Una riflessione sul COVID dal Portogallo

Riceviamo e pubblichiamo la traduzione di un testo diffuso da alcuni anarchici di Oporto

Questo testo nasce da un’esigenza di comunicazione e discussione fra compagni. Nasce da un tentativo di combattere la distanza fisica e la mancanza di dibattiti faccia a faccia, cercando di mettere su carta alcuni argomenti di discussione e analisi, senza alcuna pretesa di verità assoluta. Si tratta di una sintesi di alcune discussioni avvenute all’interno di certi gruppi ristretti e che ci sembrano importanti da condividere con un collettivo più
ampio di compagni.
Il processo innescato dalla comparsa del coronavirus ha lasciato il mondo e principalmente l’emisfero settentrionale letteralmente attaccato alle macchine. Attaccato alle macchine negli ospedali e attaccato alle macchine in
casa. Persino lo stesso capitale ha trovato il suo modo di riproduzione e sostentamento anche attraverso le macchine.
Quello che ci proponiamo con questo testo è il tentativo di aprire una discussione, partendo da un’analisi sintetica, e forse anche meccanicista, di come è stata prodotta e come viene gestita politicamente la ridefinizione
della vita, attraverso l’introduzione di un agente perturbatore nel corpo sociale e le sue conseguenze, già evidenti nel quotidiano.
Vorremmo discutere su come la dichiarazione di pandemia ha permesso di mettere in atto una serie di meccanismi di privazione della libertà e di condizionamento degli individui e quali strumenti abbiano consentito
l’efficacia di questo programma politico.
Pensiamo che sia nel passaggio dal momento biologico (l’apparizione di un virus) al momento della risposta politica data a questo fenomeno che verrà costruita un’intera architettura della paura. Paura che, se in passato, era
stata basata sulla costruzione di un nemico esterno ma palpabile (il terrorista), oggi si basa su un nemico invisibile e imprevedibile che, grazie al suo carattere biologico, consente una gestione basata sulla prigionia dei corpi.
Senza voler qui analizzare l’esistenza o meno del virus e la sua pericolosità maggiore o minore (non siamo scienziati e non pensiamo che sia questo il fulcro della questione), ci sembra che sia estremamente necessario discutere
gli effetti politici della risposta da parte dello Stato e della società e le sue conseguenze sia nell’immediato quotidiano sia nei cambiamenti che causerà nella percezione della vita e nel modo di abitare lo spazio sociale nel futuro.
Proprio all’inizio della cosiddetta crisi covid-19, le autorità hanno iniziato ad applicare una dialettica bellicistica, e per dichiarare questa guerra sono stati sufficienti i discorsi allarmistici. Questa bellicosità del discorso ci sembra
avere diverse funzioni, più o meno ovvie, oltre a quella di inculcare la paura nella società. In primo luogo, giustifica l’adozione di misure eccezionali che nelle cosiddette situazioni normali difficilmente sarebbero accettate. L’intera
pratica del confinamento e della restrizione della vita si basa su questo eccezionale momento della guerra al virus.
D’altra parte, la percezione che siamo in guerra porta al raccoglimento della
società attorno allo Stato e ai governi, in quanto unici garanti della vita  terrena e della protezione dell’individuo. E questo pare verificarsi anche quando i sistemi sanitari nazionali collassano, come è avvenuto in Italia o in
Spagna. Nonostante la gestione catastrofica della situazione, lo Stato rimane l’unico fulcro attorno al quale la società gira.
Infine, la socializzazione del discorso bellicistico, collettivizzata nella frase “SIAMO in guerra contro il virus”, consente anche la trasformazione della percezione di colui che si ribella allo stato di emergenza, che non appare
quindi come nemico dello Stato (per aver infranto le sue leggi) ma come nemico della società e potenziale agente infettivo. Da qui la creazione di un nuovo nemico interno, potenzialmente nemico della stessa vita.
Per quanto riguarda le misure di confinamento e il cosiddetto “obbligo morale di stare a casa”, sembra ovvio che ciò è possibile a livello massivo solo grazie a tutto l’apparato tecnologico che ci circonda. Internet e i gadget elettronici
rendono la casa più sopportabile grazie alla loro funzione ludica e consentono all’individuo di rimanere in contatto con i propri cari e quindi di astrarsi in un certo modo dalla propria situazione di isolamento, ma, e qui ci sembra
risiedere la loro funzione principale, questi gadget sono serviti principalmente per l’ampliamento esponenziale di un sentimento collettivo di panico. È attraverso i social network e internet che la politica della paura raggiunge il
suo maggior sviluppo dopo essere stata diffusa dai media tradizionali. Tutti i discorsi di “restate a casa” e di “poliziamento” dell’altro trovano in questi dispositivi gli strumenti per eccellenza della propria propagazione,
permettendo a un discorso prodotto dalle istituzioni di essere sentito come qualcosa proveniente dalla popolazione e di essere difeso con le unghie e con i denti da coloro che ne sono “colpiti”.
La quarantena e il proclamato stato di emergenza provocano una doppia conseguenza: da un lato, l’isolamento attraverso la riduzione della vita dell’individuo al suo spazio più ristretto (la casa) e, dall’altro, una massiccia
socializzazione del panico attraverso l’amplificazione della paura via mass media e social network. Ci sembra che il progetto di paura politica messo in circolazione dalle autorità si giochi di fatto in questi due movimenti. La vita
reale basata sul confinamento dell’individuo e l’esperienza sociale gestita e vissuta attraverso gadget tecnologici conducono, allo stesso tempo, ad essere schizofrenici e paranoici.
Crediamo che sia su questa dualismo che la vita si baserà nel prossimo futuro, anche dopo la fine “ipotetica” delle misure restrittive che ci vengono imposte.
La trasformazione dello spazio pubblico come focus della malattia e la distruzione della vita quotidiana non si basa più sull’atomismo capitalista classico, ma su un nuovo modo di percepire l’altro e lo spazio come potenziali
pericoli per la vita dell’individuo.
In questo momento non ci interessa molto entrare nella discussione sull’ipervigilanza tecnologica che seguirà la fine della crisi del Covid-19, perché ci sembra che questa sorveglianza e i mezzi per metterla in pratica già
esistano. E ci sembra che queste discussioni si siano basate più sul pessimismo distopico piuttosto che sulla volontà di analizzare le cause e i meccanismi che vengono “iniettati” nel corpo sociale e che inducono gli stessi individui stessi a richiedere la suddetta vigilanza (o almeno ad essere compiacenti con essa).
Sorveglianza e controllo ci sono da molto tempo e non è stato il virus a portarli. È ovvio che si assisterà ad un aumento della robotizzazione della vita e all’espansione dei meccanismi di sorveglianza, ma probabilmente questi
fenomeni si sarebbero verificati con o senza una crisi pandemica, al massimo sono stati accelerati da essa.
Ciò di cui vorremmo discutere è il modo in cui gli anarchici hanno percepito la crisi e le possibilità di azione  all’interno della paralisi sociale che ci è toccato vivere. Ovviamente, il panico e la paura colpiscono anche noi, in un modo o nell’altro, alcuni più di altri, e forse era inevitabile che fosse diverso. Per quanto ci costi ammetterlo, gli anarchici non sono una categoria al di fuori della società e impermeabili a ciò che accade al di fuori dei nostri ambienti.
Sono momenti eccezionali come questo che meglio di altri mostrano i nostri fallimenti come movimento e la mancanza di meccanismi per contrastare le situazioni che ci vengono imposte. La prova sta nel fatto che, più o meno
ovunque, le risposte della maggioranza dei diversi gruppi anarchici non si siano di molto discostate dalla beneficenza. Questa critica è valida sia per i gruppi che hanno istituito strutture per la raccolta e la distribuzione di cibo, il cui risultato altro non è che una sostituzione del ruolo benefico dello Stato, come per tutti gli altri gruppi, nei quali ci includiamo, che, per inerzia, non sono stati in grado di delineare e nemmeno discutere le strategie di azione
per affrontare il confinamento. L’incapacità di combattere il discorso che è poi diventato dominante e di diffondere un’altra versione delle cose, un’altra visione del processo, ha rivelato ancora una volta la nostra mancanza di
coordinamento, e come l’assenza di dibattito e pratiche continuative tra compagni in questi momenti diventino fallimenti che eventualmente pagheremo caro.
Approfittiamo quindi di questa situazione eccezionale, che ci porti a ripensare le nostre pratiche e ci consenta di trovare forme più efficaci di comunicazione e azione politica in modo che quando il conto dei mesi di confinamento ci verrà presentato, gli anarchici possano dare una risposta, che indichi percorsi e pratiche diversi. Il garantire i nostri spazi che saranno di estrema importanza nel futuro prossimo, la creazione di reti di produzione e consumo
che puntino a una maggiore indipendenza rispetto ai circuiti tradizionali di consumo e una produzione e azione collettiva che ci permettano di intravedere una scintilla di rivolta creando strutture politiche che consentano
un attacco a un nuovo mondo che è già qui. Sono proposte che, a nostro avviso, dovrebbero già essere elaborate collettivamente e questo testo è un appello a metterci a lavoro.
Perché in un mondo pandemico, l’unico virus possibile è l’insurrezione!

Alcuni anarchici di Oporto
20 aprile 2020