Biglietti da visita

Si sa che uno dei biglietti da visita lasciati dalle insurrezioni nella storia è la possibilità di partire da un pretesto banale, facendo esplodere in modo inaspettato le contraddizioni sociali che fremono da troppo tempo. Non è forse stata nel dicembre 2010 l’autoimmolazione di un giovane venditore ambulante tunisino, stanco delle vessazioni poliziesche in una vita di miseria, ad aver dato fuoco alle polveri della cosiddetta primavera araba, per poi incendiare la Tunisia e l’Egitto, passando per la Libia e la Siria? E non è stata una disputa a proposito di cannoni pagati tramite sottoscrizione popolare durante una guerra persa la scintilla che ha provocato l’insurrezione della Comune di Parigi nel marzo 1871, spalancando un ardente immaginario fino ai giorni nostri?
A fine gennaio 2019, quando il prezzo del biglietto a Santiago del Cile è stato aumentato fino a raggiungere la quota simbolica di 800 pesos per la metropolitana e 700 pesos per gli autobus… non è successo nulla. Ma appena è stato annunciato un ennesimo aumento dieci mesi dopo di 30 pesos per l’una e 10 pesos per gli altri, alcuni liceali hanno iniziato a frodare la metropolitana della capitale per protesta. Le prime frodi il 7 ottobre fino alla loro moltiplicazione la settimana seguente hanno causato la chiusura delle stazioni da parte delle autorità, lo sfondamento dei cancelli della metropolitana fino agli scontri con i carabinieri da entrambi i lati delle obliteratrici il 17 ottobre, e in men che non si dica la rivolta in Cile è esplosa il giorno successivo, dopo di che il 19 ottobre è stato decretato lo stato di emergenza col coprifuoco militare. I primi contestatori hanno forse messo in discussione quella infrastruttura costruita per spostare flussi di schiavi verso il loro luogo di sfruttamento e di consumo? No, chiedevano solo di poterla usare senza che ciò gravasse troppo sulle loro tasche. Era un movimento di disobbedienza senza concessioni (per non pagare di più e incitare gli altri a farlo), di protesta contro il carovita. Una vita che molti immaginavano allora di continuare a condurre nella stessa triste galera, tra vari lavori per far quadrare i conti, arrangiandosi economicamente, un debito a lungo termine per coloro che hanno studiato, una pensione miserabile affidata ai fondi privati ​​e una salute in cui si crepa per il dolore quando non ci si può permettere le medicine, il tutto in un territorio in cui i più ricchi che costituiscono l’1% possiedono più del 25% del Pil nazionale essendosi arricchiti durante gli sfarzi della dittatura militare del generale Pinochet.
Affinché la rivolta esplodesse, è stato necessario certamente che una piccola minoranza gioiosa quanto arrabbiata lanciasse una scintilla, oltre ad un piccolo ingrediente supplementare: l’azione diretta diffusa che rovescia il tavolo al momento giusto. Ed ecco che migliaia di giovani si scontrano giorno dopo giorno con la polizia per frodare rendendo la metropolitana gratuita di fatto, e poi degli sconosciuti cominciano a rimuovere la questione stessa saccheggiando e distruggendo le stazioni, con la loro parte di negozi, gli erogatori di biglietti, i bancomat, i loro sistemi elettrici e persino i loro convogli! Nel giro di un fine settimana, dal 18 al 20 ottobre, metà delle stazioni del sistema di trasporto sotterraneo cileno sono state messe fuori servizio (25 incendiate e 93 danneggiate) e più di 2800 autobus sono stati attaccati. Questo segnale è stato ben compreso malgrado il coprifuoco militare, poiché l’intera Grande Santiago si è immediatamente incendiata, così come tutte le principali città da nord a sud, e questo già da quattro settimane. Centinaia di supermercati sono stati saccheggiati e devastati di giorno come di notte o dati alle fiamme, così come quasi 300 farmacie, 68 tribunali, sedi di partito di destra e di sinistra (dall’UDI di Santiago al RN di Melipilla e al PS di Valvidia), chiese, municipi e prefetture, banche e centri commerciali, fondi pensione e agenzie ministeriali, scuole e imprese agroforestali, uffici dell’anagrafe e università, caselli autostradali e antenne di telecomunicazione.
Se ciò che conta è beninteso di natura qualitativa, ovvero le capacità di attacco e distruzione contro strutture del nemico chiaramente identificate, considerate ostili e responsabili della miseria e dell’oppressione, la presenza di piccoli gruppi mobili che si conoscono e sanno muoversi (per quartieri, licei, squadre di calcio o per affinità), la simultaneità di sommosse e blocchi diffusi, il sabotaggio di infrastrutture e la spontaneità nella rivolta, proprio come il rifiuto immediato dei politicanti di tutte le sponde e la presenza di un movimento anarchico informale e basato sull’azione diretta… possiamo notare che, anche da un punto di vista quantitativo, la Camera cilena dell’edilizia (CChC) ha valutato al 15 Novembre danni per 4500 milioni di dollari, 380 dei quali per la sola metropolitana, 2330 milioni per le infrastrutture pubbliche e 2250 milioni per i locali non residenziali.
Ovviamente hanno avuto la loro importanza alcuni grandi momenti collettivi, come quello del 25 ottobre coi suoi 1,2 milioni di manifestanti prima della revoca dello stato di emergenza militare, o la giornata dello sciopero generale indetto il 12 novembre, che non ha riguardato solo Il 90% del settore pubblico e il 60% del privato, ma è stato anche segnato da innumerevoli saccheggi e distruzioni col fuoco, che hanno lasciato i centri urbani come quelli di Antofagasta, Osorno, Concepción o Punta Arenas piuttosto devastati. Ma ciò non deve d’altro canto ricreare fantasie sui protagonisti di questa rivolta autonoma senza leader o partiti, che non sono né il fantomatico «popolo spettrale che si è svegliato» caro ai nazional-populisti, né la famosa «classe operaia organizzata» così cara ai dinosauri marxisti: sono tutti individui che per ragioni diverse non si aspettano nulla dal potere, né briciole né riforme costituzionali, e che hanno deciso di usare direttamente ciò che serve loro distruggendo tutto il resto. Sono coloro che hanno capito sulla propria pelle che non c’è nulla da negoziare in questo esistente, ma tante cose da demolire, perché solo partendo da questo negativo potrà nascere una vita completamente diversa. Sono coloro che sono usciti nelle strade nonostante il coprifuoco dell’esercito, e che continuano ad attaccare malgrado gli appelli alla calma e alla pace e a dispetto della repressione (2400 feriti in ospedale, colpiti soprattutto da proiettili, 26000 arrestati, tra cui diverse centinaia di torturati e 1400 incarcerati).
Ad Atene e Città del Messico si sono già svolte manifestazioni di solidarietà, a Buenos Aires e a Marsiglia è stato colpito il consolato cileno, a Salonicco è stata bruciata l’auto del console, a Montreuil una stazione della metropolitana è stata ridecorata mentre a Monaco i bancomat di diverse stazioni si sono infiammati di gioia negli ultimi giorni. È possibile che venga stampato un altro biglietto da visita delle insurrezioni passate, una solidarietà internazionale finalmente al livello della posta in gioco dell’attuale rivolta in Cile? Tanto più che non mancano certo gli ambiti dell’esistente da salutare calorosamente, magari seguendo le indicazioni che giungono da oltre la Cordigliera delle Ande…