forme di ricattabilità che esse portano con sé.

Con l’introduzione dell’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari, le istituzioni hanno posto in essere uno sfacciato ricatto: o il lavoro
o l’autodeterminazione del proprio corpo. Un ricatto che annienta la volontà dell’individuo nello scegliere come e se curarsi.
Non possiamo accettare la narrazione che vorrebbe rendere i corpi degli operatori l’unico strumento valido per fronteggiare la pandemia a
livello di sistema sanitario, a maggior ragione quando la natura stessa di questi nuovi prodotti dell’industria farmaceutica – frutto di
ingegneria genetica – solleva non pochi interrogativi anche sulla loro salubrità.
Perché se il loro effettivo portato benefico sulla salute collettiva è quanto meno dubbio, certo è che serve forza lavoro efficiente per
tornare a far profitto.
Non possiamo non domandarci quanti e quali criteri di qui in avanti, diverranno ulteriore motivo di ricatto su tutte le lavoratrici.

E che dire sul Digital Green Certificate, il cosiddetto pass vaccinale, che contiene alcuni parametri sanitari di chi lo porta con sé, in base ai
quali viaggiare potrà essere più o meno complicato.
I dispositivi di controllo – è un dato sociale acclarato – fanno scuola.
Non c’è il rischio che oltre allo stato di presunta assenza di coronavirus esso potrà evolversi in qualcosa di più invasivo,
addentrandosi forse nello stato di salute dell’individuo? È verosimile pensare che anche i dati sanitari possano andare progressivamente ad
annoverarsi fra quelli richiesti come necessari per l’attraversamento di una frontiera?
Non si tratta, all’oggi, di escludere un’altra parte di mondo dalla libera circolazione(sarebbe un suicidio economico e politico) ma di
agevolare semmai gli spostamenti di chi può e vuole prestarsi al controllo dei dati sulla propria salute. D’altronde, per coloro i quali alcuni
confini sono da sempre invalicabili, il green pass, o meglio la logica su cui esso si fonda, ha già prodotto l’abominio delle cosiddette “navi
quarantena”.

Senza pretese di essere esperte in materia, né di aver delle risposte pronte alla mano, ci sembra fondamentale portare all’interno di un
momento di discussione pubblica temi quali l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari e l’introduzione del green pass.

Che strumenti abbiamo per resistere e lottare contro questa nuova forma di ricattabilità sul lavoro? Che strumenti ci immaginiamo per eludere una pervasività ancor più capillare del controllo sociale e degli spostamenti in un futuro prossimo in cui tutto ciò che ci è stato
imposto in questo ultimo anno e mezzo sarà normalizzato e legittimato?
Cercare delle risposte a queste domande non significa per noi ergersi in difesa di qualche diritto o privilegio, ma esser capaci di cogliere le
prospettive che “le soluzioni” di oggi aprono per il futuro prossimo, perché se la “normalità” di prima non ci piaceva, la “normalità” che si
prospetta è forse peggio.