Senza futuro nella società dei Big Data

Pubblichiamo un articolo tratto dal pamphlet KRINO, la pubblicazione completa si può scaricare a questo LINK

SENZA FUTURO NELLA SOCIETÀ DEI BIG DATA

Introduzione

Siamo di fronte a un momento storico che potrebbe rivelarsi uno spartiacque, alcuni direbbero di fronte a un nuovo 11 settembre. Crediamo sia necessario non cadere nel catastrofismo, ma cercare di analizzare il più freddamente e attentamente possibile i cambiamenti che questa pandemia sta procurando.

La pandemia di Covid19 e nello specifico questo stato di quarantena cambieranno le nostre abitudini, il modo di fare le cose, la percezione che abbiamo della realtà, il sistema di sicurezza e tanto altro? Una cosa è certa: la natura ha lanciato una sfida all’intera umanità. L’umanità ha risposto come sa; non è un segreto se diciamo che i più poveri sono quelli che subiscono di più questa situazione e che è così perché l’umanità non è un corpo unico, non agisce in funzione di un bene collettivo, ma ci sono delle dinamiche di potere e di interessi che purtroppo hanno fatto sì che qualcuno sia rimasto più indietro di altri.

È chiaro che la quarantena non è per tutti uguale, che essere in un attico a Roma o Milano, con il frigo pieno è diverso dall’abitare in periferia, con 5 persone in una casa piuttosto piccola e magari anche con difficoltà economiche. Come è anche chiaro (ma forse neanche troppo) che per una donna rimanere chiusa in casa può essere più pericoloso e dannoso piuttosto che per un uomo1. Quindi se per alcuni il pericolo è uscire fuori, per altri lo è rimanere chiusi in casa. È importante tenere a mente questo aspetto se non si vuole lasciare nessuno e nessuna indietro.

Se questa sfida è stata lanciata a tutto il genere umano, è abbastanza evidente che la reazione è stata quella di un’umanità divisa, che non riesce ad agire per il bene comune e che gli slogan tipo “restiamo a casa” sono assolutamente superficiali. Questa vuole essere solo una constatazione, sappiamo che il tutto è molto più complicato; che non si risolvono problemi culturali e sociali con uno schioccar di dita. Ne siamo assolutamente consapevoli ma non toglie nulla al discorso, in quanto crediamo sia importante guardare sempre dalla parte giusta del sentiero, anche se è buio e tortuoso, anche se l’obiettivo è piccolo e lontano, anche solo per ottenere piccoli traguardi.

Non ci interessa analizzare la quarantena come misura medica in quanto non ne abbiamo neanche le capacità, ma semplicemente riflettere sulle conseguenze sociali che questa si porterà anche dopo la sua fine.

Quando noia fa rima con controllo

Vogliamo fare una prima riflessione sulla parte della popolazione che ha dai 15 ai 30 anni e che si trova in questo stato di quarantena. Non possiamo dire con certezza che sia la fetta di popolazione che più soffre in questo stato, ma ci interessa riflettere su di loro, un po’ per nostra età anagrafica, un po’ perché abbiamo la sensazione che questa generazione abbia delle caratteristiche che rendono questo periodo particolarmente frustrante e complesso.

Apparentemente poteva sembrare la popolazione più in grado di affrontare un prolungato periodo in casa: sono quelli cresciuti con i social, più o meno tutti hanno un profilo online, conoscono i meccanismi delle chat, di internet in generale e tutto il mondo che vi è dietro, la stragrande maggioranza studia, ha l’età per fare attività fisica etc… eppure si percepisce una grande frustrazione, una mancanza, un’ insoddisfazione perenne, un’estrema voglia di tornare alla normalità. Ma cosa gli manca della normalità? Le chiacchiere al bar che distraevano dalla giornata universitaria/scolastica o lavorativa? Già dopo 4 giorni cos’è che faceva così tanto impazzire, l’assenza delle relazioni amicali?

Bastava farsi un giro su Facebook oppure sulle dirette Instagram degli influencer (con migliaia o milioni di follower e nei diversi format che si sono venuti a creare) per percepire questo conflitto: la necessità maniacale di essere intrattenuti.

Vogliamo cominciare una riflessione su uno degli elementi che crediamo più stia stressando le persone in questo stato di quarantena, cioè la percezione del tempo che sembra essere infinito. Sembra che attraversiamo non tanto giornate infinite, ma giornate senza tempo. Se la normalità aveva dei tempi ben scanditi, oggi le persone in generale, si trovano a vivere un tempo infinito in una giornata finita. Questo oltre a rendere difficile nello stato attuale riuscire a fare qualsiasi cosa, in quanto ad esempio non c’è un momento preciso per concentrarsi su qualcosa, in prospettiva nell’ambito del lavoro potrebbe essere devastante. Si, perché se non devi tornare a casa quando hai finito il lavoro, allora il lavoro potrebbe non finire mai, prolungarsi per diverso tempo.

Tenendo conto di questa riflessione sul tempo, andiamo ad analizzare il rapporto che si è venuto a creare fra questa generazione e la noia. La routine è cambiata per tutti, e se a febbraio i ragazzi avevano qualcosa da fare (o forse è meglio cominciare ad introdurre un nuovo termine e cioè qualcosa con cui distrarsi) adesso gli sono rimasti solo i passatempi che avevano prima, e poco altro. Prima si stava sempre con qualcuno o comunque si aveva sempre qualcosa a cui pensare, all’università, al lavoro (prettamente part-time e spesso non proprio un lavoro che rientra nelle proprie aspettative future), con gli amici, e per aspettare l’autobus oppure il professore in aula e non si aveva nessuno con cui parlare, allora, ci si distraeva con gli smartphone. L’importante era che non ci si annoiasse mai; sembrerebbe che questa sia la generazione che si diverte sempre! Lo si può vedere su Instagram quanto sono felici. Si parla di questa generazione come di ragazzi che si stanno costruendo un futuro, il quale sembrerebbe appartenergli per antonomasia. Eppure, forse, non gli appartiene così tanto, non è qualcosa che convive con loro, che li accompagna nel presente. È spesso molto più una parola nella bocca di altri piuttosto che dei diretti interessati.

A questo punto è interessante introdurre il concetto di temporalizzazione per vedere come viene spiegato questo disagio dalla psichiatria fenomenologica.

Secondo questi studiosi il disagio psichico deriva da una non riuscita temporalizzazione: una corretta temporalizzazione si ha quando il soggetto vive il presente guidato dal futuro e dal passato, detto più correttamente, riesce a trascendere nel futuro l’attimo presente portando con sé nel proprio progetto le proprie esperienze passate. Si ha invece una temporalizzazione psicopatologica nel momento in cui manca questo passaggio, la trascendenza, e si rimane nel passato (malinconia/depressione) o in un eterno presente sganciato dalla propria storia passata e dalla costruzione di un futuro (mania). Crediamo che nel nostro rapporto col tempo sia centrale l’elemento storico-sociale in quanto, dopo la sconfitta dei grandi movimenti degli anni ’60-’70, la lotta per un ideale e per un futuro diverso ha lasciato il campo a una pace terrificante fatta di rassegnazione e accettazione dello status quo. Dagli anni ’80 ci sentiamo ripetere che “Non ci sono alternative” e che ci troviamo alla “fine della storia”: abitiamo un mondo dominato da un’unica dimensione, quella dell’eterno presente.

I danni di questa cattiva convivenza fra passato e futuro, cioè incapacità a trascendere, si vedono nel modo in cui viviamo il nostro tempo libero: se secondo Binswanger il maniacale è colui che non riuscendo a temporalizzare la dimensione passata e futura del proprio tempo interiore vive in un eterno presente saltellando fra vari progetti slegati fra loro, non notiamo molte differenze dalle orde di turisti smaniosi sempre pronti a salire sul primo volo low cost per andare a visitare posti sempre più esotici cercando di sopperire all’unidimensionalità temporale dell’eterno presente con una trascendenza spaziale che si riduce alla visita di “ciò che ormai è divenuto banale”. Non è tanto diverso neanche chi cerca di trascendere l’unica dimensione reale in un mondo cibernetico e virtuale che altro non è che la riproposizione dell’unica dimensione del mondo reale cioè quella della produzione e del consumo indotto da tutti gli influencer e le webstar che non hanno altro ruolo se non quello di indurre bisogni; tanto che durante la quarantena, col diventare virale dei video di chef famosi che insegnano a cucinare, sono aumentate gli ordini su Amazon di macchine per la pasta e altri strumenti del genere con tutto ciò che comporta per i lavoratori della logistica già sotto pressione in una situazione del genere2.

Quindi vediamo come questa scorretta temporalizzazione appiattisca i gusti, le sensazioni, la realtà ad un’unica dimensione e, per questa generazione, diviene sempre più difficile sapere cosa davvero gli piace fare. Tutti hanno più o meno gli stessi vestiti, ogni giorno si può avere uno stile diverso, ognuno ha un profili social dove pubblica all’incirca le stesse modalità di foto, si ascolta la stessa musica, si guardano i film preselezionati su Netflix, e poi necessariamente si dibatte delle stesse cose, senza riuscire più a scoprire qualcosa di nuovo, a lasciare spazio alle proprie individualità di sperimentarsi, di esprimersi.

In questo stato di quarantena si è verificato un piccolo cortocircuito di questo meccanismo, sono rimasti soli con loro stessi e i divertimenti imposti non sono riusciti ad assolvere la loro funzione di far devertere (distogliere lo sguardo): trovandoci in questa situazione è emerso tutto il grigiore e l’insipidezza del nostro mondo a una dimensione che sta venendo inghiottito da uno sbadiglio.

È possibile che come discorso sia esagerato, ci saranno sicuramente delle differenze, non è tutto così lineare come descriviamo, stiamo più rappresentando un modello ideale, ovviamente nella realtà è un po’ diverso ma crediamo di evidenziare una tendenza.

Nella normalità non si stava mai soli, sempre in confronto con qualcosa, sempre cercando di essere all’altezza. Un confronto così presente caratterizza questa generazione e la distingue da quelle passate. Ovviamente questa sfida perenne non si può che perderla, in quanto i modelli che vengono presentati sono perfetti e non si possono che rincorrerli, riproducendo il paradosso di Zenone. A proposito di questo continuo sentimento di inadeguatezza segnaliamo che secondo l’OMS i disturbi mentali (in particolare quelli ansioso-depressivi) sono in forte aumento, specialmente fra le donne e inoltre nella popolazione con un’età compresa fra i 15 e i 29 anni la seconda causa di morte è il suicidio3. Ci sarebbero diversi aspetti su cui ragionare, ci limitiamo a notare che a tali questioni una delle maggiori risposte dello Stato è tramite psicofarmaci e investimenti su essi4.

In conclusione, alla luce di tutte le riflessioni fatte, torniamo a quella che crediamo sia una delle cause della sofferenza di questa quarantena e cioè che non si tratta di qualcosa che manca ora, ma qualcosa che non si aveva prima. Il problema era la normalità, il fatto che ci si distraeva da un problema reale: l’assenza di prospettiva, perché il presente senza futuro, senza quella capacità di trascendere, non può che essere caos, disordine.

E quindi ecco che emerge una generazione precaria, che non sa bene il motivo per il quale fa qualcosa nel presente ma che alla fine non ci pensa troppo e riesce comunque a “divertirsi e star bene”. È possibile percepire quell’assenza di futuro, la pesantezza dell’esistenza, quel confronto con quella perfezione che si tendeva a rincorrere, nei propri profili ma che in realtà non gli appartiene. Si tratta di una generazione con poche possibilità di dare sfogo alla propria voce interiore di creatività, in quanto sempre soggetta a mille stimoli.

Preso atto di questa situazione sta a noi smontare la narrazione dominante e comprendere che non siamo costretti a trovare un posto in questa società che ci viene presentata come l’unica possibile, ma che dobbiamo costruirne una in cui “valga la pena trovare un posto”.

I cambiamenti del controllo sociale, tra presente e futuro.

Alla luce di ciò, da questo particolare stato di quarantena spostiamo la riflessione sui cambiamenti che stanno avvenendo nella società, per ricollegare il tutto alla fine.

E’ plausibile credere che questo sia un nuovo 11 settembre, che le cose cambieranno. Ha senso pensare una cosa del genere perché proprio come nel 2001, si sta parlando di “guerra”, di unirsi lasciandosi alle spalle le differenze, politiche o sociali che siano, contro un nemico comune. Si parla a reti unificate o quasi, della necessità di fare degli sforzi tutti quanti, spesso senza considerare che per persone con risorse diseguali lo sforzo per affrontare uno stesso sacrificio è diverso. E proprio come in guerra abbiamo degli eroi e dei morti. Se dopo il settembre del 2001 il controllo sociale era cambiato, soprattutto negli aeroporti ma anche al di fuori, dopo questa pandemia come cambierà il controllo? In quale società metteremo piedi appena usciti da casa?

Dei cambiamenti ci saranno, questo è inevitabile, siamo in un momento di rottura con il passato. Accettare questa rottura e cercare di comprenderne la direzione, ci aiuta a scegliere il segno da dare a questo cambiamento, il suo colore. Perché è in momenti come questi che si costruisce l’avvenire, che il presente introduce delle novità che rappresentano già un riflesso del futuro.

Intanto crediamo cambierà la percezione che abbiamo dell’oriente e anche il suo ruolo. Se era un fatto che ci aspettavamo da diverso tempo, il sorpasso di parte del mondo orientale su quello occidentale, questa sfida, questo momento, può essere uno di quelli in cui si palesa uno spostamento degli assi. Se è da lì che è partita la crisi, è da notare che è qui in occidente che l’abbiamo accusata più di tutti. E’ qui che non sta rientrando ed è ancora qui che si vince la macabra conta dei morti (entra in gioco la problematica delle statistiche, ma è abbastanza verosimile credere che tutto sommato il virus abbia scatenato più problematiche da questa parte di monto piuttosto che lì). Gli Stati Uniti d’America stanno superando ogni record.

Com’è possibile questo sorpasso da destra?

La più grande differenza di gestione fra oriente, in particolare la Cina, e occidente, è che il controllo sociale messo in campo dall’altra parte del mondo ha fatto uso anche dell’analisi dei dati personali per isolare i potenziali “untori”. In questa grande battaglia al fianco del personale sanitario ci sono informatici e specialisti dei Big Data: quando veniva individuata una persona infetta, tramite i telefoni e altri dati, si rintracciavano tutti gli spostamenti e si avvisavano tutte le persone con le quali era venuta a contatto (quelle con cui aveva condiviso un vagone del treno o altri spazi potenzialmente pericolosi). Nessuno spostamento, click, acquisto, commento o “mi piace” risultava ignoto o passava inosservato. Questo controllo ha permesso di limitare il virus (ricordiamoci che stiamo parlando di una delle zone più popolose al mondo) e anche di controllare chi rispettava lo stato emergenziale. Non scordiamoci che in alcune città della Cina il controllo si basa su un sistema di credito sociale5, che non è altro che un punteggio che aumenta o diminuisce in base alle scelte che fai (acquisti, commenti più o meno critici sul governo, come guidi, lavoro etc…). In base a questo punteggio che serve per valutare la propria reputazione, si può godere o meno di una serie di servizi. Sembrerebbe che chi raggiunge un livello particolarmente basso può essere punito con l’esclusione da scuole, hotel, rallentamenti di connessione internet o altre cose simili. Il demandare ad algoritmi queste scelte porta inoltre a un’altra criticità: la logica formale su cui si basano gli algoritmi non può prendere in considerazione la situazione socio-economica degli individui, ma necessariamente tratta ogni persona come un qualcosa di astratto. Alla luce di ciò è probabile che una tale situazione porterà a far pagare i costi della emergenza pandemica ancora di più alle classi meno abbienti6.

Quindi è bene pensarci bene prima di essere disposti a concedere i propri dati per una maggiore sicurezza, perché come diceva un saggio, alle volte la verità non è altro che un momento del falso.

In occidente questa perdita di individualità e di libertà, non ha ancora avuto modo di svilupparsi, soprattutto perché la coscienza critica nei confronti di questi sistemi di controllo e di limitazione, fa parte del nostro bagaglio culturale. Tendenzialmente abbiamo un retaggio culturale che valorizza l’individuo e la sua capacità creativa7.

Attenzione a non giungere a conclusioni semplicistiche: non si tratta di trovare la verità nel mezzo. E’ un dibattito molto più complesso che non si può ridurre a una media quasi aritmetica: se da un lato si potrebbe dire che questo sistema di sorveglianza salva le persone, non scordiamoci che si tratta di un sistema che deindividualizza, spersonalizza e tende a ridurre l’uomo a mero meccanismo di una macchina. Per quanto alle volte possa essere comodo beneficiare di alcuni servizi di questo sistema, è importante scegliere bene se ne vale la pena barattare la propria unica vita e creatività per un po’ di “sicurezza”. Rinunciare alla propria unicità, la propria libertà, l’unico segmento di tempo che ci è concesso esistere per far funzionare una macchina è la fine della vita stessa: come ci ha insegnato Leopardi vivere è diverso da durare.

Abbiamo aperto questa parentesi sulla Cina per dire che se questo diverrà il nuovo modello, è importante cominciare a sviluppare le nostre capacità critiche Veniamo quindi a riflettere su quello che accade nel nostro di paese, su ciò che è in vigore e su ciò che potrebbe caratterizzare la società futura: in Italia è stata creata l’app immuni che, sebbene sembri garantire un minimo di privacy in più utilizzando informazioni provenienti dal bluetooth e non dal gps, potrebbe non essere altro che il primo passo verso il modello di vita imperante in oriente e che già in occidente si cerca di imitare. La questione è che quando delle novità vengono inserite nella realtà, quando un’idea si concretizza, difficilmente si torna indietro. Probabilmente questo controllo dei dati avrà un ruolo diverso, una sfumatura diversa, ma è plausibile pensare che farà parte della nostra società futura: come dopo l’11 settembre ci siamo abituati a sempre maggiori controlli negli aeroporti e nelle strade, non è difficile immaginarsi che per esempio in futuro le compagnie aeree accettino, sotto la retorica della sicurezza, solo quelle persone che dispongono di queste app di tracciamento.

Questa possibilità è valida sia per la mappatura dei nostri spostamenti tramite GPS e le acquisizioni dei dati personali, ma anche per le altre novità che stiamo sperimentando: il telelavoro, le lezioni da casa, l’isolamento insieme a tutte le altre misure auto-protettive che già stiamo cominciando a prendere autonomamente, che rientrano tutte nel concetto di distanziamento sociale. Quest’ultimo potrebbe avere degli effetti importanti sulla nostra società, considerando che, e guardiamo ancora una volta ad oriente, in Giappone a grandi linee è già bagaglio culturale e questo sembrerebbe essere uno dei motivi per cui lì c’è stata una ridotta diffusione del virus. In Giappone le mascherine già erano adottate, si teneva una distanza maggiore fra le persone e altre piccole accortezze. Il distanziamento riduce circa del 75% le nostre relazioni8, è chiaro che se questa misura dovesse lasciare strascichi anche dopo la fine dell’emergenza sarebbe una rivoluzione importante nell’essere umano.

Il fatto che già una parte della popolazione si sia cercata di adattare a questa situazione fa riflettere: se pensiamo a tutti coloro che seguono le lezioni online o lavorano da casa, oppure a chi ha (un po’ tutti) cercato di organizzarsi per fare sport o passare dei momenti di socialità differenti notiamo che due sono gli elementi che hanno permesso il tutto: i social e gli acquisti online. Si, perché anche se siamo isolati, la socialità non è venuta meno è semplicemente un altro fattore che si è adattato.

Le città cambieranno: vivremo in posti con sempre meno botteghe, mercati ecc. Tutto questo, oltre a rappresentare una crisi economica per una parte della popolazione a vantaggio dei colossi dell’e-commerce come Amazon e affini9, porterà a strade sempre più vuote e vite sempre più isolate: a un mondo dominato dall’atomizzazione sociale e dalla pace sociale che ne deriva. Certo, l’uomo acquisirà nuove competenze, più specifiche, ma queste nella società contemporanea, nell’era della tecnica, comporteranno la perdita di una visione di insieme del processo sociale rendendo l’uomo un mero ingranaggio che si muove senza conoscere e comprendere i fini del proprio agire.

Tutti questi aspetti (la Cina che diventa piano piano sempre più faro del nostro paese, i nostri dati che sono sempre più accessibili a chi ci governa e la possibilità che alcune misure di distanziamento sociale lascino un’impronta nella società futura) non fanno che disegnare un certo tipo di scenario: una società che favorisce e necessita che le persone rimangano nelle proprie case, che dispone sempre più dei dati delle persone, delle città più vuote, che non dispongono più di luoghi di socialità, cooperazione etc… ma che diventano sempre più città-modello, smart.

Il controllo sociale sarà sempre più pervasivo e probabilmente bisognerà scegliere che segno voler dare alla propria vita: un’esistenza in cui la società ha sempre più potere sulla persona? E se le cose dovessero cominciare ad andare male? Come ad esempio i campi di concentramento in Libia ed altre parti del mondo, le prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib, le varie guerre, ma anche le grandi opere come il TAV, tutti gli abusi di potere oppure i CPR e il trattamento che viene riservato ai migranti; quanta libertà avremo di dissentire in una società che avrà sempre più facilità nel reprimere e nell’impedire che ci si opponga?

Prospettive nella società del controllo

Se quello che ci aspetta è una società sempre più digitalizzata, con un controllo molto pervasivo e una generazione sempre più orfana di prospettive; non possiamo che prendere atto del fatto che storicamente, sono i giovani ad aver fatto le rivoluzioni, ad aver cambiato il presente, le società e sovvertito i poteri. Altra cosa che appartiene per antonomasia a queste nuove generazioni, forse più del futuro, è la rivoluzione; si può pensare al più noto ’68 oppure a tanti rivoluzionari giovani. Una società che, oltre ad avere un’età media molto alta, annoia, anestetizza, impedisce la riflessione, è una società che conserva il proprio potere e non permette l’espressione della propria creatività, intelligenza critica. In più quando questo controllo non avviene più in maniera coatta dall’esterno ma è un autocontrollo, allora lì il problema non è più solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me. Se nel primo paragrafo abbiamo visto l’esercizio di un certo tipo di potere, nella seconda parte si è cercato di mettere in luce un certo tipo di repressione che viene dall’esterno con il potere dei dati personali e tutto un certo tipo di controllo che viene imposto; Se in strada non c’è più nessuno reprimere sarà più facile. Se si controlla addirittura uno stato d’animo, se le persone sono annoiate, a casa, incapaci di formulare un pensiero critico, oppure di mettere in pratica quella critica, allora la questione si fa più complessa.

In questo quadro abbastanza cupo vogliamo comunque essere ottimisti e chiari; il fatto che questa sfida sia complessa non vuol dire che sia impossibile o che non è comunque giusto affrontarla.

Se non possiamo vivere con il futuro, vivremo nel presente; se non possiamo avere aspettative dal futuro, sappiamo che porci in conflitto con questo controllo sociale è il presente.

6 https://www.technologyreview.com/2020/03/17/905264/coronavirus-pandemic-social-distancing-18-months/#Echobox=1584543266