Comunicati in solidarietà ai compagni e alle compagne di Bologna

Le mani avanti
Ieri mattina le nostre sveglie sono state sostitute da un tam tam di mail, messaggi e telefonate.
Una prassi che conosciamo purtroppo bene ma a cui i nostri cuori non riescono comunque ad abituarsi, una prassi che accompagna l’arrivo di una nuova operazione repressiva.
Gli immancabili ROS hanno dato seguito all’ennesima indagine per 270bis, questa volta contro le compagne e i compagni di Bologna. Il nome scelto è “Ritrovo” e le tempistiche sono state spiegate dai principali giornali come finalizzate al prevenire lo scoppio di malcontenti sociali in vista della ripresa post covid-19.
Delle accuse specifiche non ci interessa parlare perché chi si rivolta contro questo sistema di ingiustizie, fatto di controllo, carcere e CPR, repressione e capitalismo spinto all’ennesima potenza, ha tutta la nostra solidarietà.
Ci preme sottolineare che nonostante le modalità repressive non siano per nulla nuove, queste mani avanti dello Stato per evitare che il malcontento sociale esploda sono l’ennesima riprova della bassezza alla quale può giungere.
Ci interessa invece dire a gran voce che al fianco dei compagni e delle compagne arrestate e sottoposte a misure ci siamo anche noi.
Come al nostro fianco sono stati loro, magari in strada, magari su un argine, magari davanti ad una rete, magari in un campeggio, magari in una campagna, magari con uno scritto, magari con una riflessione.
Anche se dall’altra parte del mare, anche senza conoscerci direttamente, sappiamo che nei loro sguardi ci riconosceremmo, ci siamo riconosciute e ci riconosceremo di nuovo.
Potranno anche cercare di togliere dalle strade di Bologna compagne e compagni che lottano ogni giorno con generosità, ma questo non fermerà la voglia, nostra e di altri, di continuare a trovare nuove vie per i nostri desideri, repressione dopo repressione.
Saremo ancora lì, con le nostre di mani, avanti, protese verso chi, come noi, non smetterà di avere rabbia in corpo.
Solidarietà alle compagne ed ai compagni colpiti dall’operazione Ritrovo, libertà per tutte e tutti.
Kuntra sa prepotentzia de s’istadu feus kumente s’ortigu*

Kasteddu,
Maggio 2020.
* Facciamo come la quercia da sughero, che nel corso dei secoli per proteggersi dagli incendi che
imperversano nelle torride estati sarde ha sviluppato una corteccia ignifuga, fatta appunto di sughero, che
le permette di non soccombere sotto il calore delle fiamme.
Così come le querce resistono agli incendi rigermogliando alle prime piogge autunnali, noi auspichiamo una
resistenza diffusa preparandoci al germogliare della ribellione.

Contro l’ennesimo 270bis, solidarietà da Cagliari
13 maggio, ore 02:00 i ROS suonano ai citofoni di numerose case, la maggior parte a Bologna. E’ appena scattata l’operazione “Ritrovo”. Per alcuni le notizie saranno brutte, arresto, per altri un po’ meno, misure cautelari alternative.
Prima dell’alba si inizieranno a fare i conti che con le luci del mattino diventeranno chiari. 7 misure cautelari in carcere e 5 obblighi di dimora, di cui 4 con l’obbligo di firma quotidiano, xx perquisizioni, fra cui anche il circolo Tribolo.
Il reato contestato è l’ormai abusato 270bis “associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico”.
Come da prassi degli ultimi anni gli arrestati sono stati divisi in varie prigioni e nessuno a Bologna.
Il fatto che sembra tenere in piedi l’indagine è un attacco incendiario avvenuto nel dicembre 2018 a dei ripetitori a Monte Donato, dove furono gravemente danneggiate delle antenne di emittenti televisive e di alcune ditte  specializzate in intercettazioni.
Nell’indagine appaiono anche fatti di rilevanza penale inferiore, come dei danneggiamenti avvenuti nel corso di cortei e imbrattamenti vari.
Inoltre è ricostruita la partecipazione attiva degli indagati alle iniziative di solidarietà sotto il carcere della Dozza del marzo scorso durante le rivolte contro le misure anti-covid. Per chi non se lo ricordasse poco prima del lockdown generale ci furono delle giornate di rivolte violentissime dentro le carceri di mezza Italia, i prigionieri preoccupati dei rischi del contagio e dell’inefficienza totale della sanità carceraria si ribellarono, devastando intere strutture. Il costo fu fra i più salati degli ultimi decenni, i prigionieri morti furono ben 15.
L’accusa si completa includendo nel faldone le iniziative e l’interesse da sempre portato avanti con generosità ed efficacia contro la macchina delle espulsioni, i lager per migranti e in generale le politiche dello stato in materia migratoria.
Ovviamente il tutto è stato condito da intercettazioni ambientali, ottenute con microspie infilate nell’intimo delle vite degli indagati, utili più che altro a tracciare profili psicologici, a infarcire migliaia di pagine di faldoni altrimenti rinsecchiti dalla pochezza di notizie interessanti che gli inquirenti riescono a ricavare nonostante le incredibili risorse economiche, scientifiche e umane che hanno a disposizione.
Non avendo letto il faldone non abbiamo quindi notizie precise, ci fermiamo a queste prime fonti giornalistiche e ai racconti riportatici dai compagni emiliani che abbiamo potuto contattare, per provare a tracciare alcune analisi di base che sono sufficienti a riscontrare preoccupanti similitudini nei meccanismi repressivi dello Stato.
La necessità repressiva
Lo Stato può essere visto come un’enorme matriosca, che per quanto riguarda i temi di queste righe contiene il Ministero dell’Interno, le varie prefetture, questure, procure, digos, sbirri ecc.
Questo è l’apparato di controllo, repressivo, che di questi tempi più che mai vive dell’assoluta necessità di portare a casa dei risultati, che per questi signori hanno un solo nome: arresti, o in seconda opzione indagini.
In una fase storica di impoverimento, di pressione sulle frontiere, crollo del welfare, lo Stato chiede all’apparato repressivo di prevenire, ancora più che di curare, qualsiasi eruzione di rabbia e tensione sociale. I mezzi a disposizione di questo obiettivo sono infiniti, soldi a palate, tecnologia di ultima generazione e tutti gli uomini che servono. L’esatto opposto ad esempio di quello che lo Stato mette a disposizione della sanità.
Ma ad avere una sanità efficiente non ci salvi uno Stato dal conflitto di classe.
Quindi ecco che le energie spese in questo campo devono dare risultati, sia come evidenza del valore degli investimenti sia come deterrente per chi sta pensando di alzare la testa e iniziare a tirare le pietre al posto della cinghia.
Terrorismo come grimaldello
Recentemente – a conferma della strumentalità di tali operazioni – la maggior parte delle indagini per 270bis non ha superato il vaglio dell’udienza preliminare. Se quindi non ci stupiamo e non ci stupiremo di vedere cadere pomposi castelli accusatori di reati gravi come quello di terrorismo di fronte ai banchi dei tribunali, non ci stupiamo neanche che il terrorismo venga ricondotto anche a delle pratiche di tutt’altra natura, come la solidarietà, l’azione diretta, il sabotaggio, il danneggiamento.
In particolare è prassi degli ultimi tempi quella di inserire nelle indagini per terrorismo a carico di compagni e compagne reati di piazza, rivendicati, svolti sotto la luce del sole, partecipati attivamente da tante persone. Un esempio tra i più lampanti lo abbiamo con l’indagine condotta dal pm Pani qui in Sardegna, che ha basato il teorema accusatorio su cortei, campeggi, tagli alle reti, tutte iniziative pubbliche, di massa, rivendicate da centinaia di persone.
Tale scelta viene compresa andando a leggere cosa prevede l’articolo 270bis, innanzitutto lo sblocco di ingenti somme di denaro per portare avanti le indagini, la detenzione preventiva, la secretazione dell’indagine ed altre conseguenze come il sequestro di locali o mezzi utilizzati dagli indagati, insomma è un ottimo attrezzo nelle mani di sbirri e magistrati.
Inoltre vi è anche l’aspetto mediatico, quando i compagni e le compagne vengono arrestate i giornali titolano “arrestati i terroristi”, “antimilitaristi? No terroristi eversivi”, “smantellata la cellula terroristica anarco-trentina”, di sicuro poi non fanno pubbliche scuse quando i reati vengono derubricati a danneggiamento o i compagni vengono addirittura assolti.
Si criminalizza quindi il dissenso anche nelle forme più lievi e diffuse, col fine di isolare alcuni gruppi, di spaventare i complici e i solidali.
La solidarietà
Potrà sembrare strano ma anche la solidarietà viene inclusa nelle condotte che portano all’accusa di 270bis: una scritta in solidarietà a dei compagni arrestati diventa un danneggiamento aggravato che unito ad altre segnalazioni creano quell’insieme di avvenimenti necessari ad imbastire un indagine per “associazione sovversiva con finalità di terrorismo”.
Ma non solo, andare fuori da un carcere in fiamme a sostenere con urla e striscioni i prigionieri viene ritenuto un fatto gravissimo, anch’esso inseribile (e inserito) nelle indagini dell’operazione “Ritrovo”, ma fatti simili li abbiamo ritrovati nelle operazioni Renata e Lince solo per fare degli esempi.
La corrispondenza con i detenuti viene anch’essa inclusa in queste indagini e diventa quindi poi materia per allungare il brodo.
Inserire varie pratiche di solidarietà dentro le indagini per terrorismo ha l’amaro duplice sapore del reprimere chi le fa e intimidire chi le vorrebbe fare, magari proprio per chi è stato arrestato per averle fatte.
Il tentativo di isolare le pratiche, ridurle ulteriormente in una fase in cui sono già ai minimi storici è uno degli obiettivi dichiarati dello stato e dei suoi aguzzini.
La rivendicazione e la propaganda
Se c’è una cosa che proprio le istituzioni e lo stuolo di benpensanti che le difendono non possono accettare è la difesa pubblica di azioni e pratiche esplicitamente illegali, ma per noi giuste e necessarie. Parliamo di sabotaggi, imbrattamenti, latitanza, clandestinità, blocchi, occupazioni e via dicendo. Oramai anche semplicemente far parte di un gruppo di compagni, frequentare assemblee e momenti pubblici, è un buon presupposto per finire nelle pagine di inchiesta.
Pm e sbirri stanno forzando la mano a più non posso per convincere l’opinione pubblica, ma specialmente i giudici, del nesso di causalità per cui chi si dice d’accordo a un fatto, un’azione o una scelta ne è in qualche modo responsabile. Non è importante che un fatto sia successo o che sia rivendicato, non servono neanche prove schiaccianti, è sufficiente un profilo indiziario (e per questo ci sono le centinaia di ore di intercettazioni e  pedinamenti) e che ci sia un gruppetto di compagni che sostiene che è giusto prendersela con i responsabili dello sfruttamento del pianeta.
Anche per questo abbiamo organizzato la Fiera dell’editoria sovversiva a Cagliari a gennaio di quest’anno, per provare a difendere pubblicamente la pubblicistica e la propaganda sovversiva e indipendente. Visto il clima c’è da aspettarsi che alcuni di quelli che l’hanno organizzata o hanno partecipato se la ritroveranno nelle accuse delle prossime indagini.
Il momento
Un aspetto specifico, che capiremo col tempo che effetto produrrà, è il momento che è stato scelto per eseguire questi arresti. La fase 2 della lotta al Coronavirus.
Lo stato comunica in modo neanche troppo subliminale che non ci sono pause per la repressione, neanche quando il virus ammazza e l’economia rischia il collasso.
Anzi gli arresti vengono sfacciatamente spacciati come “necessari” in un momento di crisi come questo, in un noto giornale di Bologna si può infatti leggere: “proprio in questo senso le misure cautelari, sottolineano i carabinieri, assumono una strategica valenza preventiva volta ad evitare che in eventuali ulteriori momenti di tensione sociale, derivati dall’emergenza Coronavirus, possano insediarsi altri momenti di più generale campagna di lotta antistato”.
Che dire? La repressione non è certo una novità, e rischiamo che la ristrutturazione socio-economica post pandemia si fondi ancora di più sul controllo e la sicurezza. Effettivamente se lo Stato non dovesse riuscire ad elargire i finanziamenti che promette potrebbero aprirsi diverse crepe, quindi non stupisce il tentativo di portarsi avanti con il lavoro e cercare di “togliere di mezzo” i pericolosi sobillatori.
Viene arrestato chi durante l’epidemia ha scelto di non sottostare acriticamente alle misure di contenimento imposte, chi ha offerto solidarietà e non ha smesso di lottare neanche quando tutti erano chiusi in casa. Gli arresti di 7 persone giungono in prigioni strapiene dove il rischio del contagio è tutt’altro che superato. Alla faccia delle richieste di indulto e amnistia.
Questi che abbiamo esposto sono alcuni dei punti, scritti velocemente, che abbiamo rilevato nelle operazioni degli ultimi tempi, e in quest’ultima bolognese.
Ci sarebbe molto altro da dire e da approfondire, quello che vorremmo sottolineare maggiormente e su cui vorremmo rilanciare un dibattito e delle pratiche, è la difesa dello spazio di azione, di espressione e di conflitto.
Lo Stato con precisione e violenza sta colpendo tutte le realtà che propongono lotte, organizzazione orizzontale, solidarietà e un’idea di un mondo differente; per fare questo vengono utilizzati tutti i mezzi a disposizione per evitare che queste si possano rialzare in fretta. E purtroppo a volte, almeno in parte, ci riescono.
L’obiettivo neanche troppo nascosto è quello di addomesticarci, di chiuderci in una vita di casa e lavoro – e il lockdown è stato un buon banco di prova – in un mondo di sfruttamento e disuguaglianze.
Non sarà sicuramente l’ultima inchiesta, anzi viste le recenti abitudini questurili non dovremo aspettare troppo per la prossima. Le istituzioni sono decisamente più determinate e debellare il virus della ribellione, altro che covid.
Questi tempi ci parlano di mura e sbarre, di repressione e distanziamento, solo una buona dose di coraggio e determinazione ci può aiutare a superare questi ostacoli, o almeno spingere a provarci.
Esprimiamo la più totale solidarietà nei confronti dei compagni e delle compagne arrestate e indagate, rilanciamo la solidarietà e l’azione con le parole utilizzate per rivendicare l’azione di Monte Donato, fulcro dell’operazione “ritrovo”.
“spegnere le antenne, risvegliare le coscienze, solidali con gli anarchici detenuti e sorvegliati”.

Kuntra sa prepotentzia de s’istadu feus kumente s’ortigu*
Kasteddu,
Maggio 2020.
* Facciamo come la quercia da sughero, che nel corso dei secoli per proteggersi dagli incendi che imperversano
nelle torride estati sarde ha sviluppato una corteccia ignifuga, fatta appunto di sughero, che le permette di non
soccombere sotto il calore delle fiamme.
Così come le querce resistono agli incendi rigermogliando alle prime piogge autunnali, noi auspichiamo una
resistenza diffusa preparandoci al germogliare della ribellione.