Il senso della critica in epoca d’epidemia – e non solo

Pubblichiamo una riflessione dell’edititrice Cirtide apparso su plagueandfire

Il senso della critica in epoca d’epidemia – e non solo

La critica oggi

Ovunque sentiamo parlare di unità nazionale. Insieme si vince.

Un’idea fertile del movimento anarchico, a livello storico, è stata piuttosto che non ci fosse vittoria da ottenere ma un continuo tendere alla libertà ed alla perfettibilità delle relazioni sociali e che all’unità fosse preferibile l’ordine sparso dei desideri e delle passioni.

Eppure, come far sopravvivere in questi tempi uniformanti queste idee? Solo con la critica è possibile ciò. Ma cos’è la critica?

Riprendendo Bonanno, nella critica verso chi condivide parte di una strada con noi occorrerebbe tenere a mente che: “critichiamo costruttivamente tutti coloro che si attardano su posizioni di compromesso col potere o che ritengono ormai impossibile la lotta rivoluzionaria.”

Ora, dando per scontata la buona fede di chi lotta, all’interno dell’ambiente anarchico ci sono molte visioni e sfaccettature di cosa significhi una posizione di compromesso col potere o di cosa si intenda per lotta rivoluzionaria. Appare chiaro come a seconda delle visioni e delle riflessioni riguardo a questi concetti altre posizioni e tensioni appaiano manchevoli.

Quindi, in primo luogo, nelle nostre critiche reciproche dovremmo essere in grado anche di enunciare e chiarificare cosa significano per chi scrive la critica quei concetti e come noi abbiamo interpretato nel testo che leggiamo e stiamo criticando quei concetti.

Tuttavia, in primo luogo, dovremmo tenere a mente la prima parte della frase di Bonanno: cosa significa criticare costruttivamente? Noi non critichiamo costruttivamente lo Stato, ma lo critichiamo con l’attacco. Non critichiamo costruttivamente gli autonomi, perché essi non si attardano in posizioni di compromesso con il potere, essi sono un potere (o quanto meno vorrebbero divenirlo), e perciò vi è una distanza con loro tale che nulla può e vuol colmarla.

Quindi, in primo luogo, dobbiamo trovare un senso al concetto di critica costruttiva, un senso nuovo che abbia un significato nel mondo di relazioni differente creato dalla virtualità diffusa. Come confrontarsi con l’aumento straripante dell’anonimato a firma di certuni scritti? Non che sia un male, è solo una trasformazione del modo di rendere pubbliche le riflessioni o di avere dibattiti e confronti. Magari una volta avvenivamo maggiormente di persona oppure su determinati giornali che permettevano meglio di ricostruire i percorsi linguistico-significativi. Su un sito internet contenitore, invece, ogni testo è a se, senza retroterra, ed ogni termine deve essere risignificato continuamente. A meno che non riusciamo ad intuire chi ha scritto il testo, operazione sbirresca che punta a rompere il velo del voluto anonimato ma che ci aiuta talvolta a comprendere il senso e la logica di determinati testi reinserendoli in un (presunto) contesto di vita, lotta e pensiero.

Con cosa ci troviamo invece a confrontarci oggi? Giudizi abbozzati ed arroganti su chi scrive e non su cosa è scritto; non critiche al vetriolo in grado di scalfire le autogiustificazioni o le costruzioni traballanti di idee e concetti ma soliloqui dettati dalla noia o dal desiderio di mostrarsi più “sul pezzo” o più “compagn*” in assoluto.

Oppure si percepisce, nel modo in cui sono scritte determinate cose, come avviene in uno degli ultimi testi apparsi su Macerie, una certa superficialità e supponenza riguardo a chi sceglie per la propria lotta di esprimere le idee in un determinato linguaggio particolarmente immaginifico:

“In genere o si tende a essere schiacciati dal polo della necessità, diventando più realisti del re, e nella migliore delle ipotesi invocando un “ritorno al passato” in cui il welfare state “funzionava meglio”, o ci si balocca a parlare di autonomia e di ignoto non tenendo minimamente in conto la sfera della necessità che, piccolo problema, è quella grazie a cui si può campare.”

Appunti sull’epidemia in corso

Partendo da queste riflessioni metodologiche sul senso della critica, e sperando di non ricadervi dentro dalla finestra, provo a sviluppare alcune riflessioni sull’ultimo testo citato, Appunti sull’epidemia in corso, a firma “alcuni compagni, in parte redattori del blog e in parte no”

Preservarsi?

“Tentare, nel possibile, di analizzare correttamente il fenomeno ha sia delle ricadute etiche che strategiche: da un lato non possiamo contribuire a mettere in pericolo altre persone e possibili complici davanti al rischio di contagio. Non possiamo ammalarci noi, compagne e compagni, che già siamo pochi e con energie risicate. Non possono ammalarsi e morire i nostri possibili complici…che si ammalino i ricchi, i governanti e i padroni, come minimo. Dall’altro dobbiamo cercare di capire come si evolverà passo passo la situazione e gli scenari che potrebbero verificarsi.”

Esiste una propaganda martellante per quel che riguarda cosa questo virus sia. Propaganda scientifica quindi, ipso facto, incerta e variabile nel tempo a seconda che determinate tesi acquistino consenso nel mondo scientifico (ebbene si, funziona per consenso la verità scientifica).

In questo paragrafo, a mio avviso, vengono riproposte due idee infauste: la responsabilità dei singoli individui nella propagazione del virus e la paura rispetto al contagio.

Un virus non si propaga perché entriamo in contatto con un virus, ma con un’insieme di virus, ovvero una concentrazione (carica virale) di virus. Inoltre, non è che ad un determinato livello di carica virale corrisponde conseguentemente l’infezione: una persona immunodepressa sarà sensibile ad una carica virale più bassa, mentre una persona fatta diversamente sarà sensibile ad una carica virale più alta. In ogni caso è un fenomeno probabilistico, non deterministico. Se vengo sottoposto nell’istante t1 e t2 alla stessa carica virale, le variabili sono talmente diverse che i risultati non sono spesso prevedibili. Pensiamo a quanto sia difficile dimostrare per via giudiziaria che è l’amianto dell’eternit a causare il tumore ai polmoni (e quindi i processi finiscono in assoluzione) mentre oggi siamo massicciamente ritenuti individualmente responsabili – quindi causa – di aver fatto ammalare altre persone….

In questo periodo sta entrando nel dibattito francese il problema del validismo. Ora, cosa cambia la situazione odierna dal dare un volantino ad un 70enne l’anno scorso senza esserci lavati le mani? Oppure dal prendere quotidianamente la macchina? Sappiamo che anche il virus influenzale uccide, e le polveri sottili fanno molti morti ogni anno.

Questo non vuol dire disinteressarsi ed appositamente infettare le persone. È giusto decidere di isolarsi se si vuole essere sicuri di non infettare nessuno. Lo scenario più probabile, tuttavia, è che buona parte di noi è già entrata in contatto con il COVID nella sua forma asintomatica e probabilmente lo ha già trasmesso all’interno del nucleo famigliare o di un’assemblea.

Inoltre la questione centrale da affrontare è quella riguardante il rischio. Esso è ineliminabile, se non nell’inazione. Quindi va bene interrogarsi a riguardo, ma anche solo fino ad un certo punto.

Noi compagni possiamo ammalarci, ebbene si. Anche perché forse si innescano i processi di immunità naturale, o forse no, il mondo scientifico è in subbuglio. Se la dinamica epidemiologica fosse come quella della Spagnola, che solo alla terza ondata cominciò ad ammazzare persone giovani ed in salute (ma poi fu il virus della spagnola o le condizioni sociali e psicofisiche prodotte dalla prima guerra mondiale?), datemi un ammalato da abbracciare. Per giunta, oggi come oggi, forse la prima cosa da esorcizzare è proprio la paura.

Dirò di più, come compagni possiamo anche venire arrestati, o morire. Conservare le forze non è una soluzione, conservarle fino a quando? Una volta discussi con delle persone di Lotta Comunista che mi dissero: “I compagni non devono farsi arrestare, serviranno il giorno della rivoluzione.”

Ebbene, io penso che il rischio debba essere accettato, non rifuggito: di ammalarsi, di venire arrestati, di morire. Certo, è chiaro che dobbiamo cercare di minimizzarlo, ma dobbiamo anche saperci preparare ad esso. Dobbiamo fare in modo che passi il testimone, altrimenti i problemi si posticipano, non si affrontano. E questo è peggio.

Darwinismo sociale ed eugenetica

“Questa logica d’emergenza risponde però anche a innegabili esigenze di contenimento del contagio ed è questa la profonda differenza tra la situazione attuale e altre situazioni di emergenza sociale o di catastrofi legate a fenomeni per cosi dire naturali. Trascurare o minimizzare questo dato o far finta di dimenticarsene non rafforzerà certo le nostre capacità di criticare e provare a contrastare i dispositivi e il processo di auto-legittimazione portato avanti dalle autorità. Sarebbe interessante, ad esempio, capire quali critiche avremmo da fare a una strategia come quella del Regno Unito volta a creare la cosiddetta immunità di gregge.”

Domanda speciosa, la cui risposta è paradossalmente semplice: ognuno può e deve decidere da sé stesso come affrontare il rischio della malattia e della morte. Un governo, che imponga di stare a casa quanto di uscire, si appropria dell’autodeterminazione dei singoli decidendo per la vita altrui. Decidendo, inoltre, solo ed esclusivamente a profitto della propria idea di dominio. Non pare così difficile imbastire una critica.

A parte che anche i fenomeni per così dire naturali sono comunque sociali, perché è indivisibile la dimensione sociale e naturale all’interno di ogni cosa che avviene, da altri lidi arrivano frasi che forse aiutano a capire il senso nascosto di questa critica, anche se ammetto che forse mi sto spingendo troppo oltre.

Ad esempio, su Infoaut, mentre veniva recensita positivamente una serie tv di Amazon viene definita l’azione di Johnson come ingegneria sociale, oppure, sempre su Infoaut, si parla anche qui di social-darwinismo riferendosi all’Inghilterra. Entrambi questi articoli sono apparsi nella homepage per molti giorni, almeno fino alla scrittura di queste righe.

A parte un’evidente ignoranza del concetto di darwinismo sociale, perché si sviluppano queste critiche? Perché quando questi pezzi di sinistra non riescono a criticare il potere alla radice, perché in fondo non mettono in discussione il fatto che lo Stato possa sovradeterminare gli individui e riconoscono che sia in fondo giusto e necessario che venga imposta per legge la quarantena, allora ecco che essi criticano fermandosi al volto “militare” dell’imposizione oppure la comparano al male peggiore dell’eugenetica.

Vengono così riesumati i nazisti ed il darwinismo sociale, concetti intellettuali che in realtà vengono stiracchiati ben oltre i loro alvei di provenienza. Basti pensare che il darwinismo sociale si collega al tema della selezione naturale. La selezione naturale avviene sulla possibilità di trasmettere i propri geni sessulamente, ovvero di riprodursi. Sterilizzare le donne isteriche nei manicomi o i rom nei Lager impedisce la riproduzione e quindi la trasmissione di determinati geni per una paventata “pulizia genetica”. Che degli 80enni muoiano no, banalmente perché a 80 anni e 5 giorni non si sarebbero comunque riprodotti per evidenti limiti biologici. Quindi perché mescolare concetti ed idee? Per crearsi un’aureola ideologica di radicalità della critica che faccia passare sotto traccia l’incapacità di criticare dove davvero serve.

L’anarchismo, invece, queste armi le ha, e ben affilate. Non dovremmo avere remore dall’utilizzarle contro il pensiero dominante od aspirante tale.

Chi ha detto cosa bisogna fare e cosa bisogna sapere?

“Se volessimo guardare alle sfide che ci si parano davanti anche col focus di una scansione temporale, dovremmo iniziare a immaginarci il da farsi nella fase uscente di questa emergenza sanitaria (se e quando ci sarà), e alle ricadute sociali che porterà… con in più la possibilità di tornare in strada. Non si muoverà una foglia e tutti saranno felici del ritorno alla normalità al grido di “RinascItalia” ? Ci saranno piuttosto smottamenti tali da canalizzare una furente rabbia collettiva? Inizieranno una serie di conflitti in specifici ambiti della società (lavoratori della ristorazione, sanitari, disoccupati, persone con malattie aggravate dall’emergenza coronavirus, lotta per le bollette, etc.)? Anche qui ripartiamo dalle mancanze.

Chi più chi meno, nelle varie zone d’Italia, ha sviluppato negli anni studi e ricerche nei vari ambiti che compongono questa società, votati alla produzione e riproduzione del sistema capitalista. Spesso con l’idea di cavarne fuori qualche analisi che orientasse e illuminasse le proposte di lotta e azione. Eppure, almeno per chi scrive, se l’emergenza finisse ora e si creasse ad esempio un imbuto di visite sanitarie sospese da recuperare, col rischio per le situazioni più urgenti di doversi rivolgere al costoso privato, sapremmo anche solo sotto quale ufficio andare a rompere le scatole? Indicare nel dettaglio i responsabili, decennali e secolari, di questa condizione? Occorrerà colmare con lo studio e l’osservazione, ma anche con uno scambio con i possibili complici che conosceremo.”

Qual’è il ruolo degli individui anarchici all’interno dei conflitti? Uno solo o molteplici?

Una volta venivano immaginati diversi modi in cui potesse essere portato il contributo offensivo anarchico all’interno della realtà. Gruppi d’affinità, organizzazioni di sintesi, nuclei di base, erano tutti luoghi e modi differenti e con prospettive e premesse diverse per agire.

Sarò pure antiquato, ma penso che quelle riflessioni, più che essere superate, siano rimaste dimenticate, incomprese e quindi criticate. Prova di ciò è la capacità di chi le sviluppò all’epoca di saper condurre, ancora oggi, per l’aia del discorso un’intera assemblea giocando sulla linea sottile di distinzione tra queste diverse definizioni.

Quindi certo, può essere importante sapere nell’ambito della sanità dove andare a colpire, ma è importante saperlo ora? È su questo che occorre prepararsi? E se il conflitto si sviluppasse su altri piani? Ci saremmo allora preparati per nulla?

La potenzialità di quel modo di immaginare l’intervento anarchico è che permetteva di immaginare tempi diversi e distinti di preparazione analitica: il nucleo di base si prepara sul momento, con le persone che vi partecipano. Non avrebbe senso prepararsi a priori su qualcosa che potrebbe essere, a meno di non volersi preparare egualmente a priori su ogni possibilità che potrebbe darsi. Partendo ovviamente dal presupposto che il determinismo sociologico delle conseguenze offre una parvenza di tranquillità e solidità del pensiero fallace. Magari chi era in lista d’attesa è morto nell’epidemia e ci sarà piuttosto un miglioramento del sistema sanitario. Potrebbe piuttosto bloccarsi la giustizia, con i processi legati alle violazioni, ed allora perché non prepararsi anche in quel campo? Un’analisi è valida quanto l’altra fintanto che non accadrà qualcosa che renderà evidente la faccenda. Ma in quel caso sarà tardi per prepararsi in anticipo. Non è che allora la preparazione vada fatta a partire da altre questioni?

Le organizzazioni di sintesi ed il gruppo di affinità permettono di arrivare pronti agli accadimenti. Per questo l’impreparazione del movimento anarchico è molto più grave di quanto descritto nel testo di macerie. Non perché non sappiamo quali sono i medici stronzi, ma perché non abbiamo, forse, la capacità ed i modi di ragionare su come intervenire, non su cosa dire specificatamente nel corso dell’intervento. Così come è grave il fatto che magari i rapporti più intensi che abbiamo sono dispersi nello spazio e quindi sono stati resi inefficaci dalle intense misure di controllo sugli spostamenti.

Lasciando l’autocritica sui gruppi di affinità agli individui, perché solo loro possono conoscerli e rifletterci sopra, discutiamo del ruolo che potenzialmente potrebbero avre le organizzazioni di sintesi.

L’anarchismo, a mio avviso, dovrebbe sottolineare una dimensione di metodo, non offrire le soluzioni ai problemi specifici. E su questo concetto ci torneremo nel corso di questa critica più volte.

Il cuore del pensiero/azione anarchico dovrebbero essere i princìpi della conflittualità permanente, dell’autogestione e dell’attacco, o delle loro varianti declinate a piacere. Attraverso questi principi, portati all’interno dei diversi nuclei di base (a.e. la sanità) si sviluppano e si immaginano poi le soluzioni specifiche ai problemi specifici. Come è attraverso questi stessi principi nei diversi gruppi di affinità che si immaginano e mettono in atto altre azioni.

Quindi il problema, oggi come oggi, non è non sapere cosa fare nella specificità sanitaria, ma non avere un luogo ed un modo per confrontarsi su come diffondere e comunicare i principi della metodologia anarchica all’interno di quelli che saranno i futuri possibili ambiti di lotta, tanto animati da gruppi d’affinità che nuclei di base.

Poi è chiaro che possiamo anche trovare che queste categorizzazioni non siano più valide, ma occorre sempre riallacciare i fili con il passato, per non correre il rischio di dimenticare la trama dell’ordito.

Ideologia?

“Questo non vuol dire certo rivendicare il ruolo e le logiche della sanità pubblica come l’obiettivo ultimo verso cui tendere, ma la lotta per poter vivere liberi, lo ripetiamo, passa dalla possibilità di vivere e le ristrutturazioni nel campo della sanità sono state e continuano ad essere dei veri e propri atti di guerra contro tanti e tante sfruttate. Un venir meno della possibilità di curarsi che in un mondo come quello capitalistico, strutturalmente ostile a qualsiasi forma d’autonomia, equivale a delle vere e proprie condanne a morte, anche al di là del Covid-19. Battersi per ampliare queste possibilità, parallelamente alla costruzione di una conoscenza e di logiche altre rispetto a quelle delle sanità pubblica, rappresenta un tassello fondamentale per una prospettiva rivoluzionaria che non voglia contrapporre ideologicamente libertà e necessità di vita.”

Che vita? Cosa sono le necessità di vita? Domanda che apre un mondo.

Se intendiamo la vita come vita vissuta pienamente, allora la libertà non è assolutamente contrapposta ad essa. Se intendiamo le necessità di vita come le necessità della sopravvivenza, magari in questa società, allora questa contrapposizione esiste eccome.

Mangiare. Ma mangiare oggi o mangiare in un senso di libera condivisione? Mangiare oggi significa andare al supermercato e pagare, oppure rischiare la libertà col furto. Mangiare oggi può anche significare coltivare nel campo di proprietà, pagando le tasse e difendendone i confini. Questo mangiare si contrappone ad un senso di libertà legato al rifiuto della proprietà o del lavoro. Perché la sopravvivenza in questo sistema, anche con le sue necessità, non appartiene al mondo della libertà. Dover fare ricorso alla sanità pubblica non è un elemento di libertà. Si pensi al fatto che se un malato di tumore rifiuta la chemioterapia allora non riceve neppure l’invalidità. Oppure al fatto che se non si vuole medicalizzare la gravidanza si potrebbe essere penalmente perseguibili.

Ora, in questa società è una necessità della vita la sanità perché non è possibile alternativa, ma questa impossibilità dell’alternativa non rende la sanità parte del mondo della libertà. Questo è uno degli elementi, tra l’altro, più brutti di questo mondo: essere costretti a necessitare della sicurezza offerta dallo Stato non potendo o sapendo vivere il rischio insito nel proprio concetto di libertà.

Provando quindi a forzare la lingua scritta, e sostituendo l’ambiguo “necessità di vita” con “sicurezza di vita”, quindi con “sicurezza”, forse emerge meglio il punto. E qui la contrapposizione esiste eccome, e non può essere negata in poche righe, ma andrebbe quanto meno sostenuta meglio.

Lo Stato, storicamente, (Cfr. ad esempio Contro la storia contro il leviatano di F. Perlman) nasce come garante della sicurezza, tanto sul piano militare che sul piano della gestione dell’eccedenza e pianificazione della produzione.

Oppure riprendiamo un vecchio passaggio del testo “Sicuri come la morte”, uscito sul numero 1 di Machete:

“I cantieri della sicurezza vengono oggi costruiti sulle tombe della libertà. La sicurezza ha come obiettivo l’allontanamento di ogni pericolo, mentre l’esercizio della libertà comporta viceversa la sfida ad ogni pericolo. Non è un caso se l’espressione “mettere al sicuro” indica solitamente il gesto di chiudere sotto chiave. L’esempio tipico è quello dell’animale selvaggio strappato dalla giungla per essere rinchiuso in gabbia. In questo modo, assicurano gli amministratori dello zoo, l’animale viene salvato dai pericoli della giungla e messo al sicuro. Dietro le sbarre non correrà il rischio d’essere abbattuto dai cacciatori o sbranato da bestie feroci. Ebbene, questo animale si trova sì al sicuro, ma a un caro prezzo — la sua libertà. È risaputo: evitando il pericolo non si vive la vita, la si conserva a malapena; perché solo andando incontro al pericolo una vita viene vissuta nella sua pienezza. L’unione fra sicurezza e libertà è dunque irrimediabilmente incompatibile.”

Il problema della sicurezza e della libertà, della vita e della morte, del nostro rapporto con esse, esiste eccome, e non è un trucco fantasmagorico da scrittori per mettere in fuorigioco altri approcci di lotta. Esiste ed è un problema reale, non inventato. E come tale va saputo affrontare nella sua complessità.

Utopie e sogni

“In genere o si tende a essere schiacciati dal polo della necessità, diventando più realisti del re, e nella migliore delle ipotesi invocando un “ritorno al passato” in cui il welfare state “funzionava meglio”, o ci si balocca a parlare di autonomia e di ignoto non tenendo minimamente in conto la sfera della necessità che, piccolo problema, è quella grazie a cui si può campare. Ci si dimentica così che la condizione per poter arrivare a vivere in un mondo di liberi e uguali, è quella, banalmente, di poter vivere.

[…]

Abituati negli anni alle batoste repressive, alle difficoltà del conflitto sociale, al lato parziale delle lotte, stiamo rischiando di perdere lo slancio immaginativo e utopico. Uno slancio che per forza deve essere in grado di disegnare mondi ideali liberati dal capitalismo, ma gettare il cuore oltre l’ostacolo della rassegnazione. E pensare in grande.

Uno sguardo che, per tagliare la questione con l’accetta, oscilla tra la capacità di attacco e l’autogestione delle risorse nella riproduzione della vita in un processo insurrezionale, nonché le sue modalità organizzative. Perché se sosteniamo che alla base della crisi coronavirus sta il mondo capitalistico in quanto tale, se sosteniamo che si sta aprendo la possibilità per molte persone di acquisire questa consapevolezza attraverso una lotta dura, allora la portata è radicale.

Ci fermeremo a “sobillare” o più banalmente sostenere le manifestazioni di piazza e il loro livello di scontro, oppure ci porremmo allo stesso tempo il problema di come approvigionarci, come continuare a curarci senza riprodurre i loro modelli votati al profitto, come usare i terreni e gli spazi agricoli per produrre cibo? Come potremo difenderci dagli attacchi della controparte contro un territorio, seppur parziale, in fermento? Come dialogare con altri territori lontani da noi? D’altronde, se staccano l’acqua e la corrente alla sezione in rivolta di un carcere, perché non dovrebbero farlo con un intero quartiere?”

A parte l’incongruenza di criticare prima chi sogna per recriminare poi di essere senza sogni, occorre a mio avviso ritornare al concetto di come l’anarchismo dovrebbe diffondere prima di tutto una dimensione di metodo, non offrire le soluzioni ai problemi specifici. Partiamo da una metafora.

Se abbiamo in mente il sogno di giungere in un luogo lontano, facendo un viaggio avventuroso, proporremo di andarci, non piuttosto di andare prima alla Decathlon per acquistare le tende, poi di andare alla stazione, poi di prendere il treno, poi di scendere alla fermata giusta, poi di svoltare a destra…

Il punto è che dobbiamo proporre il senso del viaggio, non fornire il graduale tragitto per arrivarci. Se condividiamo con le persone la destinazione, lo scopo, allora anche i problemi parziali troveranno una loro dimensione differente per essere risolti.

Certo che troveremo il modo di procurarci il cibo, ma troveremo il modo di farlo prima di tutto con le persone con cui condividiamo lo scopo del viaggio, conseguentemente con coloro con cui stiamo costruendo una relazione. Possiamo pensare, e sicuramente ciò è fondamentale, a come risolvere certi problemi, ma potremo risolverli davvero solo nel momento in cui questi problemi ce li troveremo davanti, ovvero nel momento in cui la situazione lo renderà necessario.

Lo slancio immaginativo è dato dal darsi proposte su come moltiplicare i punti di contatto con il mondo circostante e quindi con gli individui, anarchici o no, attorno a noi. Partiamo da questo, senza farci sconfortare dalla mole delle cose ancora da fare. Abbiamo di fronte a noi ancora l’enigma della distruzione da affrontare e, solo in esso e come conseguenza di esso, quello della creazione. Anche perché non saranno solo le persone anarchiche a ricostruire il mondo, ma sarà un qualcosa di molto più ampio. E dipenderà, quello si, da quanto sapremo comunicare il senso dell’anarchismo come vita, non dell’anarchismo come soluzione alla fame quotidiana.

L’utopia è nelle piccole cose, non nasce dall’iperuranio del pensiero. Si realizza a partire dai piccoli desideri e dai piccoli gesti: bruciare un’antenna, ritornare a parlarsi di persona per decidere come saccheggiare il supermercato in fondo alla strada o costruire l’orto sul tetto del palazzo.

Editrice Cirtide