Più di due mesi di rivolta contro lo Stato cileno: bilanci grezzi, proiezioni istintive e negazioni permanenti

Più di due mesi di rivolta contro lo Stato cileno: bilanci grezzi, proiezioni istintive e negazioni permanenti

10 gennaio 2020

“La passione per la distruzione è anche passione creatrice”

-Mikhail Bakunin…

“L’insurrezione è una festa. Il rumore della loro sconfitta ci diverte”.

-Forze autonome e distruttive Leon Czolgosz-

L’avanzata della rivolta: giorni e mesi di combattimento

La rivolta che sta scuotendo la regione cilena continua senza interlocutori validi nè una direzione che la guidi. Continua ad essere senza testa, autoconvocata, caotica e distruttiva… inarrestabile, nonostante i/le mortx, i/le feritx, i/le mutilatx e i/le quasi 2.000 prigionierx che riempiono le prigioni di tutto il Cile. La scintilla partita da una strategia di evasione massiccia del pagamento della metropolitana in risposta a una nuova ascesa del prezzo del biglietto, ha cristallizzato la continuità di lotte e metodi contro il potere, scatenandosi con tutta la forza e la vitalità un 18 di ottobre.

Le continue repliche del terremoto che ha segnato i primi giorni della rivolta si ripetono quotidianamente in maggiore o minore intensità, espresse in audaci attacchi alle stazioni di polizia, simboli del capitalismo, e nei duri scontri con i carabinieri. Sebbene si percepisca una certo logoramento (normale e comprensibile dopo più di 80 giorni di combattimento), la violenza contro il potere gode di buona salute, legittimandosi come lo strumento principale per rompere con tutto ciò che è stato imposto ai settori che fino a poco tempo fa la condannavano. Quest’ultima cosa, insieme alla mancanza di una guida definita, crediamo rappresentino, in un modo o nell’altro, gli ingredienti principali che hanno fatto in modo che la rivolta rimanesse incontrollabile.

La presenza anarchica nei diversi scenari dello scontro è chiara e nota fin dal primo giorno, come non potrebbe esserlo, se è l’espressione strabordata e massiccia delle pratiche trasgressive che sono state portate avanti e che si tenta di far replicare da anni? Come potrebbe non esserlo, se è una rivolta incontrollata senza una direzione centralizzata? Come potrebbe non esserlo, se è in diretta sintonia con i nostri continui appelli e le nostre azioni di propaganda? La rivolta è parte di noi perché ne facciamo parte; ci sentiamo completamente a nostro agio e felici nel suo vortice distruttivo cercando di estenderla e acuirla dove e come possiamo, lontano da e contro ogni espressione che cerca di addomesticarla e/o condurla.

Durante questi mesi di rivolta, ci fermiamo, respiriamo prendendo una grande boccata dell’aria ancora inebriata di gas per tirarne fuori alcune cose, raccogliamo le nostre valutazioni, le nostre proiezioni e, naturalmente, le nostre negazioni.

Violenza di strada e repressione

Questa rivolta si è rivelata essere un cambiamento, ma anche una continuità nelle forme di espressione e di sfida al mondo del potere. Abbiamo potuto osservare una massificazione nell’esercizio della violenza contro le strutture di potere (istituzioni finanziarie, partiti politici o simboli del potere) e naturalmente contro le sue diverse forze repressive (militari, carabinieri, detectives e bande improvvisate di parapoliziotti rappresentate dai gilet gialli (1)).

Queste espressioni generalizzate hanno sfruttato l’ampia traiettoria di combattimento e, pur non essendo cominciate il 18 ottobre, hanno saputo rinnovarsi nel calore del conflitto, modificando le strategie offensive. Ad esempio, l’uso sistematico e massiccio degli scudi è stato necessario in risposta all’enorme quantità di pallettoni e gas lacrimogeni sparati al viso e al corpo con il saldo, già noto a livello mondiale, di mutilati e feriti. Allo stesso tempo la multiformità si è espressa ancora una volta nel contributo che ciascuno dà secondo le proprie capacità di combattimento. Esempi di questo sono che vi è chi utilizza puntatori laser per accecare la repressione, chi distrugge i marciapiedi per rimuovere le pietre, chi consegna cibo e acqua a coloro che combattono per ore. Tutto questo è organizzato in modo del tutto informale e nel calore della lotta e della strada.

La violenza politica che è stata acquisita viene convalidata e completamente legittimata in questi giorni, arrivando addirittura a un romanticismo della “prima linea” che potrebbe generarci più di qualche sospetto a causa dell’eroica esaltazione di certi ruoli all’interno della rivolta che potrebbero sfociare in feticismi e logiche militariste d’avanguardia.

Così siamo passati da scontri decentralizzati nei primi giorni a combattimenti limitati soprattutto nel centro di Santiago e in diverse zone centrali di città o piazze e città di tutto il Cile. Queste battaglie spesso si trasformano in battaglie per terreni vinti e/o persi a causa della repressione.

I protagonisti sono diversi, non fantastichiamo su un ruolo stellare, unico ed escludente della tendenza anarchica. Nelle strade abbiamo visto dietro i cappucci, gli occhiali e le maschere antigas la varietà di coloro che alimentano la rivolta, il che non va in contrasto con la caratterizzazione anarchica che facciamo della rivolta: contraria al potere, senza leader e che forgia rapporti orizzontali di mutuo sostegno e solidarietà. La sensazione di protesta o di denuncia petizionista è chiaramente superata da quella sensazione di voler cambiare assolutamente tutto, una sensazione che, sebbene possa essere effimera e non sappiamo quanto durerà, è l’ossigeno della rivolta di questi tempi.

La repressione raccoglie parte del proprio filo e della memoria della storia con pratiche e metodi della dittatura, mostrandoci l’evidente continuità. Sono state ampiamente diffuse varie tattiche repressive, che vanno dagli arresti, alle percosse, alle torture, agli stupri, agli abusi sessuali, alle mutilazioni degli occhi fino alle morti nelle circostanze più diverse (da proiettili, percosse e morti lanciati in negozi in fiamme per farli passare per “saccheggiatori” o investitie asfissiati con il gas).

Dallo Stato osserviamo angosciati e disperati appelli alla pace e all’unità dei cileni. Una strategia di pacificazione che finora non ha dato risultati in modo massiccio, non è riuscita ad imporsi alla rabbia e alla negazione della normalità infranta. Una campagna di pace continuamente messa in ridicolo da tutti, in cui nessuno semplicemente crede più o si aspetta qualcosa dai potenti. Da parte loro, tutti i partiti politici hanno raggiunto il consenso assoluto per diespiegare una serie di leggi repressive che sono già in fase di approvazione negli apparati amministrativi.

Imparando dalla storia, ci aspettiamo dalla sinistra una strategia di recupero della rivolta, per portarla a richieste negoziabili, a leader o al protagonismo delle organizzazioni. Questa strategia è stata tentata senza successo dal conglomerato di “Unità Sociale”, un gruppo che riunisce diversi sindacati e organizzazioni politiche. Nonostante i loro tristi tentativi di porsi alla testa delle manifestazioni, la strada semplicemente non ascolta e si muove con indifferenza. Oggi, se Unità Sociale facesse appello al disarmo della rivolta e al ritorno alla normalità, semplicemente nessunx le darebbe retta. Ciò non significa che i/le revoltosx, non approfitteranno di qualunque appello a uno sciopero o altra convocazione per radunare le forze in sempre più combattimenti.

Nel calore del combattimento e direttamente legate alla rivolta, sono emerse forme di associarsi sul territorio. Polemiche e contraddittorie, le assemblee territoriali sono diventate un luogo comune per discutere le nostre progettualità, i nostri modi di vivere e di associarci nella rottura con il vecchio mondo.

Un nuovo germe nella rivolta? Assemblee territoriali

Le assemblee territoriali, nate nella rivolta, si presentano oggi, da un lato, come interessanti iniziative in cui è possibile realizzare esperienze di auto-organizzazione in diversi ambiti, avviando e rafforzando processi di autonomia territoriale in molti settori, popolazioni e quartieri di tutto il paese. D’altra parte, però, queste assemblee, per la maggior parte, chiedono la creazione di un’Assemblea Costituente che dia origine a una nuova costituzione che sostituisca quella esistente dal 1980. I gruppi politici, i movimenti sociali e i sindacati che da anni si battono per l’assemblea costituente, approfittando della situazione, cercano di posizionare questa richiesta come l’unica e principale, il che rappresenta ovviamente una soluzione pacifica e cittadinista alla rivolta che si traduce nella rifondazione e, quindi, nel rafforzamento dello Stato.

Allo stesso modo, troviamo alcune tendenze politiche che cercano di trasformare le assemblee in consigli autonomi in cui si riforma il potere quando si tratta di organizzare (o soppiantare) la “nuova società”, così come altre linee che cercano di trasformarle in istanze di transizione prima di un governo operaio.

A questo punto è necessario chiarire e sottolineare con veemenza che nessun gruppo, assemblea, federazione o organizzazione anarchica solleva o sostiene la richiesta di un’assemblea costituente. Nessuna espressione nel mondo anarchico al momento percepisce una nuova costituzione come una valida via d’uscita o un trionfo della rivolta, come è stato proposto in modo fuorviante in un documento diffuso nelle ultime settimane. Di più, tutte le espressioni anarchiche si sono esplicitamente posizionate contro il percorso costituzionale.

Se compagnx anarchicx si trovano a partecipare attivamente alle assemblee territoriali (come effettivamente fanno) è per suscitare iniziative per soddisfare i nostri bisogni e auto-organizzazione in vari sensi con l’obiettivo di cercare di fare a meno dello Stato e del capitalismo per la risoluzione dei bisogni, essendo chiaro che ci troviamo in una situazione di oppressione in cui è impossibile sfuggire ai tentacoli del potere. Si tratta di propagare e realizzare dinamiche antiautoritarie laddove possibile, e non di esigere una nuova costituzione, una nuova scuola o un nuovo ambulatorio. Insomma, la partecipazione alle assemblee territoriali fa parte della ricerca permanente di riappropriazione della nostra vita, per prenderne il controllo, sperimentando altri modi di relazionarsi, affini o meno, lontani e contrari a quelli imposti. In questo senso, come anarchicx ci coinvolgiamo a partire dalla nostra posizione basata sul conflitto permanente e sulla ricerca della libertà individuale, per non andare a rimorchio delle assemblee e per non confonderci con percorsi che non sono i nostri, comprendendo anche che queste istanze non sono qualcosa termina qui e che, con il passare del tempo, possono acquisire toni autoritari e istituzionali, a quel punto saremo sulla linea del fronte.

Non è detta l’ultima parola: gli scenari sono aperti

Questo panorama critico, massiccio e dinamico, senza leader, senza richieste concrete e non ancora recuperato dal sistema, è stato lo scenario in cui ci siamo mossi e abbiamo vissuto in questi ultimi mesi. Continua ininterrottamente anche se la sua intensità varia a seconda degli eventi e del logorio causato dalla repressione.

Cercando di non adattare i fatti a concezioni prestabilite, mettiamo costantemente in discussione le nostre conclusioni confrontandole con visioni di altrx compagnx, di altre tendenze sovversive e con quello che succede per strada. Per nessun motivo vogliamo cadere in fantasie auto-indulgenti o in ridicole teorie cospirative che vedono ovunque dei montaggi. In questo senso, è necessario sottolineare che all’interno della rivolta non tutto è rifiuto e distruzione dell’esistente, facendone parte anche gruppi e movimenti sociali che sono parte dell’istituzionalità e molti altri che, anche se non lo sono, cercano di farne parte. Tuttavia, nonostante i loro molteplici e costanti tentativi, le espressioni cittadine e istituzionali non sono riuscite a guidare, centralizzare e/o pacificare la rivolta. Un fallimento si evidenzia in maniera permanente e che si vuole estendere fino a un punto di non ritorno da parte di diversi gruppi anarchici attraverso espressioni propagandise – di ogni tipo e in sfere diverse – che segnalano il potere e i suoi tentacoli come il nemico da distruggere.

Costruire percorsi di distruzione: Valutazioni, proiezioni e smentite

Questo periodo di rivolta ha portato alla luce le nostre debolezze, che si manifestano da diversi anni, ma che nel contesto attuale sono più evidenti. Da un lato, la mancanza di articolazione, coordinamento e comunicazione tra gruppi e ambienti anarchici, soprattutto tra noi che puntiamo sull’informalità e sul confronto permanente, ha fatto sì, tra l’altro, che non siano state realizzate iniziative interessanti di grande importanza, soprattutto nei primi giorni della rivolta (18, 19 e 20 ottobre). Un solido coordinamento, che fosse stato forgiato in precedenza, avrebbe potuto aprire nuovi percorsi di scontro in un contesto di scontro generalizzato dove tutto era possibile, dove tutto era a portata di mano. Lo Stato stava cadendo e bisognava aiutarlo a dargli il colpo di grazia. Affinare l’offensiva, occupare gli spazi, tra molte altre cose, erano possibili da realizzare e potenziare e per questo, riteniamo, è indispensabile generare efficaci canali di comunicazione e di articolazione tra noi che lottiamo per la distruzione del potere.

In relazione a quanto sopra, la mancanza di spazi anarchici in cui potersi incontrare e portare avanti delle attività ha aggravato questo scollamento. Contare su dei luoghi stabili non solo avrebbe potuto aiutare a cercare di generare occasioni di incontro (nonostante la scarsa e debole comunicazione esistente), ma sarebbe servito anche a realizzare azioni di propaganda, raccolta di stimoli, ecc. In breve, le possibilità di incidere e colpire nei territori sarebbero state notevolmente più ampie se tali spazi fossero esistiti, anche se rimane l’incertezza sul comportamento della repressione nei confronti di questi ipotetici spazi.

Tuttavia, nella rivolta abbiamo assistito a una riaffermazione delle pratiche e degli approcci che abbiamo propagato per anni e per i quali moltx compagnx sono passati e si trovano tuttora in prigione. Ci riferiamo alla sfida nella distruzione qui e ora di ciò che ci opprime, allo scontro incontrollato e permanente, all’estensione e all’incremento di qualità della lotta di strada, insomma, a tutto ciò che abbiamo potuto vivere e apprezzare in questi ultimi mesi in modo massiccio e ininterrotto. Crediamo che la conflittualità anarchica costante abbia dato i suoi frutti, poichè si percepiva nella lotta di strada e selvaggia portata avanti dagli/le studenti delle scuole superiori negli ultimi anni, che si è caratterizzata per l’innegabile senso anarchico riflesso nei loro discorsi e nelle loro pratiche. Questa lotta degli/le studenti della scuola secondaria, senza sosta e sempre più intensa, è stata il diretto predecessore dell’eplosione del 18 ottobre, e crediamo che su questo non ci siano dubbi. Le evasioni del pagamento della metro chiamate, incoraggiate e guidate dagli/le studenti sono state l’inaspettato innesco della rivolta che stiamo vivendo, evasioni che, tra l’altro, sono state precedute da mesi di scontri con la polizia, soprattutto da parte degli/le studenti dell’Instituto Nacional, un emblematico liceo situato nel centro di Santiago.

Il fatto che la rivolta continui ad essere caotica e senza testa è dovuto a molteplici fattori e circostanze che, se analizzate, supererebbero di gran lunga i limiti di questo testo. Tuttavia, la forte presenza anarchica che punta all’estensione e sull’acuirsi della rivolta ha giocato un ruolo importante nel fallimento dei settori che cercano di pacificarla e guidarla. Gli approcci anarchici espressi e materializzati nella lotta di strada e negli altri scenari di questa rivolta, si sono coagulati quasi in forma armonica con la spontaneità distruttiva della folla inferocita che, in parte, ha impedito che questo straripamento venisse gestito.

In relazione a quanto sopra, consideriamo un punto di forza il fatto che la totalità degli ambienti anarchici informali non sia stata oscurata da pretese avanguardistiche o da ridicoli tentativi di formare una grande organizzazione in grado di guidare la rivolta, come postulavano gli ex militanti di gruppi politici militari di estrema sinistra che anelano a un passato in cui erano i motori assoluti e i canalizzatori delle voci trasgressive. Gli/le anarchicx, crediamo, hanno capito molto bene che siamo solo una delle component in questa rivolta, né sotto né sopra gli altri e che combattere per diffonderla non significa che la vogliamo guidare, anzi, significa, tra l’altro, combattere chi cerca di guidarla perché sappiamo che se così fosse sarebbe la fine della rivolta.

La situazione dei/le compagnx in carcere prima della rivolta era agitata da possibili trasferimenti e dall’imposizione di leggi che ostacolavano ulteriormente la loro uscita. È vero che durante la rivolta le carceri non sono state teatro di rivolte, ma è anche vero che far uscire i nostri prigionierx è sempre stata una priorità in tutte le rivolte, questa non deve essere l’eccezione, per il semplice motivo che sono loro che ci mancano in strada.

La situazione dei/le compagnx in carcere prima della rivolta era agitata da possibili trasferimenti e dall’imposizione di leggi che ostacolavano ulteriormente la loro uscita. È vero che durante la rivolta le carceri non sono state teatro di rivolte, ma è anche vero che far uscire i nostri prigionierx è sempre stata una priorità in tutte le rivolte, questa non deve essere l’eccezione, per il semplice motivo che sono loro che ci mancano in strada.

Le lezioni e le domande sono molteplici e si susseguono in ogni giorno di scontro, in ogni riposo nel caldo delle barricate o camminate per la città. Le discussioni e le speculazioni sui possibili scenari sembrano non fermarsi e si riproducono in ogni conversazione tra compagnx in ogni incontro fortuito o nel bel mezzo delle varie attività nei diversi territori. Sono queste lezioni imparate sotto la pressione che ci interessa collettivizzare per/i le compagnx di tutti i territori e contesti, lezioni che si trasformano in nodi di discussione sulle possibilità del conflitto ancora in corso.

Dalle tendenze informali dell’anarchia abbiamo sollevato per anni la necessità della libera associazione e dei gruppi di affinità, li abbiamo messi in pratica in diverse dimensioni del conflitto, perché questo sembra essere il modo più coerente e agevole di organizzarci con i nostri approcci, permettendoci di rafforzare le nostre individualità nella collettività, senza strutture che ci limitino o ci costringano, unendoci nella volontà sincera.

Durante lo sviluppo della rivolta, molteplici sono le iniziative territoriali per propagare sia il conflitto che l’autonomia, da quartieri, popolazioni, villaggi o comuni dove tali spinte hanno preso forma. La dimensione territoriale acquisisce una forza importante sia per affrontare lo Stato e il suo controllo, sia per portare avanti iniziative di sopravvivenza antagoniste al vecchio mondo. Ci rimane allora la domanda: come coniugare l’affinità con le prospettive territoriali dove l’unione sta principalmente nella collocazione geografica? In quale punto si intersecano e in quale si allontanano? Possiamo disimpegnarci dalle iniziative territoriali o portare tutte le nostre forze solo in questi spazi? Sono alcune domande che non rimangono racchiuse in discussioni teoriche, ma si trasformano in dubbi estremamente pratici del giorno per giorno durante la rivolta.

In questo senso, domande come queste o le possibilità di autogestione e di autonomia quando lo Stato crolla, ci conducono ai dibattiti approfonditi sulle progettualità anarchiche. È nella rivolta che ci siamo resx conto che quei dibattiti che abbiamo spesso evitato, poiché sembravano carichi di promesse di rivoluzioni future, sono in realtà validi quando li vediamo nella prospettiva di un conflitto permanente. Il polso della rivolta e il conflitto lo dice, lo richiede.

Tra quellx di noi che cercano la distruzione effettiva del potere, e non solo una dinamica di protesta di routine, nasce la necessità di sperimentare le reali possibilità di vivere in maniera antagonista allo Stato, distruggendo lo Stato. Quando tutti i supermercati del settore sono saccheggiati; quando gran parte dei trasporti viene sabotata; quando i servizi della Stato-Capitale semplicemente non funzionano; quando la struttura della città viene distrutta e il suo funzionamento è a malapena intermittente, come possiamo soddisfare i nostri bisogni? con chi? tra chi? in che modo?

È a questo punto che si ritorna all’essenza della lotta anarchica con la prassi

distruttiva/creatrice. Comprendiamo che la distruzione e la creazione avvengono semplicemente all’unisono; non possono essere intese come due fasi distinte, ma si sviluppano come un esercizio simultaneo. A un livello più profondo, il/la giovane che decide di distruggere una succursale finanziaria non solo sta rompendo un paio di finestre o riducendo in cenere i locali, ma anche in modo parallelo, oltre a distruggere il simbolo, costruisce un modo diverso di intendere la violenza, la normalità, l’urbanizzazione, la vita e il modo di affrontare l’oppressione. Siamo chiarx, non è una questione di più o meno vetri, ma di relazioni sociali e strutture di dominio, ma in questo senso la rivolta genera attitudini, volontà, creatività, immaginazione e una vitalità sconosciuta nel mondo del potere. L’abbiamo sentito e vissuto nella nostra carne, nelle conversazioni, nei dialoghi e nei legami.

Dall’atto individuale fino allo sviluppo di una rivolta generalizzata, la distruzione delle strutture materiali e la rottura dei rapporti di autorità, portano in sé la creazione quasi istintiva, la negazione del presente e le possibilità di nuovi modi di intendere il mondo. È in questo ambito che dobbiamo rafforzare le possibilità che ne derivano, portandole alla pratica, alla materializzazione, per sopravvivere e attaccare.

Abbiamo sempre fatto una critica distruttiva alle bolle della libertà, e questa non sarà l’eccezione. Anche così, comprendiamo che negli scenari di rivolta generalizzata, di frattura e di distruzione dello Stato, è proprio il confronto che ci porta alla domanda: come risolvere la nostra vita nel quotidiano in maniera antagonista al potere? Sappiamo che la risposta non si trova in una vita alternativa e nella coesistenza, ma nella gestazione di esperienze combattive e in aperta opposizione al mondo del potere. Le discussioni su come realizzare il controllo territoriale delle piccole comunità moltiplicabili e in conflitto con il potere fanno parte di alcune delle conversazioni nel caldo della rivolta. Impariamo dalle esperienze passate, ma dobbiamo aggiornarle.

Abbiamo sempre puntato a che i nostri mezzi fossero direttamente in linea con i nostri fini, perché poi, dalle proiezioni anarchiche informali e negatrici, ci possiamo permettere di sognare ad occhi aperti guardando il presente. Scommettiamo sull’associazione tra piccole comunità, che si sostengono e contribuiscono l’una all’altra, senza strutture stabili al di sopra dei singoli, mantenendo la tensione permanente e la messa in discussione permanente senza mai credere in una realizzazione finale o definitiva. Le nostre pratiche nel presente devono sapere come andare in quella direzione.

La rivolta apre continuamente nuove discussioni, non dialoghi chiusi, poiché stiamo vivendo il processo in modo attuale e vivace. Ci chiediamo ancora una volta quali sono i limiti della rivolta e come trasformarla nel crollo totale dello Stato e del regime di autorità, come buttare fuori l’establishment. La rivolta riflette i nostri limiti, non quelli che parlano della mancanza di una specifica organizzazione, struttura, approcci e modi di funzionamento, ma quelli che si riferiscono alle nostre capacità di abbattere il vecchio mondo, così come l’espansione e la difesa delle espressioni anti-autoritarie.

Cos’altro possiamo fare? Cos’altro possiamo dare? La strada non ha smesso di bruciare e il conflitto acquista un ritmo proprio in cui si qualifica e massifica. Lungi dal volere o desiderare partiti armati che resistituiscano i colpi, e appoggiarci a queste strutture, crediamo che le rivolte abbiano forze e ritmi propri, e forse le rivolte del XXI secolo hanno dinamiche che solo ora stiamo esplorando e conoscendo. Punto a parte meritano coloro che tristemente vedono la mano dello Stato dietro gli inizi e lo sviluppo della rivolta, chiamando la realtà che stiamo vivendo un “simulacro di insurrezione”, posizioni cariche di disfattismo e una visione igienica e strutturata dello sviluppo di una rivolta. Analisi che saranno semplicemente ricordate come aneddotiche e perse tra il fuoco della rivolta, la distruzione dei simboli del potere in uno dei processi politici e storici più importanti degli ultimi anni sotto il dominio dello Stato cileno e a livello mondiale in termini di esperienza anarchica.

Cos’altro possiamo fare? Cos’altro possiamo dare? La strada non ha smesso di bruciare e il conflitto acquista un ritmo proprio in cui si qualifica e massifica. Lungi dal volere o desiderare partiti armati che resistituiscano i colpi, e appoggiarci a queste strutture, crediamo che le rivolte abbiano forze e ritmi propri, e forse le rivolte del XXI secolo hanno dinamiche che solo ora stiamo esplorando e conoscendo. Punto a parte meritano coloro che tristemente vedono la mano dello Stato dietro gli inizi e lo sviluppo della rivolta, chiamando la realtà che stiamo vivendo un “simulacro di insurrezione”, posizioni cariche di disfattismo e una visione igienica e strutturata dello sviluppo di una rivolta. Analisi che saranno semplicemente ricordate come aneddotiche e perse tra il fuoco della rivolta, la distruzione dei simboli del potere in uno dei processi politici e storici più importanti degli ultimi anni sotto il dominio dello Stato cileno e a livello mondiale in termini di esperienza anarchica.

Oggi le strade continuano a bruciare, centinaia di occhi continuano ad essere accecati dai sicari in divisa, il sangue continua a macchiare i muri delle stazioni di polizia e centinaia di prigionierx si trovano per la prima volta in carcere. L’odore della benzina, i gas lacrimogeni, il rumore delle esplosioni, il colore del fuoco tra i laser si mescola con i resti di statue e monumenti sparsi sul terreno. Ogni giorno, in ogni luogo è un nuovo giorno di rivolta anche quando l’esaurimento mostra i suoi effetti e i combattimenti sono più episodici. Oggi il potere non riesce a imporre l’ordine e la normalità assoluta, ma allo stesso tempo gli/le insorti non sono riuscitx a ribaltare completamente il tavolo. Gli scenari sono ancora aperti e si stanno sviluppando proprio in questo momento, mentre scriviamo queste parole emergono nuove iniziative di insubordinazione e di disobbedienza insurrezionale.

Continuiamo con tutto e puntiamo al tutto.

Perché la rivolta è viva: Viva la rivolta riproducibile e contagiosa!

Kalinov Most

Regione del Cile.

Gennaio 2020

(1) Gilet gialli che non hanno nulla a che fare con i francesi. Come si è detto, gruppi organizzati di cittadini hanno deciso di proteggere le infrastrutture del capitale e dello Stato nei loro quartieri, e hanno indossato tale abbigliamento

fonte: 325.nostate.net