Ancora sull’affare Covid. Una controreplica

ANCORA SU L’AFFARE COVID. UNA CONTROREPLICA

Sono un amico di Winston Smith, ovvero l’autore materiale de L’Affare Covid. Ho letto le Due obiezioni al mio lavoro pubblicate su roundrobin.info. Credo che necessitino di una risposta, non solo per le posizioni dell’autore (che peraltro dice esplicitamente di non volerle argomentare), ma per i numerosi fraintendimenti e errori di lettura su quanto ho scritto. Se condizione di ogni dibattito è (sforzarsi di) capire cosa sta dicendo l’interlocutore, al di là di quanto si possa o meno essere d’accordo, è importante rettificare certe distorsioni. Non tanto per intavolare un dibattito a due (che di fronte a un approccio così poco “argomentativo”, oltre che scomposto, è impossibile), ma per evitare che qualcuno vi abbocchi e le prenda per buone, liberandosi così della fatica di confrontarsi col testo originario. Un dibattito attorno a domande così urgenti (cos’è questa maledetta “pandemia”, quanti dei suoi effetti nefasti siano imputabili al virus in sé e quanti alla sua gestione statal-capitalistica, quali spinte economiche, statali, tecnologiche stiano dando forma agli eventi mondiali – per dirne solo alcune) non può e non deve essere inquinato. Di confusione, in giro e nelle teste, ce n’è già abbastanza.

Nel cercare di afferrare in queste obiezioni un filo che forse non c’è, vado per punti.

Primo. L’autore crede di leggere nel mio scritto «una divisione tra destra e sinistra sull’approccio al covid», che nella sua testa riguarderebbe addirittura i governi (visto che cita le politiche opposte di alcuni esecutivi di destra sulla questione-Covid, oltre all’iniziale “cambio in corsa” del conservatore Boris Johnson sul lockdown), un po’ come se io polarizzassi il mondo tra sinistre e governi di sinistra che cercano di chiuderci in casa con ogni mezzo necessario, e destre e governi di destra che sarebbero per il “liberi tutti”. Non ho scritto da nessuna parte una castroneria del genere. Con alcune eccezioni, la gran maggioranza dei governi del mondo, di destra e di sinistra, hanno adottato la stessa politica di chiusure, confinamenti, militarizzazione, terrore mediatico e terapie sbagliate (sulle quali si continua a insistere, contro ogni evidenza e nonostante il montare delle testimonianze, delle vertenze legali e delle proteste), con tutti i media ufficiali, di destra e di sinistra, a regger loro la coda. Nell’Affare dico semplicemente che, da ben prima del Covid, c’è un forte scontro intercapitalistico (oltre che geopolitico) in cui i capitali più forti minacciano di spazzare via i capitali più deboli e la classe media, e che l’Operazione Covid è da intendere anche come parte di questo scontro. Non c’è quindi da stupirsi (visto che certo capitale “nazionale” e la classe media sono storicamente i loro riferimenti “di classe”) se le destre prendono spesso parte alle proteste (in nome della difesa delle economie e della “sovranità” degli Stati), né se alimentano forme e fonti di “contronarrazione”, né se su canali più o meno di destra (o sovranisti, o populisti ecc.) si trovano alcuni nuclei di verità, ovviamente mescolati a tanta paccottiglia reazionaria. Più in generale, e al di là della destra e di quanto è in odore di destra, non si sono mai visti così tanti “moderati sulle barricate”. E anche questo è un segno dei tempi.

Secondo. Le fonti utilizzate sono le più eterogenee, dai bollettini dell’ISTAT e dell’ISS (che un credente nella “scienza ufficiale” come l’autore delle Due obiezioni dovrebbe solo apprezzare) fino a scritti pubblicati da varie “aree di movimento”, passando da alcuni siti di controinformazione non “di movimento”, da quello di una rete internazionale di medici, da agenzie di stampa e da diversi quotidiani e media “ufficiali”. Convengo che questi ultimi (dal “Manifesto” al “Secolo d’Italia”, col “Fatto quotidiano” , “Panorama” e altri ancora nel mezzo) sono pennivendoli o mezzi pennivendoli, e infatti hanno tutti contribuito, in varia misura, alla “narrazione pandemica unica” che il mio critico non sembra disposto a mettere in discussione neanche marginalmente. Mi chiedo però da dove il mio interlocutore prenda le informazioni con cui obietta al mio scritto. Se con certi quotidiani e programmi televisivi (quali? solo quelli citati? solo quelli più a destra? o anche altri?) non ci accenderebbe neanche la stufa, come fa ad informarsi? Per illuminazione dello spirito santo? O per lui il TG1 ha un valore di verità superiore a quello di Rete4? Verrebbe da dire: misteri della Fede.

Terzo. I dati utilizzati sono semplicemente quelli disponibili al momento di stesura dell’Affare. Se poi nel giro di una settimana o due sono arrivate notizie allarmanti dal Brasile (e pure dall’India, aggiungo), io che ci posso fare? Particolarmente assurda è l’esortazione ad “aggiornarmi”. Un articolo-opuscolo come L’Affare Covid non è un sito di informazione in tempo reale che può essere “aggiornato” quotidianamente. Oltre a ciò, il mio critico non potrebbe fare un pensiero che vada oltre il “dato”? E magari darsi e darci il tempo di capire quali dinamiche stanno determinando l’attuale situazione brasiliana? Farei in ogni caso notare che molto difficilmente l’assenza di lockdown, da sola, potrebbe aver determinato questo improvviso peggioramento (se fosse così, sarebbe dovuto succedere prima). E che per quanto riguarda i morti per milione di abitanti, il Brasile è ancora sotto l’Italia e praticamente allo stesso livello della Gran Bretagna (dove in entrambi i casi patiamo le restrizioni dall’inizio dell’Emergenza o quasi, e dove nel secondo caso sono stati vaccinati i due terzi della popolazione…). Mi chiedo poi se l’autore delle Due obiezioni ragioni un minimo dei contesti di cui si parla. Ma dico, si immagina cosa sarebbe un lockdown in un Paese come il Brasile, in cui milioni di persone vivono in baracche o per strada, arrangiandosi con attività di sussistenza? Chiuderle in casa significherebbe condannarle a morte. E per farlo non basterebbero certo le multe… (Considerazioni simili, ovviamente, si potrebbero fare anche per l’India). Ancora, detto di passata, quegli stessi media che ci allarmano con le notizie indiane e brasiliane non ci dicono che a Malta e in Israele, ovvero nei Paesi primi al mondo per percentuale di “vaccinati”, stanno circolando varianti del Sars-Cov-2 che uccidono persone sempre più giovani, e che laggiù l’età media delle vittime si sta abbassando. Informarsi solo dai telegiornali significa anche abboccare a una paura selettiva e selezionata.

Quarto. L’autore ha un concetto di Scienza che sembra ricordare una sorta di religione o di Chiesa. Ne parla sempre al singolare e, più che ignorare, non sembra neppure immaginare l’esistenza di tutta la molteplicità di dibattiti, questioni e dissensi che attraversano la comunità scientifica, tra studiosi di diverse o delle stesse discipline. In questi mondi, le divisioni non sono solo di tipo “politico” o “ideologico”, ma a volte in relazione a un’infinità di altre variabili (da differenti punti di vista epistemologici e metodologici a bieche questioni di prestigio e rivalità personali). Se non bastasse almeno un secolo di discussioni scientifiche e filosofiche (dalla crisi delle scienze “classiche” di inizio Novecento in poi) per capirlo, la migliore dimostrazione ce l’ha data proprio l’affare Covid, con “esperti” di ogni sorta (allineati o meno ai governi) che non hanno fatto che discutere e battibeccare su ogni aspetto fin dall’inizio della “pandemia”. In questa situazione, la Propaganda e l’azione dello Stato non hanno affatto diviso gli studiosi tra “affidabili” e “ciarlatani” in base alle loro competenze più o meno riconosciute, o alle argomentazioni esibite (o, nel caso dei medici, ai risultati ottenuti), ma unicamente secondo la loro fedeltà alla linea dell’Emergenza. E questo è valso allo stesso modo per medici di base, primari d’ospedale, ricercatori più o meno oscuri e scienziati di fama internazionale (per citare solo due illustri “non-allineati”: Luc Montaigner e Didier Raoult). Non parliamo poi di dar vita a un dibattito pubblico minimamente degno e a un confronto anche vagamente razionale: chi ha dissentito anche solo da qualche aspetto della “narrazione pandemica unica” è stato ridicolizzato, azzittito, minacciato, boicottato o radiato. È «scientifico» tutto ciò? Ed è «scientifico» bersi le notizie dei telegiornali con lo stesso atteggiamento fiducioso e irresponsabile con cui si va dal dentista?

Non saprei (e poco m’interessa) stabilire cosa esattamente distingua il metodo e lo spirito scientifico in quanto tali. Di sicuro, però, se n’è visto molto poco in tutto il guazzabuglio di informazioni terroristiche, contraddittorie, censurate e censorie con cui ci hanno martellati quest’anno. E di sicuro, se si vuole essere almeno un po’ “scientifici”, prima di gridare alla «mistificazione della realtà» bisognerebbe come minimo provare a farsi qualche domanda.

Infine, due parole sul da farsi. Secondo l’autore delle Due obiezioni, che qui va persino contro la lettera di quel che ho scritto, io proporrei seccamente di riaprire. Messa così la questione è proprio malposta. Se per “riaperture” si intendono scuole, biblioteche, teatri, cinema, e allo stesso tempo negozi, ristoranti, impianti sportivi e sciistici, è chiaro che una lotta così impostata finirebbe per mettere insieme studenti, lavoratori, piccoli commercianti con l’acqua alla gola, da un lato, e veri e propri sfruttatori del lavoro altrui e devastatori della natura, ora chiamati a pagare il conto di ciò che essi stessi hanno alimentato, dall’altro. La mia proposta è un’altra cosa. Bisogna partire da esigenze di vita, non di sopravvivenza: poter circolare liberamente, non subire continui controlli di polizia, non essere tracciati elettronicamente, potersi riunire quando, come e con chi si vuole, nelle forme e con le precauzioni che si ritengono più opportune (e queste ultime andrebbero problematizzate e discusse in autonomia, non adottate alla cieca). Allora si potrà porre anche la questione del sostegno a chi non riesce a sbarcare il lunario, ma in una prospettiva totalmente altra. Per il resto, esigere con forza che la gente venga curata (con l’idrossiclorochina o altro, non è certo questo il punto principale), invece di essere schiaffata indiscriminatamente nei reparti-Covid, dovrebbe essere una rivendicazione minima di ogni opposizione sociale, senza la quale invocare la “medicina territoriale” diventa uno slogan senza contenuto. Nel frattempo, infine, c’è almeno una questione urgente, con tante e tanti operatori sanitari che non vogliono essere sottoposti a quella sperimentazione biotecnologica di massa chiamata “vaccinazione” (che è probabilmente anche punto di passaggio, attraverso la raccolta di miliardi di dati, verso la telemedicina, a sua volta tassello di una più generale robotizzazione dell’essere umano). Si tratta spesso di persone molto più informate e lucide di tanti soloni antagonisti (altro che “deliri no vax”!), e con cui ci si può organizzare. Oltre che una questione di solidarietà, impedire l’obbligo detto “vaccinale” ai sanitari è una questione di autodifesa collettiva (state certi che in un modo o nell’altro cercheranno di imporlo a noi tutti).

Più in generale bisognerebbe pensare che, se siamo alle prese anche con un problema sanitario (non intendo negarlo), ciò che dobbiamo affrontare, e combattere, è prima di tutto una svolta del capitalismo in senso totalitario. Non si tratta di proporre (a chi?) una soluzione precostituita che nessuno può fornire (men che meno quello Stato che ha fatto e fa di tutto solo per aggravare la situazione), ma di prendere direttamente il problema in mano a partire da momenti di incontro (per vivere e per lottare, per lottare e per vivere). Ciò che non si può fare chiudendosi in casa, o adottando delle forme di relazione (come un uso indiscriminato e permanente di distanze e mascherine) che scoraggiano non poco dal prender parte a qualsiasi riunione, mentre fanno passare l’abitudine a un’esistenza triste e autorepressiva. Chi si isola e rinuncia a vivere, e per il resto obbedisce e invoca più obbedienza, potrà forse fuggire il virus. Non sfuggirà, ne sia ben certo, all’attuale svolta verso la miseria. Per fermarla serve almeno il coraggio di esporsi al mondo, prima di trovarne un altro al suo posto, non saperlo più riconoscere e, quel che è peggio, non riconoscersi più.