Oltre le dualità dominanti e l’ambiguità compagna. Un contributo alla discussione sul «lasciapassare verde».

riceviamo e diffondiamo:

Oltre le dualità dominanti e l’ambiguità compagna. Un contributo alla discussione sul «lasciapassare verde».

Le mobilitazioni contro il «green pass» ci hanno fatto guardare alla Francia1 con un misto di ammirazione e ispirazione per intavolare una discussione al di qua (e a sinistra) delle Alpi. Badiamo bene, anche lì c’è chi, mettendo le mani avanti, sente di dover precisare2 che «essere vaccinati/e non significa sostenere il governo, non essere vaccinati/e non significa essere no vax». Ma forse nello stallo in cui siamo quelle mani in avanti possono servirci da slancio per muoverci. Sì, perché tra le poche eccezioni nostrane, nemmeno la filosofia politica3 pare aiutare fino in fondo a uscire dalla prigione mentale delle dualità dominanti – vaccino/non-vaccino, pass/no-pass, no-pass/no-vax – oltre ad avventurarsi in discutibili giochi di numeri che rischiano di oscurarne le ragioni. Ecco, filosofia a parte, è su qualche passo falso e su qualche ambiguità che potremmo leggere quell’impaccio compagno ancora così diffuso dalle nostre parti. Cercando di uscire da posizioni passive e frenanti4 e di costruire invece un dibattito fruttuoso verso cui c’è chi ha già proposto che il pass va oltre il tema dei vaccini, che il vaccino da solo non è risolutivo e che il pass non è di certo la soluzione.

Diciamocela tutta: ci viene bene stigmatizzare chi si conforma; è nel nostro DNA radicale, lo stesso che al contrario ci fa provare simpatia per chi ha gli anticorpi per reagire a un’imposizione. In genere è un patrimonio comune. Solo che in questa fase non ci troviamo d’accordo su come distinguere tra le due categorie. E andiamo in tilt. Qualcuno ci suggerisce5 che non siamo abituati a un “rapporto a tre”: oltre al “capitale/stato”, ora tocca relazionarci anche col virus. Qualcun altro contesterà che il virus non è un attore, ma non prendiamola come scusa per non considerarlo almeno come un fattore. Se il “capitale/stato” affronta in parte6 la questione-pandemia, e lo fa anche con metodi non condivisibili e/o funzionali ad affrontarla, rifiutare in toto o in parte la sua “ricetta” senza avere però una ricetta nostra per il problema sanitario ci pone in una condizione di marginalità che può assumere sfumature grottesche: se già l’uomo solo al comando infonde ahinoi fiducia in tempi di confusione e paura, contrastare le sue già non infallibili misure senza metterne in gioco delle altre rischia di rafforzare lui e mettere in imbarazzo noi. La via d’uscita non è assolutamente ovvia. E qui nessuno sta proponendo una “larga intesa” col “capitale/stato”. Né quell’analisi sul “rapporto a tre” ha necessariamente come sintesi un obbligo vaccinale universale che – senza entrare nel merito della proposta lì avanzata – può suonare quantomeno più coercitivo e quindi più divisivo del già controverso «lasciapassare verde». Facciamo però qualche passo indietro.

Tornando al nostro DNA, potremmo iniziare ad analizzare quella simpatia per chi da un anno e mezzo mostra una certa allergia per quella caterva di norme promulgate spesso nottetempo coi vari dippiccièmme. Operiamo però qualche distinzione. A nessunə di noi piacciono le decisioni d’urgenza e l’emergenza infinita: su questo siamo d’accordo, allergia condivisa. Forse è condivisa anche la preoccupazione per un pass digitale che promette di aggiungersi alla lista di tracciamento dei nostri dati personali: telefoni, posta elettronica, motori di ricerca, siti web, social network, conti in banca, carte di pagamento, tessere dei trasporti locali e via dicendo. Una lista lunga e spesso poco problematizzata che ci impone di domandarci quanto ci sia inviso il mezzo (la tecnologia tracciante che è già progressivamente entrata nelle nostre vite, lavoro compreso) e quanto invece la sua funzione. Facciamo finta di condividere un’avversione per il green pass. Passiamo a operare delle distinzioni su tutto il resto. Fino a che punto abbiamo controllato il nostro istinto ribelle per mettere in pratica con coerenza, coesione e costanza quelle poche precauzioni di base che abbiamo scoperto utili a frenare il contagio e le misure discutibili che questo induce e giustifica? Fino a che punto non abbiamo confuso consigli medici, epidemiologici – mascherine a parte, non sempre realmente normati – con imposizioni cui “ribellarsi è giusto”? Non termoscanner e gel, ovvio, non coprifuoco e confinamenti vari, ma quella metrata di distanza, la finestra aperta, gli starnuti e i colpi di tosse parati. Fino a che punto mettiamo in pratica quell’autogestione che diciamo farci fare a meno delle coercizioni? Dove si colloca il pass e dove ci collochiamo noi nell’affrontare e non eludere il problema della pandemia?

Ecco che arriva un altro passaggio antipatico (antipatico come può apparire questo articolo7 che però può pure tornarci tanto utile; vogliamoci bene: almeno di politica non scriviamo solo per il nostro ego, per… piacere). Antipatico, sì, tanto quanto in apparenza secondario. Perché in qualche circostanza può pure aver prevalso una dinamica da branco, cameratesca. Della serie: mi abbasso la mascherina per non perdere punti sul compagnometro. Automatismi, estetica punk, debolezze umane, chissà. Oppure ci abbiamo fatto attenzione, nei nostri spazi. Magari però non troppo convinta – non siamo mica guardie – quindi attenzione metà sì e metà no, attenzione chi vuole. Un cortocircuito di libertà in cui per non invitarti a “limitare” la tua finisco per limitare quella di chi col nostro atteggiamento ambiguo o semplicemente sciallo non si sente a suo agio e quindi abbozza, scappa o… si vaccina controvoglia. Nessuna colpa, sarà una cosa strutturale. Anche se lo sappiamo bene che la libertà è una faccenda plurale. Poi non è che una parola o uno sguardo ti rendono per forza stalinista. O magari c’entra quel DNA radicale. Sia quel che sia, forse nasce proprio lì la nostra confusione. In quel non chiederci come organizzarci in questa pandemia se non vogliamo farci imporre nulla dall’alto. O come affrontare quel nostro distratto o complice laissez faire che di fatto caccia chi non crede che autogestione rimi davvero con disattenzione. E magari lo trasforma in un acritico sostenitore del green pass o del vaccino obbligatorio. E allora il passaggio antipatico non è poi tanto secondario, perché ci può aiutare a comprendere posizioni sempre più estremizzate e – se ci dice bene – suggerirci una sintesi inesplorata che dia dignità, non solo sulla carta, all’autodisciplina, all’attenzione alla libertà altrui insieme alla nostra. E che permette di non spacciare per libertà quel germe egoista che è requisito e conseguenza di una vita permeata dal capitalismo; che adesso troviamo in piazza ma che forse non ci appartiene – fosse pure un compagno che sbaglia – e che forse ci dà da pensare su cosa sia davvero in questa pandemia quel conformismo da cui il nostro DNA tende a farci rifuggire.

Va bene la simpatia per chi non dice sissignore ogni giorno, ma se qualcosa non lo facciamo per rispettare la legge o l’appello accorato di qualche burocrate possiamo almeno farlo per rispettarci tra noi? Possiamo smettere di dividerci nel demonizzare o santificare il vaccino e piuttosto unirci in una giusta critica al tracciamento del pass ma pure nella prevenzione? Con quel principio di precauzione che ci guida in tante lotte. Con l’astuzia di non finire sul terreno viziato dell’emergenza, del farmaco, del biotech; di populisti e complottisti, di martiri e guru. E col motivo in più di poter gridare più forte la nostra ragione. Possiamo pensare che la prima cura è quella da prenderci verso chi ha accortezze non corrisposte, verso noi stesse? Perché imporre, lasciar imporre o adottare una linea ostinatamente contraria non-si-sa-bene-a-cosa può essere vissuta come atto violento o perlomeno ingiusto. O perché i compagni che ci perdiamo oggi per strada non li ritroviamo così facilmente domani in piazza. Vale la pena, allora, rimanere neutrali, ignavi, lasciandoci etichettare a torto o meno come no mask? Basta davvero denunciare che domani ci daranno degli untori se oggi al duello spettacolare tra chi si vaccina e chi no non riusciamo a contrapporre un chiaro e convinto “ci proteggiamo – e davvero – da noi”? Possiamo dire (e fare) che no pass non significa no mask, no vax scarsattenzione? (anche se scarsattenzione ha il volto rassicurante di un vecchio compagno che è già in prima linea contro il green pass). Possiamo non indebolirci? Possiamo capire come provare a uscirne, da questa storia?

Perché non esiste solo la pandemia, ma per parlare d’altro non possiamo fingere che non esista. E che non finirà domani e che non amplifichi e distorca tremendamente le percezioni di ognunə. Non possiamo rischiare di soffiare sul fuoco dell’emergenza e non poter parlare a testa alta delle sue cause e delle criticità nella sua gestione. Di miseria, ingiustizie, lavoro. Rischiare che tornando a parlare di ambiente e salute ci si dica di tacere perché ce ne fregavamo del contagio da virus. Che tornando a parlare di controllo sociale ci troviamo davanti un esercito di “crumiri” che ormai difende ogni tipo di schedatura perché non vedeva più alternative. Che i nostri spazi, fisici o d’azione, diventino sempre più dei ghetti (stigmatizzati di rimando) in cui stordire frustrazioni. Per non perdere terreno dove serve piuttosto riguadagnarne (insomma, non è che prima del covid fossimo proprio egemoni…).

Affrontare il tema «green pass» rifiutando schedature e logiche divisorie si può, si deve. Ma perché non gridiamo senza ambiguità che non è una battaglia contro il vaccino? Che chi non se la sente di vaccinarsi presta e presterà almeno tanta attenzione di base di quanta ne presta chi si vaccina? Perché non dimostriamo che la pandemia si può approcciare bene, anzi meglio, anche senza controllori e strumenti-spia? La possiamo vedere come una questione etica, di coerenza, o come una questione pratica, di efficacia e credibilità. Ma vediamola! Per gridare le nostre ragioni senza passi falsi. E tornare a parlare d’altro.