Ruggiti

dal Kavarna

Ruggiti

Voglio credere a promesse impossibili
e voglio cambiare il mondo per renderle possibili
Mary Shelley

Scriviamo dalla sponda delle isteriche, per le isteriche, le femministe che escludono, le scassacazzo. Perché sia chiaro: non ci scusiamo di niente, non veniamo a lamentarci, siamo solo colme di rabbia. Le accuse di inquisizione che ci lanciate in modo strumentale, con l’esplicito tentativo di screditarci, non possono che aumentare il nostro disprezzo. Miriamo a distruggere questo sistema mortifero, non a conquistare alcun potere al suo interno. Non scambieremmo il nostro posto con nessuno perché essere un’alterità è più interessante di qualsiasi altra «unità del movimento».

Dicono che non dovremmo neppure esistere ma siamo sempre esistite, forse abbiamo parlato troppo poco. Non abbiamo urlato abbastanza per allontanare gli stupratori dai luoghi che vogliamo attraversare, non abbiamo reagito abbastanza di fronte al mancato riconoscimento delle varie forme di violenza, non abbiamo schiaffeggiato abbastanza quando ci rispondevano che le questioni di genere si sarebbero affrontate dopo la rivoluzione. «Non è il momento giusto», un mantra che ci hanno continuamente ripetuto. Tra molteplici tentacoli del potere che vogliono catturarci vi è quello del patriarcato che si annida nelle nostre relazioni e nelle nostre viscere, ed è tale da richiedere la forza e il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscere in noi queste strutture.

È parecchio dura sentirsi accomunate al femminismo mainstream o a quel vetero femminismo filo-istituzionale ma, nonostante le spiegazioni a riguardo, continuano a ribadirlo e farciscono il loro pressapochismo aggiungendo che censuriamo, limitiamo il desiderio altrui, costituiamo dei tribunali. La lotta radicale a questa società e la ricerca di strutture protettive legalitarie sono due cose incomparabili, non vogliamo lasciarci ingabbiare in forme legali e le ripugniamo con la medesima rabbia e determinazione che ci spinge a voler distruggere l’esistente. Ma va bene così, tanto più che ci siamo salvate da una vita di merda a sciropparci discorsi teorici su come dovremmo essere anarchiche mentre le nostre compagne vengono inascoltate, derise, stuprate. Discorsi che non spalancano ad alcun orizzonte bensì aiutano ad indossare una benda nera che rende ciechi e spoglia dell’unicità l’individuo.
Ci facciamo cazziare da loro che hanno paura, come se fosse colpa nostra, dovremmo sentirci responsabili di quello che subiamo. Non sta a chi detiene un privilegio sentirsi responsabili delle dinamiche di potere che mette in atto, dei sottili schemi sessisti che ingabbiano relazioni, che creano ruoli. Sta a noi sentirci responsabili di quello che ci capita, di volerci convivere. È incredibile che chi detiene un privilegio venga a piangere perché la sottomessa non ci mette del suo. O facciamo le vittime, o non scopiamo come si deve, in ogni caso non abbiamo capito niente. Chissenefrega, non vogliamo piacervi ma essere la vostra spina nel fianco.

Nello stesso ordine di idee vi sono quei femminismi transfobici o pro-life che assomigliano tanto a una propaganda catto-fascista così rumorosa. Dobbiamo procreare e non scostarci dal binarismo uomo e donna, maschio o femmina, altrimenti verremo punite. Non dobbiamo allargare la prospettiva, riportando le esperienze di tutte quelle persone che hanno deciso di avvicinarsi il più possibile all’immagine che hanno di sé, nonostante i divieti religiosi e i pregiudizi morali di coloro che le vogliono ingabbiare nei corpi in cui sono nate. E se invece ci azzardiamo ad includere nelle nostre narrazioni questi vissuti, allora il nostro femminismo è ideologico ed escludente nei confronti di tutte coloro che si sentono vere donne, di tutte le persone che difendono una certa mistica della femminilità o della mascolinità e che ripudiano che un corpo non sentito come proprio possa essere trasformato.

Apparteniamo al sesso della paura, dell’umiliazione ed è su questi precetti che si costruisce la cultura dello stupro. Ma ci dicono che non è esattamente stupro, nessuno si considera uno stupratore, ciò che è successo è un’altra cosa. Lo stupro è inaccettabile, certamente, quello che fanno loro è altro. Già, perché se non avessimo voluto farci stuprare avremmo dovuto dire di no, una compagna non può non riuscire a farlo. Siamo disgustate. La parola di una compagna che muove un’accusa di stupro è prima di tutto una parola che viene messa in dubbio, bisogna sempre dimostrare che non eravamo d’accordo. Talvolta viene chiamata violenza o fattaccio ma finché quell’aggressione non viene chiamata con il suo nome perde la sua oscurità, sembra una strategia che ha una sua utilità. Dal momento che lo chiamiamo stupro tutte le credenze crollano e si mette in moto una messa in discussione totalizzante. Noi vogliamo strappare lo stupro a quell’incubo assoluto, al non detto, decidiamo di rialzarci e venirne fuori nel migliore dei modi possibili, anche vendicandoci. Nessuna parla di limitare le proprie pulsioni sessuali ma semplicemente capire cosa vuol dire NO, a prescindere dal modo in cui questo rifiuto viene manifestato.

Dinamiche di sopraffazione vorrebbero spacciarcele come simpatiche, pulsionali. Il termine sessualità è ben lungi dall’essere accostato alla violenza, se vi è consenso e desiderio, una complicità fra due o più corpi che si incontrano nell’atto del piacere. Ciò che definiamo violento è il controllo esercitato su di noi, decidere per noi.

Vogliamo guardarci allo specchio e spogliarci di tutte queste puzzolenti catene che ci vogliono far indossare, riuscendo a distruggerle sperimentando la meravigliosa possibilità di conoscerci. Le nostre parole parlano di noi, le nostre azioni parlano di noi, le nostre fantasie sessuali parlano di noi e dei nostri sogni.
Ardenti di desiderio lottiamo per l’esplosione di questo ordine che ci vuole accondiscendenti. Vittimizzazione, xenofemminismo, femminismo istituzionale, morale, linguaggio politically correct, mancato riconoscimento delle violenze. C’è sempre qualcuno che ha interesse che le cose restino come sono, e che non si provi a scavare in quella profondità oscura e infernale. Ci dicono che dobbiamo rimanere piantonate, normate ma non siamo addomesticabili. Vogliamo travolgere, non ci facciamo ammansire ed esprimiamo la nostra forza, che non determina una dominazione, ma genera caos. Conviviamo con ciò che ci viene imposto e con rabbia ascoltiamo tutto quello che non vogliamo sentire. Non abbiamo intenzione di scusarci per quello che ci impongono, né di far finta di trovarlo giusto. Siamo sopravvissute di una violenza inaudita, questa è la proposta: che se ne vadano a cagare, con la loro arroganza di sapere, con la loro ostentazione di far parte del movimento, con la loro capacità di lavarsene le mani sempre. È difficile sopportare sempre queste stronzate.

Non vogliamo che ci zittiscano, non vogliamo sottrarci al conflitto, è ora che la feccia si rivolti così com’è: puzzolente e stracciona ma ardente di sogni.