Un cigno nero nelle fratture fra individuo e società

Un cigno nero nelle fratture fra individuo e società

«Qui ci sono le armi. Se volete, fate. Se non volete, fottetevi»
Errico Malatesta rivolgendosi ad alcuni contadini
durante la tentata insurrezione della banda del Matese nell’aprile del 1877

Questo momento di difficoltà sociale prodotta da un’epidemia ci fa scontrare con una condizione ormai lapalissiana: sopravviviamo in un mondo senza evasione possibile dove non resta che battersi per una evasione impossibile. E in questa constatazione, ecco che si ripresenta la paura di rimanere in balìa dell’ignoto. Chi porta con sé la sofferenza di questo mondo sente una tensione liberatrice che apre le proprie viscere all’imprevisto, sempre.
Imprevista è la stessa libertà sognata più e più volte. Assaporando la qualità, potremmo sentire una voce che non può tardare malgrado le dispersioni delle tante occasioni che ci troviamo davanti. Essa piomba sull’individuo che non
scende a patti con la società, illumina la notte perché chi vuole spezzare le proprie catene ha sognato anche di giorno, dimenticandosi della triste necessità. Non abbiamo certezze. Essere continuamente in dubbio con se stessi è un buon esercizio di critica, perché l’anarchia è un modo di concepire la trasformazione della vita, lontano dalle concezioni dello scienziato e del prete su cosa è effettivamente vivere.
Niente è definitivo. Quando non c’è differenza fra pensiero e azione, ciò che pensiamo si rovescia nell’azione e l’azione tenta di tracciare ripetutamente il vandalismo dell’idea. Chi vuole creare uno scarto con il mondo dell’oppressione si realizza nel proprio pensiero e nelle proprie azioni perché espressioni di una parte di vita lontana dai richiami dell’ordine. La significanza con quello che concepiamo nella nostra mente vuole scendere nel profondo
della gioia, del desiderio e della bellezza. Non un semplice fatto che si concluda in se stesso per dirsi che oggi ho fatto qualcosa, ma quel fatto che nasce dal profondo, senza tornare mortalmente alla periferia di se stessi.
Tutto questo fa parte di una tensione. Non ha a che fare con il concreto e neanche con una realizzazione certa del domani. Una tensione che si scaglia contro il mondo, dove la morte e l’obbedienza fanno presa in molti individui.
Se le anarchiche e gli anarchici sono utopisti è perché hanno in mente un sogno senza misure che vuole fare a pezzi una realtà miserabile.
Il tormentato percorso che permette di incontrare la qualità porta la tensione utopica a non perdersi nella concessione per una maggiore libertà, a non voler allentare la catena per un domani più florido. Ciò per cui batte il cuore è come liberarsi di quella catena stringente per scatenarsi contro la cattività, ma anche per prendere distanza da chi ci vorrebbe imbonire con il gradualismo della libertà fittizia del pezzo per pezzo.
Libertà vuol dire assenza di limiti. Correre i rischi per la distruzione dell’ordine costituito è la tensione avversa e contraria al mercato delle opinioni. Le trame dell’idea sovversiva scombussolano il nostro modo di porci in contrasto al mondo.
Insorgere per liberare se stessi resta il miglior modo per liberarsi con gli altri. Questa ribellione si scontra in piccola parte contro la realtà. Analizzando ciò che ci circonda è la fantasia della nostra volontà, del nostro desiderio e della nostra utopia che diviene materialmente gioia per divenire irreconciliabili con l’esistente. Ricordate la celebre frase di Bakunin: «La rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà»?
Purtroppo ci sono anarchici che se la prendono con chi ricerca l’ignoto e l’autonomia, dimenandosi nella giustificazione della sopravvivenza. Disprezzando gli utopisti, per darsi un senso del giusto altri paventano l’acclamazione dell’eroismo. Qualcuno vorrebbe intraprendere la via più semplice della voracità del mito. Infine c’è chi ancora pensa che lo Stato sia un organismo vivente con un cuore, non riuscendo ad immaginarsi un altrove in cui
perdersi. Come se i palazzi del potere fossero delle scatole da aprire, piuttosto che rovine su cui danzare gioiosamente.
Tutti modi di intendere la vita per ergersi ad esempio per gli altri. Esserci e contare. Evitare che la tensione per la libertà possa cadere in questo tranello dell’identità, invece, sembra un’ottima riconoscenza alla propria unicità. Soffiare sul fuoco della rivolta, generalizzare l’incendio delle passioni, anche per distruggere la dittatura del quantitativo e donarsi alla pur sempre difficile ma meravigliosa qualità.
In fondo, chi vuole una vita degna di essere vissuta non si è mai sentito un eroe, non ha mai incarnato il mito dell’azione. Ha pensato, si è procurato i mezzi per agire e ha colpito.
Lanciando un messaggio per tutti quelli che vogliono ascoltare. Dando sfogo all’utopia, per liberare il mondo da potere e servitù, muovendo continuamente il pugnale delle riflessioni, toccando la dinamite del pensiero, cercando ardentemente l’affinità fra individui perennemente in lotta contro le strutture e gli strateghi del dominio, senza mai venir meno alla solidarietà verso chi si ribella alla mostruosità dell’ordine.
Oggi il pericolo interno per l’unità degli anarchici e delle anarchiche è l’utopista. Per questo alla cameratesca unità è preferibile l’arcipelago delle passioni sfrenate, ritrovandosi affini nel cielo stellato dei desideri e non nell’accozzaglia del bisogno, in quanto solo dall’Uno si crea il Molteplice, non viceversa. E se con i bisogni tutti ci dobbiamo fare i conti, non per questo essi dovrebbero essere una zavorra ai propri sogni e alla propria consapevolezza. Come per la
libertà l’antitesi è la sicurezza, per il desiderio lo è il bisogno.
È nella chiarezza di ciò che vogliamo donare a chi ci sta vicino – un mondo senza autorità – che riusciremo ad uccidere i fantasmi che vivono in noi. La meraviglia dell’avventura nasce da quell’orizzonte caotico che non sa che farsene della misura. Nel momento in cui una rottura impensabile spezza e distrugge molti riferimenti
ordinati, il senso che vogliamo dare alla vita richiede immaginazione e creatività protratte
all’infinito.
La ricerca dei complici è implicita a ciò che ha generato il proprio universo autonomo. Lontano dal possibilismo della necessità, vicino ad un altrimenti del provarci. Quell’universo autonomo che non è finito, ma si intreccia con l’infinitezza della superficie del mondo: un senso di sedizione, ignoto anche a noi stessi. Questa è la scommessa da mettere in gioco. L’insurrezione è un’utopia ed è proprio qui che sta la bellezza del viaggio. La violenza di
questo mondo può fermare l’individuo, ma non le sue idee. E l’individuo non può che ribellarsi a se stesso, oltre che ai tiranni.
Invitare a vivere fa parte della sfera del desiderio perché le persone sono belle quando divengono appassionate, facendo apparire un cigno nero che sfidi le nostre paure e i nostri limiti, dissacrando la sacralità del moto perpetuo, distruggendo tutti i luoghi comuni che ci stanno intorno. Negando un mondo che fa della catastrofe la sua unica ragione di vita, attaccando decreti statali, ipotesi politiche, leggi di mercato, dogmi religiosi, applicazioni
tecniche e chi difende l’inesorabile genocidio in atto. Nel disordine dei sogni e nell’incanto della rottura con questo mondo potremmo pensare a tutto quello che potrebbe divenire, nelle sue smisurate possibilità.
Tra il sogno dei teppisti e il gioco dei bambini ci sta la voglia più totale, la goduria del pensiero e la fine dello Stato.
Come rispose Émile Henry ad Errico Malatesta, nel non troppo lontano 1892 sulle pagine de L’Endehors, è l’amore che genera l’odio: più amiamo la libertà, più odiamo chi si oppone al fatto che gli individui possano liberarsi.

un utopista