Venezia – Un testo su Venezia e sullo sgombero dell’ex ospizio occupato

riceviamo e pubblichiamo:

A fondi

Rialto, passare il ponte di giorno è un’ardua sfida: bisogna lanciarsi in uno slalom tra macchine fotografiche, bandierine, ombrellini, panini e pizze surgelati.
Quindi ti lanci a capofitto tra la folla inebetita, fra sguardi persi nel vuoto alla ricerca di una boutique di souvenir e guide turistiche che come pastori contano le proprie pecore per evitare di perderne qualcuna durante il tragitto.
Sudato ed innervosito riesci a superare l’ostacolo, ma vieni ben presto accerchiato da una schiera di mercanti intenti a venderti qualsiasi cosa senza scrupoli.
La città è stata da tempo venduta al migliore offerente, il turismo di massa.
In mezzo a quella moltitudine di zombies ogni tanto scorgi uno sguardo empatico, una comparsa come te del grande parco a tema : Veniceland.

Stanco decidi quindi di cambiare strada, la tua meta è ancora lontana e dunque scegli di passare via mare, o per esser precisi, via laguna.
Dal canal grande emergono vecchi palazzi nobiliari con i loro marmi e capitelli, pesanti e ricurvi come le schiene degli schiavi che li hanno costruiti.
Il palazzo del comune si trova giusto li sulla destra, sventolano le bandiere della città, sembrano fatte di gesso, in posa per un bello scatto da prima pagina per il prossimo scandalo di corruzione.
Che poi chiamarlo scandalo fa sorridere, non capisci perché scandalizzarsi se il potere è corrotto, come se non fosse cosa data, l’uno la conseguenza dell’altra.

Storci il naso per la puzza di marcio proveniente da quelle acque grigie, dove non esiste più vita, un misto di liquami e residui chimici.
Riecco sulla destra quella massa, quello sciame di mosche pronte a comprare la merda venduta per oro.
Rimani accecato dai vari flash delle migliaia di selfies e ti chiedi in quante di quelle fotografie si vedrà la tua faccia schifata e disillusa.

“Posto ergo sum”

***

“Sono stato a Venezia, guarda! Vedi io sono ancora vivo, faccio il turista ora.”

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Un’architettura squadrata e fredda, la stazione figlia del ventennio, incombe sul canale, dalla stessa escono migliaia di persone con occhi stupiti e meravigliati dal panorama suggestivo.
Nemmeno il tempo per orientarsi e…click…foto dopo foto, troppo pigri per annotare nella propria memoria ciò che si è appena visto, meglio registrare il tutto su una memoria esterna.
Prosegui dritto sempre più sudato e nervoso, il panorama non migliora: militari e blocchi di cemento.
“Grazie ragazzi, mi senti più sicuro ora!”
Come in un campo minato ti concentri per uscirne il prima possibile e senza danni, tra sbirri e tribunale il terreno in cui ti trovi è ostile e ciò che ti circonda ti da un senso di morte.
Il piazzale di cemento qui non stona, la sensazione di estraneità che ti può dare il vedere un albero solitario nel mezzo della metropoli, non è presente, al contrario ti sembra tutto ben inserito nel proprio contesto.
D’altronde cemento e repressione sono un connubio stabile ed efficiente.

Sei quasi arrivato, coraggio, ancora qualche ostacolo e ci sei.
A passo svelto, attraversi, di calle in calle, la cittadella della giustizia, dove non può ovviamente mancare il carcere.
Oltre il muro di cinta, addobbato con telecamere e filo spinato, le finestre del corridoio del blocco 2.
Le stesse finestre dalle quali per mesi voci di rivolta e cori di libertà si diffondevano forti e chiari per le calli, per ricordarti ancora una volta della necessità di distruggere quel luogo di oppressione e morte.

Un caldo giorno di luglio quelle finestre vengono spalancate, liberate da un lucchetto per riuscire a rubare qualche boccata d’aria e qualche parola con i passanti.
Rompere le catene dell’isolamento, a volte solo un semplice lucchetto.
Ti sembra così strano poter comunicare con i dannati della terra, di poter vedere quella realtà così vicina, infatti il potere cerca sempre di più di tener lontano dalla vista i suoi luoghi di tortura. Come se la quotidianità non bastasse a ricordarti che il carcere non è solo li dentro.

Attraversi il ponte ed arrivi a Santa Marta, quartiere alle porte della città assediato dal porto con le sue navi mortifere.
Dal ponte di legno che sta alla tua destra un’altra massa avanza, un plotone di studenti appena usciti da un corso di architettura e design.
Ecco i futuri tecnici del controllo e sicurezza con i loro progetti di Smart city a misura di cittadino eco friendly, sbirro friendly, capitalismo friendly.
Tra loro gli ultimi marziani del ghetto, che con aria rassegnata assistono alla trasformazione di una zona un tempo popolare ed ora sempre più gentrificata a misura di studente.
Poco più lontano scorgi delle gru impegnate a costruire ciò che segnerà definitivamente il cambiamento morfologico e umano di Santa Marta.
Sì, poiché tra pochi mesi il campus studentesco con 600 posti letto sarà aperto. Con lui nuovi bar, ristoranti, airbnb e appartamenti strappati all’edilizia popolare per esser assegnati a studenti a cifre degne delle ricche capitali d’Europa come Parigi e Londra.

Una volta attraversato il ponte sulla sinistra vedi qualche sbirro posto a guardia di un vecchio ospizio del 1500, ora le sue porte e finestre sono murate. Fino a pochi giorni fa era un luogo aperto, dove la vita e la socialità volevano essere qualcosa di diverso ed estraneo alle dinamiche della proprietà privata e del consumismo dei locali notturni.
Ben consapevoli che nulla è dato e che certe dinamiche sono dure a morire in noi.
Ricordi che in quel vecchio palazzo c’era un’occupazione, iniziata circa 6 anni prima per strappare un edificio all’ennesima speculazione edilizia, che lo voleva far diventare un albergo, con in mente l’idea di creare un luogo ostile a questo mondo.
Un luogo dove la critica fosse radicale e il compromesso non trovasse spazio.
Tentativo sicuramente non facile sia a causa delle dinamiche di potere che si innescano anche in spazi così detti di autogestione, ma anche a causa di una città pacificata dalla repressione, essa sia dello stato o delle sue marionette.

Nonostante per un occhio sovversivo le calli e campielli possano sembrare uno scenario ideale per infuocare la notte, il conflitto e la rivolta sono represse e controllate dai suoi cittadini.
Da una parte il potere poliziesco e giudiziario dall’altra il populismo di sinistra dei movimenti e dei centri sociali, veri e propri pacificatori sociali. Ma fin qui nulla di nuovo.
Uno spazio invece refrattario al compromesso e alla delega offre la possibilità di guardare oltre, di intrecciare relazioni ed affinità sovversive, con la volontà di non essere più spettatori del teatrino mediatico della politica.
Teatro in cui il conflitto si svolge come una sterile performance, una finzione creata ad hoc per darti il senso di far parte di un finto cambiamento, il vecchio cambiare tutto per non cambiare niente.

Con tutti questi pensieri per la testa ti siedi davanti a quel palazzo a guardare l’acqua che lenta scorre in quello stretto canale.
Ed è proprio allora che ti rincuori e ricordi che forse una soluzione c’è…l’acqua.
Strano vero?!? L’acqua, la stessa che spegne il fuoco.
Dicono che tra 30 anni Venezia sarà sommersa dalle acque: palazzi nobiliari, ponti, chiese, supermercati, questure, prigioni e tribunali, tutto sommerso!
Catastrofe? Si, ebbene sia. Poiché la catastrofe la viviamo ogni giorno in cui tutto accade.