Scatenarsi nella rovina

riceviamo e pubblichiamo:

Scatenarsi nella rovina

Perdere
ma perdere veramente
per lasciar posto alla scoperta
Guillaume Apollinaire

Sopravvivere nella società contemporanea significa esistere al cospetto dell’emergenza. La minaccia
costituita da ciò che l’occhio umano non può assolutamente scrutare pesa quotidianamente sulla
propria esistenza. Fenomeni al di fuori del proprio spazio di intervento minacciano costantemente la
propria vita, le proprie relazioni e l’ambiente in cui si vive. Un nemico invisibile è approdato ormai
da un mese in Italia divenendo la principale preoccupazione dello stato come dei suoi abitanti.
Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto sempre la solita litania. Proclami in televisione, alla radio,
nei luoghi pubblici (ovunque vi sia uno schermo, una bacheca, un altoparlante) diffondono gli stessi
consigli; vicini di casa, colleghi di lavoro, sconosciuti nelle strade… quasi tutti ripetono nei loro
discorsi le stesse parole chiave: controllo, sicurezza, sacrificio, obbedienza.
Quando il dominio va incontro ad un periodo di instabilità, causato ad esempio dalla possibile
diffusione di un epidemia, non può che cogliere la palla al balzo per rinforzare il proprio potere.
I disastri prodotti dall’espansione del sistema tecnico, con il suo rapporto di sopraffazione verso
quello che rimane di naturale intorno a noi, con i suoi vincoli sociali ed esistenziali, con la sua
connessione globale permanente, si ripresentano alla porta del suo avvenire. Un terremoto, un
alluvione, un incendio divengono fenomeni catastrofici solo dal momento in cui l’ambiente naturale
è stato sostituito dall’ambiente tecnico. Un terremoto non crea molti danni dove il territorio non è
sovrastato da palazzi di cemento, un’alluvione non devasterebbe intere zone abitate se prima le
acque non venissero incanalate funzionalmente all’interno di argini, un incendio non devasterebbe
intere foreste se le temperature non fossero in costante crescita a causa dell’effetto serra. Allo stesso
modo un virus non sarebbe così facilmente una minaccia globale se la densità di popolazione e i
mezzi di trasporto non rendessero gli spostamenti da una parte all’altra del mondo una questione di
ore. Il carattere di questi problemi è tale da non poter essere risolti dal sistema stesso, in quanto è
possibile solo una soluzione che metta in discussione le sue stesse fondamenta. Ciò che gli resta da
fare è sperimentare il miglior metodo di compensazione, cioè quello che garantisca al meglio la sua
stabilità.
Il primo passo è quello di allontanare da sé una qualsiasi parvenza di responsabilità: le devastazioni
prodotte da una calamità naturale sono conseguenze del carattere imprevedibile della natura,
l’esplosione di un reattore nucleare è un rarissimo incidente dovuto ad un errore umano. Una volta
stabilite le procedure per gestire la catastrofe a proprio vantaggio, il passo successivo è quello di
incolpare chiunque non le rispetti. Lo stato tecnico si erge a unico garante della situazione
trasferendo le proprie responsabilità a chiunque non rispetti il comportamento da esso imposto.
A Fukushima nelle zone altamente contaminate da radiazioni, per lo più entro i 30 chilometri di
distanza dalla centrale, gli abitanti venivano riforniti di tutto il materiale necessario ad analizzare il
livello di radioattività del terreno: contatori Gaiver, guanti, maschere e così via. Quando una
persona manifestava problemi di salute causati dall’esposizione alle radiazioni lo stato e la Tepco
(azienda del settore energetico nucleare giapponese) potevano tranquillamente pulirsene le mani
sostenendo che se quella persona aveva una malattia, ciò fosse dovuto ad una scorretta esecuzione
della procedura, ad un comportamento irresponsabile. Se migliaia di bambini sono morti di tumore
la responsabilità fu dell’industria nucleare che riversò tonnellate di elementi radioattivi nell’aria e
nell’acqua, o dei loro genitori che gli hanno permesso di giocare per terra nel parco?
Oggi in Italia a milioni di persone viene intimato di rinchiudersi in casa, uscire solo per necessità,
evitare di incontrarsi con altre persone o averci qualsiasi tipo di contatto fisico. Sugli schermi viene
mostrato come lavarsi le mani o indossare una mascherina. Chi decide di non rispettare queste
direttive, chi non accetta di privarsi della propria libertà di movimento e cadere ostaggio della
paranoia, diviene di conseguenza un propagatore del contagio, capro espiatorio, nemico pubblico
per eccellenza. A chi meglio scaricare il peso della responsabilità di non essere in grado di garantire
la salute delle persone in un mondo contaminato, se non a coloro che si oppongono alla propria
reclusione all’interno dei meccanismi del potere.
Ciò che contraddistingue la radioattività tanto quanto l’epidemia è l’invisibilità e quindi
imprevedibilità della sua diffusione e delle sue conseguenze. L’impossibilità di avere la situazione
sotto controllo, spinge il cittadino ad affidarsi a chi sia in grado di propugnargli una soluzione
immediata, quindi a porsi completamente nelle mani di tecnici, scienziati, burocrati: anime pie del
totalitarismo imperante. A quel punto la sopravvivenza delle persone diventa interamente costituita
da una serie di procedure da seguire, di controlli a cui sottostare, di pressioni psicologiche e sociali
a cui essere costantemente sottoposti. Ogni scelta, ogni gesto devono essere considerati e calibrati
sulla base di istruzioni, le proprie priorità vanno tradotte nelle categorie di priorità del potere. Se
guardare un tramonto può essere considerato rischioso e superfluo, mettersi in coda davanti a un
supermercato diventa la priorità giornaliera.
Se a Fukushima le persone devono cronometrare il tempo che passano fuori dalla propria casa per
poi correre a farsi una doccia, a Milano ognuno deve stare almeno ad un metro di distanza da
qualsiasi altra persona ed entrare nei supermercati in fila uno alla volta muniti di guanti e
mascherina. La cosa drammatica è che niente di tutto ciò sarà in grado di controllare gli effetti delle
radiazioni, né tanto meno bloccare la diffusione di un contagio.
Siamo davanti al possibile epicentro della catastrofe. Essa è in atto da molto tempo. I richiami
all’ordine vogliono far proseguire la catastrofe perché solo in essa prende forma un’oppressione
giustificata e apparentemente irreversibile. Allora la decisione vitale sta in questa scelta: incatenarsi
nelle proprie dimore della rovina o scatenare le cattive passioni per danzare sulle macerie di un
mondo infettato da potere e servitù?

quattro occhi chiari nella catastrofe