È in uscita il numero 5 del giornale anarchico Vetriolo – Speciale edizione murale

È in uscita il numero 5 del giornale anarchico Vetriolo – Speciale edizione murale

Il numero 5 del giornale anarchico “Vetriolo” uscirà in un’inedita edizione murale, online e cartaceo. Una scelta, la nostra, che non rappresenta un mutamento editoriale definitivo, rispetto alle solite lunghe analisi critiche, di attualità e teoriche. Con ogni probabilità, “Vetriolo” tornerà nel consueto formato. La scelta di una edizione murale nasce nei mesi di prigionia di massa disposta dallo Stato con il pretesto dell’emergenza Coronavirus. Abbiamo sentito in questi mesi l’esigenza di una comunicazione in grado di rompere il distanziamento che le autorità vorrebbero interporre tra ciascuno di noi. Abbiamo sentito il desiderio di vedere appesi nei muri nelle nostre città le nostre e le vostre «grida» contro la repressione, tanto più in un momento a nostro avviso importante per l’anarchismo tutto, rappresentato dal processo d’appello dell’operazione «Scripta Manent», nonché dalle innumerevoli inchieste che le procure d’Italia continuano a indirizzare contro il movimento anarchico. Un’edizione murale vuole anche essere uno strumento in mano a quei refrattari che volessero sfuggire a futuri scenari autoritari, come l’antico gesto di appendere un manifesto. Divulghiamo, come anticipazione, il nostro articolo sul processo «Scripta Manent». Un contributo in vista del prossimo fine settimana di mobilitazioni.

A breve gli altri scritti e il manifesto murale. Per richieste di copie e contatti: vetriolo[at]autistici.org.

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Un contributo per il processo d’appello dell’operazione «Scripta Manent».

In alto la mente e i cuori!

Quanti esseri hanno attraversato la vita senza mai svegliarsi!
E quanti altri si sono accorti che stavano vivendo solo per il monotono tic-tac degli orologi!

In mezzo alla miseria che caratterizza questo mondo, vi sono persone con un sogno nel cuore. Si tratta di una tensione che non può essere compresa e nemmeno sfiorata da chi si rassegna pienamente a questo stato di cose, da chi attraversa l’esistenza senza mai svegliarsi, da chi ritiene che, in fondo, questo sogno è una cosa vecchia, un rimasuglio ideologico del passato, una espressione di anacronistiche teorie che non dovrebbero trovare spazio in questa società ordinata e votata alla quieta sopravvivenza. Da questa realtà – che pretende affermarsi come definitiva ed ineluttabile, che quotidianamente ci infesta con il proprio controllo, le proprie false certezze, credenze ed opinioni – pare non esserci fuga. Ma se anche fosse concepibile o ipotizzabile una simile «fuga», è questa che occorre ricercare se intendiamo farla finita con quest’ordine asfissiante? Pensiamo e penseremo sempre di no.

Anarchici rivoluzionari, abbiamo un insopprimibile sogno nel cuore, non una semplice ed innocua espressione intellettuale, una chiacchiera, uno slogan o un soliloquio antagonista o «anti-sistema» con cui riempire il vuoto di una esistenza sottomessa, perché la vita – la vita vera, non un surrogato, non l’esistenza obbediente che ci viene spacciata come unica possibile – necessita del pensiero e dell’azione, della «squisita elevazione del braccio e della mente». Perché per rompere con lo sfruttamento e l’oppressione occorre che la dignità offesa e calpestata si trasformi in azione, perché crediamo fermamente che «libertà» non è affatto il diritto e il dovere di obbedire all’autorità, non è una esistenza trascorsa in ginocchio. La libertà risiede innanzitutto – qui ed ora – nella sfida contro ogni potere, nel selvaggio desiderio della distruzione pratica e concreta dell’autorità.

In mezzo alla miseria che caratterizza questo mondo, accade che il fragore di un sogno feroce irrompa tra le strade delle metropoli. Nonostante l’assordante brusio di infinite opinioni calate nelle menti, nonostante la decomposizione di ogni concreta consapevolezza critica, nonostante il costante e capillare controllo sociale messo in atto, nonostante si sentano sempre più «sudditi» reclamare a sé la «libertà» di poter essere ancor più integrati e inseriti in questo sistema assassino, nonostante tutto ciò c’è chi pensa che lo Stato vada distrutto, che vi sono persone, strutture e istituzioni responsabili della nostra condizione di sfruttati, di oppressi, di esclusi, che la tecnologia vada sabotata e attaccata fin da subito, dove più nuoce, che ogni ordine politico ed economico è per propria natura portatore di oppressione e sfruttamento, che libertà ed autorità sono e saranno sempre inconciliabili e incompatibili. Questo sogno di estrema libertà – l’anarchia – lo affermeremo e lo difenderemo sempre con risolutezza, col coltello tra i denti, contro ogni inquisitore, ogni sbirro, ogni giudice.

La giustizia – l’apparato dello Stato volto a stabilire le norme e le pene, le regole e le condanne – ha bisogno di ricercare, imprigionando e condannando, coloro che animati da questo sogno e autonomamente, senza aver prima chiesto il permesso a nessuno, attaccano il potere e insorgono contro l’ordine cui vorrebbero tenerci incatenati, o che senza tacere sostengono l’insopprimibile necessità dell’attacco. Non ci importa conoscere il colpevole o il responsabile delle azioni rivoluzionarie anarchiche, questo lavoro infame spetta a chi – spiando, controllando, arrestando, torturando, ammazzando – lo ha scelto, a chi lo svolge per mestiere: i garanti dell’ordine, disciplinati ed obbedienti servi dello Stato, cani da guardia dei padroni. Dinnanzi alla giustizia, non rinunceremo certo ai nostri principi, alle nostre pratiche: la nostra lotta, ineludibile espressione di una guerra sociale permanente che non ammette remore, è una imperitura affermazione della libertà integrale, dell’autonomia e delle potenzialità dell’individuo, è un urto furente contro il potere in tutte le sue forme, compresi la giustizia e l’apparato repressivo dello Stato.

Il 6 settembre 2016, nel corso dell’operazione repressiva chiamata «Scripta Manent», sono stati arrestati otto anarchici con l’accusa di aver costituito o partecipato ad una «associazione sovversiva con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico», di aver realizzato alcune azioni dirette e armate rivendicate dalla Federazione Anarchica Informale, di aver scritto e redatto pubblicazioni anarchiche. Una ventina di indagati, anni ed anni di molteplici indagini confluite in questa operazione repressiva, una storica pubblicazione del movimento anarchico – “Croce Nera Anarchica” – messa sul banco degli imputati, e una enorme mole di carte in cui si sottolinea una pericolosa ovvietà: gli anarchici sono per la distruzione dell’autorità, per l’attacco contro il potere. Quasi al termine di un lungo processo il pubblico ministero ha richiesto per i compagni poco più di 200 anni di carcere complessivamente. Fino al 24 aprile 2019, giorno della sentenza nel processo di primo grado, buona parte degli arrestati sono rimasti in carcere; quel giorno i compagni anarchici Alessandro, Alfredo, Anna, Marco e Nicola sono stati condannati a pene tra i 5 e i 20 anni di prigionia, per complessivi 56 anni, mentre altri 18 imputati sono stati assolti da ogni accusa, due tra questi scarcerati.

In mezzo alla miseria che caratterizza questo mondo, un sogno può vivificare una vita intera – un sogno vivo, incancellabile, iconoclasta, bruciante. In un tentativo di sopprimerlo, alcuni anarchici sono stati condannati ad anni e anni di reclusione. In ciò, una espressione della volontà di seppellire dei compagni nelle carceri e un monito indirizzato a quanti ritengono che il conflitto e la guerra contro l’autorità vadano costantemente sostenuti, ricercati e vissuti con furore, senza compromessi né mezze misure. Ma l’intento è vano: finché esisteranno miseria, sfruttamento ed oppressione ci sarà chi lotterà per abbatterli, finché vi sarà lo Stato ci saranno rivoluzionari intenti a distruggerlo, finché vi sarà autorità resteranno vivi il desiderio e la necessità della libertà. Ancora una volta, l’intento è vano: gli anarchici hanno sempre risposto colpo su colpo, senza moderazione alcuna, mossi sempre da qualcosa il cui valore non ha alcun prezzo, qualcosa per cui vale la pena lottare fino in fondo e senza remore – la dignità.

In occasione del processo d’appello per «Scripta Manent», iniziato il 1° luglio 2020 a Torino, oggi come ieri, come è stato costantemente fatto sulle pagine di questo giornale, solidarizziamo apertamente e fraternamente con i compagni imprigionati e perseguitati. Ribadiamo senza indugi il valore profondo e radicale, attivamente significativo, di una solidarietà rivoluzionaria consapevole che per quanto preventiva sia la difesa militare e poliziesca del nemico, quest’ultimo non riuscirà mai a distruggere l’anarchia, a contenere la diffusione dei suoi principi e delle sue pratiche, perché – come disse il compagno Emile Henry –, «le sue radici sono troppo profonde; essa è nata nel seno stesso di una società putrida che si sfascia; essa è una reazione violenta contro l’ordine stabilito. Essa rappresenta le aspirazioni egualitarie e libertarie che battono in breccia l’autorità odierna; essa è dappertutto e ciò che la rende inafferrabile finirà coll’uccidervi». Che potenti, inquisitori, giudici e servi del potere se ne facciano una ragione, non saranno delle condanne a seppellire o intimidire l’anarchismo. Da queste pagine, come altrove, non smetteremo mai di essere solidali con i compagni anarchici imprigionati, scagliando del vetriolo sulla faccia del nemico, corrodendo le sue certezze e le sue credenze, demolendo la coltre di isolamento che vorrebbe imporre all’anarchismo rivoluzionario e in particolare ai compagni in carcere, sostenendo sempre la necessità della solidarietà nell’azione rivoluzionaria.

Né Dio né Stato, né servi né padroni.

[Tratto da “Vetriolo”, giornale anarchico, n. 5, speciale edizione murale, settembre 2020].