Mano alle polveri! – uno scritto di Gustavo Rodriguez

Mano alle polveri!

Solidarietà diretta con gli anarchici prigionieri

 

-A Gabriel Pombo Da Silva, Dinos Giagtzoglou, Alfredo Cospito, Anna Beniamino, Nicola Gai, Marco Bisesti, Christos Rodopoulos, Lisa Dorfer, Michael Kimble, Eric King, Mónica Caballero, Francisco Solar e tutte le compagne e i compagni anarchici in prigione nel mondo.

 

“Per me, ho scelto la lotta […] Ho affrontato la società
con le sue stesse armi, senza chinare il capo…”.

Severino di Giovanni

 

“Il rogo degli atei, la riprovazione degli omosessuali o delle persone incestuose,

la segregazione dei “pazzi” e l’incarcerazione dei fuorilegge sono

solo diversi modi di integrare e reprimere chiunque vada oltre

i limiti stabiliti dalla norma […].

Prigioni, case di cura, terapie democratiche e trattamenti ortopedici

sono solo modi diversi di applicare la stessa fede in un modello”. 

Canenero, numero 3, 11 novembre 1994.

 

 

La settimana internazionale di solidarietà con gli anarchici incarcerati è il frutto di diversi gruppi della Croce nera anarchica (CNA) determinati a stabilire una data nel calendario in solidarietà con i nostri compagni e le nostre compagne sequestrate dallo Stato. A partire dall’estate 2013, questa lodevole iniziativa ci offre l’opportunità di riaffermare il nostro incondizionato appoggio e di inviare un messaggio forte al nemico, confermando che i nostri fratelli e sorelle non sono soli. Quest’anno, inoltre, potremo dedicare questo sforzo al compagno Stuart Christie, che ci ha appena lasciati.

Instancabile divulgatore della lotta anarchica e artefice della resurrezione della CNA negli anni Sessanta del secolo scorso, Stuart ha promosso la solidarietà con i nostri prigionieri in quello scenario avverso che li invisibilizzava attraverso l’imposizione egemonica della vulgata marxista, disapprovando le loro lotte da una potentissima macchina di amplificazione ad infinitum – con sede a Mosca e succursali ad Havana – che riconosceva i suoi alleati strategici solo come “prigionieri politici” [1] o “prigionieri di guerra” [2] e condannava all’ostracismo qualsiasi altra azione che non si collocava nella logica della “guerra fredda” e le operazioni finanziate dagli uffici di controspionaggio del cosiddetto “socialismo realmente esistente”.

Per questo motivo, accolgo con favore il fatto che in questa giornata di solidarietà, le nostre limitate risorse siano dirette a prigionieri specificamente anarchici, “rasando” la lista di autoritari, nazionalisti, misogini, omofobi, spie e leader religiosi fondamentalisti, che spesso include alcuni cristiani caritatevoli e liberali che si fanno di steroidi acquattati nei nostri ambienti. In questa occasione, elenchiamo le compagne e i compagni anarchici – o persone antiautoritarie vicine alle proposte di lotta anarchica – rinchiuse nelle celle del dominio. Da qui l’importanza di questa nuova settimana di solidarietà a novantatre anni dall’assassinio legale di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, compagni irriducibili fino alle ultime conseguenze.

 

Note di contesto

I primi tre decenni del ventesimo secolo furono anni difficili per l’azione anarchica, assediata dall’avanzata delle forze totalitarie e dall’incessante repressione portata avanti dai loro agenti. Nella nascente Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), il fascismo rosso fu imposto con il sangue e con il fuoco, con alla testa Vladimir Ilyich Ulyanov (Lenin); nello stivale italiano il fascismo dominava dal 1922, con Benito Amilcare Andrea Mussolini come Duce della Repubblica Sociale Italiana; nella penisola iberica, il fascismo in stile spagnolo si consolidò dopo il colpo di Stato del capitano generale della Catalogna, Miguel Primo de Rivera, nel 1923; in Germania veniva creato il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP), che si guadagnò subito il sostegno dei lavoratori e dei contadini tedeschi motivati dal razzismo e dal patriottismo; in Portogallo la dittatura militare lasciò il posto all’Estado Novo di Antonio de Oliveira Salazar; in Polonia si instaurava la dittatura di Józef Klemens Piłsudski; e in Austria l’austrofascismo con Engelbert Dollfuß; eventi che hanno offerto una prospettiva cupa per lo sviluppo delle nostre lotte.

Tuttavia, nonostante le condizioni sfavorevoli, il desiderio di riorganizzare un coordinamento internazionale anarchico – ispirato alla mitica Internazionale Nera del 1881 – che avrebbe restituito l’impulso insurrezionale all’Anarchia e favorito il diffondersi della guerra contro ogni autorità, prese slancio tra i gruppi informali e le individualità anarchiche dell’epoca. Sacco e Vanzetti sono solo un paio di nomi di quella banda ostinata che fece l’impossibile per realizzare quel sogno. Disseminati in tutto il mondo, molti di questi compagni riuscirono ad articolare un coordinamento internazionale che rese nuovamente concreta la propaganda col fatto. Con questo fine Nicola e Bartolomeo si trasferiranno nel nord del Messico nei primi mesi del 1917, con l’intenzione di unirsi alla lotta insurrezionale anarchica. Sarebbero presto rimasti delusi, identificando la “rivoluzione” messicana come una lotta fratricida tra bande rivali per il controllo dello Stato. Di ritorno negli Stati Uniti, si sarebbero uniti al gruppo di anarchici italiani raggruppati intorno al giornale Cronaca Sovversiva, cui avrebbero collaborato attivamente. Quel particolare gruppo avrebbe fatto storia con le espropriazioni e le loro azioni di propaganda col fatto in tutto il territorio nordamericano.

Le azioni energiche di questi compagni li avrebbero fatti diventare il gruppo anarchico più perseguitato dalle autorità federali degli Stati Uniti. Tuttavia, la manipolazione della storia – e non solo della storia “ufficiale”, ma anche della storiografia di carattere libertario – avrebbe messo a tacere le loro azioni e i loro contributi teorici. L’”anarchismo legalista” si sarebbe occupato di dotare Sacco e Vanzetti di una storia falsa, trasformandoli prima in “vittime”, e poi in “martiri”, per infine canonizzarli come era stato fatto prima con gli anarchici di Chicago: “I martiri di Chicago“. Ad eccezione dei contributi dello storico Paul Avirich – che approfondì l’attività anarchica di quel periodo – e di un saggio di Alfredo Bonanno, il resto della letteratura pubblicata sul caso insiste sull'”innocenza” dei compagni Sacco e Vanzetti, e nega che fossero coinvolti nell’esproprio di South Braintree per il quale sarebbero finiti condannati a morte.

Gli espropri erano parte dell’agire coerente del gruppo in cui erano fortemente coinvolti Sacco e Vanzetti. A quel tempo si contavano un’infinità di espropri. I fondi raccolti venivano utilizzati per aiutare i compagni prigionieri e le loro famiglie, per stampare propaganda anarchica e per finanziare gli attentati – le cosiddette rappresaglie – contro i rappresentanti del Potere.

L’assassinio di Sacco e Vanzetti nel Massachusetts sarebbe stato il detonante per l’agire anarchico del 1927. All’Avana, a Montevideo e a Buenos Aires, sarebbero esplosi ordigni dinamitardi in risposta al crimine di Stato. Il denaro di un esproprio a Paterson si sarebbe tramutato in nitroglicerina, che avrebbe distrutto il consolato italiano a Buenos Aires; i fondi di una nuova rapina a Los Angeles sarebbero diventati la materia prima necessaria per il potente bombardamento del quartier generale di J.P. Morgan nel cuore di Wall Street; l’incarcerazione e la tortura di compagne e compagni in qualsiasi città del mondo avrebbero garantito in anticipo una puntuale ritorsione dove il nemico meno se lo aspettava. La solidarietà internazionale tornava a essere una realtà che andava oltre le parole!

 

Schegge gutturali

Dal 23 al 30 agosto avremo l’opportunità di rendere ancora una volta visibili le storie di vita dietro la lotta anarchica e di denunciare – senza vittimismo – gli abusi quotidiani che affrontano i nostri compagni. Tuttavia, questi sette giorni di attivismo anticarcerario sono solo un atto simbolico che cerca di diffondere la consapevolezza della situazione degli anarchici incarcerati. Dalla prospettiva della tendenza informale e insurrezionale anarchica, i 365 giorni dell’anno sono di solidarietà diretta con coloro che si trovano imprigionati per aver spinto la lotta contro il Potere in tutti gli angoli del pianeta.

Ecco perché, quando dichiariamo che la solidarietà anarchica è qualcosa di più che sole parole, non ci riferiamo solo all’accompagnamento delle loro lotte e al sostegno economico ed emotivo dei nostri prigionieri, ma riaffermiamo anche le fondamenta della nostra lotta. Certo, non c’è sostegno più appropriato per i nostri compagni imprigionati che coordinare la loro fuga o far saltare in aria l’autobus che trasporta i loro carcerieri, ma non sempre abbiamo i mezzi per queste azioni spettacolari; tuttavia, esistono molti modi per mostrare il nostro sostegno e per rendere concreta la solidarietà con immaginazione. Ci sono un numero infinito di azioni in grado di ostacolare il complesso penitenziario e queste richiedono solo un po’ di preparazione preliminare per poter essere realizzate. Naturalmente, qualsiasi attacco al sistema di dominio al di là dei simboli porterà sempre loro gioia evocando l’odore della polvere da sparo e le sue implicazioni.

Il carcere è una possibilità frequente per chi di noi si rivendica anarchico senza rimorsi. Una minaccia latente in ogni fase della prassi. Tuttavia, quando dobbiamo affrontare questo fatto sfortunato, esso non significa la fine della nostra guerra contro il dominio, ma l’inizio di una nuova lotta piena di battaglie quotidiane che, per essere combattute – e sopravvivere fisicamente ed emotivamente – richiedono il concorso puntuale dei nostri compagni all’esterno. La prigione non è quel luogo mitico su cui fantasticano i liberali umanisti. Non c’è niente da esaltare nella condizione di prigioniero. Le sue alte mura non ospitano insorti in erba né antiautoritari allo stato puro. Dietro il filo spinato c’è uno specchio rotto e ingabbiato che riflette la società nel suo insieme. “Dentro” abita la stessa fauna di arrivisti, autoritari, picchiatori, religiosi, delatori, moralisti, corrotti e stupratori, mano nella mano con una quota di servitù volontaria identica a quella che incontriamo giorno per giorno all’esterno.

Proprio in quell’ambiente ostile, affrontando faccia a faccia la bestia dello Stato, bisogna sopravvivere tessendo legami di affinità, non sulla base di presupposti ideologici ma nella pratica coerente e refrattaria e, a tal fine, è imprescindibile sapere che non ci hanno abbandonato e che ogni attacco al sistema di dominio porta con sé una dedica di frammenti gutturali impregnati di zolfo e nitrato di potassio. Dopo tutto, ci rimane soltanto da mettere mano alle polveri e mostrare solidarietà dando vita all’Anarchia.

Gustavo Rodríguez,

Pianeta Terra, 17 agosto 2020.

 

 

Note:

  1. Secondo Carl Aage Norgaard, ex presidente della Commissione Europea per i Diritti Umani: “Un prigioniero politico è una persona che viene imprigionata a causa delle sue convinzioni e attività politiche”. Il concetto viene regolarmente utilizzato per qualificare con criteri politici le condotte trasgressive commesse facendo appello a motivazioni politiche. Quando questi reati contro lo Stato o la Costituzione sono stati commessi senza ricorrere alla violenza, a una persona viene solitamente attribuito il merito di essere un “prigioniero di coscienza”, secondo la definizione di Amnesty International: “Una persona imprigionata o sottomessa ad altre restrizioni fisiche a causa delle sue convinzioni politiche, religiose o qualunque altro motivo di coscienza, così come per la sua origine etnica, sesso, colore della pelle, lingua, origine nazionale o sociale, situazione economica, nascita, orientamento sessuale o altre circostanze, a condizione che questa persona non abbia fatto ricorso alla violenza o ne abbia sostenuto l’uso”.
  2. L’articolo 4 della III Convenzione di Ginevra relativa al trattamento dei prigionieri di guerra del 1949 definisce un prigioniero di guerra come “una persona appartenente ad una delle seguenti categorie, che è caduta nelle mani del nemico: 1. membri delle forze armate di una Parte in conflitto, o membri delle milizie e dei corpi di volontari che formano parte di tali forze armate; 2. membri delle altre milizie e corpi di volontari, compresi quelli dei movimenti organizzati di resistenza, appartenenti a una delle Parti in conflitto e che operano all’interno o all’esterno del proprio territorio, anche se tale territorio è occupato, purché tali milizie o corpi di volontari, compresi i movimenti organizzati di resistenza, soddisfino le seguenti condizioni: (a) sono comandati da una persona che è responsabile dei propri subordinati; (b) hanno un segno distintivo fisso riconoscibile a distanza; (c) portano le loro armi in vista; (d) conducono le loro operazioni in conformità con le leggi e le consuetudini di guerra; (3) i membri delle forze armate regolari che seguono le istruzioni di un governo o di un’autorità non riconosciuta dal potere detentore; (4) Persone che seguono le forze armate senza esserne in realtà parte integrante, come i membri civili degli equipaggi di aerei militari, i corrispondenti di guerra, i fornitori, i membri di unità di lavoro o di servizi responsabili del benessere del personale militare, a condizione che abbiano ricevuto l’autorizzazione dalle forze armate che accompagnano e che queste ultime siano tenute a fornire loro, a tal fine, una carta d’identità simile al modello allegato; 5) i membri dell’equipaggio, compresi i comandanti, i piloti e i capocabina della marina mercantile e gli equipaggi dell’aviazione civile delle parti in conflitto che non beneficiano di un trattamento più favorevole ai sensi di altre disposizioni del diritto internazionale; 6) la popolazione di un territorio non occupato che, all’avvicinarsi del nemico, prende spontaneamente le armi per combattere le truppe d’invasione, senza aver avuto il tempo di costituirsi in una forza armata regolare, se porta armi in piena vista e rispetta le leggi e le convenzioni di guerra.

Disponibile all’indirizzo:

https://www.icrc.org/es/doc/resources/documents/treaty/treaty-gc-3-5tdkwx.htm (Consultato il 16/8/2020). I cosiddetti “eserciti ribelli” e i gruppi di guerriglieri leninisti hanno aggiunto al concetto “quelle persone che sono state incarcerate per aver infranto il quadro giuridico dichiarando pubblicamente guerra a uno Stato, combattendo per un cambiamento strutturale politico rivoluzionario dello Stato”.