Milano – Sullo sgombero nel quartiere Corvetto

riceviamo e pubblichiamo:

La mattina del 23 luglio, come tante altre in passato, camionette, volanti e furgoni hanno fatto irruzione nel quartiere Corvetto. L’ennesimo sgombero, l’ennesima volta che qualcuno perde il tetto sotto il quale ha passato mesi di vita e condivisione. Solito copione. Questa volta l’obiettivo era la Villetta di via Giovanni Battista Piazzetta.
Da anni, ormai, non passa settimana in cui nella nostra città qualcuno non perda la propria casa: chi è vittima di uno sgombero, chi di un molto più silenzioso sfratto. Milano sta concentrando tutti i suoi sforzi nel darsi una faccia più pulita. Da “operosa città industrale”, in quanto tale fatta di inevitabili luci ed ombre, a “centro di finanza, moda e grandi eventi”, una vetrina dove tutto deve essere sempre scintillante e perfetto, nel tentativo di rincorsa delle altre più ricche metropoli europee. Ed è così che acquistano grande risalto le settimane della moda, il Fuorisalone, Expo e, prossimamente, la nuova grande macchina da soldi Olimpiadi Invernali 2026. L’immagine diventa dunque essenziale: ora più che mai diventa necessario nascondere e appianare le contraddizioni che rischiano di mandare in frantumi questa bella città di cristallo.
Sotto la veste della città smart, la realtà dei fatti è ben diversa. Il costo della vita a Milano è fra i più alti d’Europa: chi prende uno stipendio da fame non ha la possibilità di far fronte all’aumento costante dei prezzi degli affitti, al rincaro dei biglietti dei mezzi pubblici e nemmeno al costo sempre più alto di molti dei beni e servizi di prima necessità.
Il centro di questo grande parco giochi per investitori si allarga sempre più, mentre la periferia si assottiglia e diventa territorio di conquista di manciate di voti per chi fa del decoro e della sicurezza le proprie parole d’ordine. Guai a chi turba la bella quiete patinata che viene proposta per impegnare il tempo libero: da una parte la città dei locali, della Milano-da-bere, ricca di servizi per chi può permetterseli, dall’altra la città dei controlli, delle retate e dei daspi urbani per chi decide di vivere i quartieri e le piazze in maniera diversa, fuori dalle logiche del profitto.
Il “daspo urbano”: l’ennesima arma per combattere qualsiasi elemento potenzialmente fastidioso per l’ordine e il decoro; dai nomadi ai senzatetto, dai mendicanti a quelli che vengono genericamente indicati come ubriachi. Se il centro della città si sta mangiando la periferia, allora anche i marginali e gli indesiderati devono essere spostati fuori dalle mura. Sotto questa luce diventano più chiari i motivi di una la politica di contrasto agli abusivi delle case popolari, una “lotta alla povertà” che in realtà non è altro che una lotta ai poveri.
E mentre si affinano gli strumenti per il mantenimento del controllo sociale, ai compagni viene portato via l’ennesimo spazio liberato. Il terreno sotto i piedi di chi lotta si riduce a vista d’occhio: in questi mesi abbiamo assistito allo sgombero di altri spazi occupati, sia in questa città che nel resto d’Italia.
In questo caso, è difficile non notare la “coincidenza” della data di questo sgombero con la data di inizio del processo dello sgombero di Corvaccio e Rosa Nera, avvenuto nel novembre 2014, dopo due anni di occupazione.

In questi mesi con l’occupazione della Villetta abbiamo cercato di dare spazio alla costruzione e all’incontro di lotte e di persone. Oltre che una casa, è stata una base per organizzarsi, per condividere esperienze e fare nuove conoscenze. Al suo interno si sono susseguite iniziative di vario tipo: presentazioni di libri, proiezioni di film, concerti e aperitivi.
Uno spazio liberato dalle logiche di produttività, consumo e speculazione che ormai dominano ogni ambiente in questa città. È chiaro che in questo quartiere, fino a poco tempo fa dimenticato, la presenza ingombrante dei progetti per il villaggio olimpico pesa già come un macigno.

La rigenerazione urbana che ci somministrano sotto forma di “atto d’amore” per la periferia, non è che uno dei tanti modi per riconsegnare spazi ed edifici disabitati nelle mani di chi da quel restyling ricaverà un piacere tutt’altro che immateriale e collettivizzabile.

Liberare piazze, strade ed edifici da controllo e logiche speculative per viverle in maniera più genuina, senza polizia e senza sindaci.
Questo è un vero atto d’amore.

Abbiamo appena cominciato e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci.