Sul processo contro alcuni anarchici in Belgio

Solidarietà con gli anarchici processati dallo Stato belga

are perdere la repressione
Tutte le forme di violenza fisica e psicologica intrinseche all’imposizione quotidiana propria di tutti gli Stati e di tutte le democrazie, questa è la repressione.
La continua espansione delle sue pene, dei procedimenti giudiziari e degli strumenti di reclusione potrebbero essere la sua realizzazione più ovvia.
L’interiorizzazione generalizzata della sua percezione di “giustizia” e l’onnipresente confusione che afferma che la realizzazione personale passa attraverso il lavoro e il consumo sono sicuramente i suoi più grandi successi.
Tuttavia, la repressione perde.
Ogni volta che ci ribelliamo, sputiamo di fronte al colonialismo morale di questo sistema, e lo sabotiamo.
Ogni volta, ondate di rivolta espongono i limiti del controllo dello Stato, e rendono immaginabile una fine completa ad esso.
Ogni volta, le nostre azioni scartano la cortina fumogena delle menzogne e ci fanno capire che la nostra libertà è da trovare nell’attaccare l’autorità e non nell’obbedire ad essa.
La repressione ha tutto da perdere.

Solidarietà con gli anarchici processati dallo Stato belga

fonte: anarhija.info


Riflessioni sul processo contro alcuni anarchici in Belgio

Insieme ad altri anarchici, sono stato chiamato a comparire davanti ad un tribunale dello Stato belga, accusato principalmente di far parte di quella che, all’inizio della lunga indagine, veniva definita «organizzazione terroristica», ma che alla fine è stata riclassificata come «associazione di malfattori». Non scrivo queste righe per avviare un qualsiasi dialogo indiretto con le istituzioni statali, né per raccontare la mia vita, ma semplicemente per strappare il velo di silenzio che lo Stato potrebbe essere intenzionato a stendere sulle eventuali condanne.
La rivolta contro il potere, la lotta per la libertà, ha sempre accompagnato la storia umana. Per meglio dire, a mio parere sfidare il potere costituito è cruciale per la storia umana sulla terra — e, alla luce dell’attuale società titanica che sprofonda in oceani di sangue, sofferenza, disperazione e tragedie indicibili, alquanto paradossale. C’è una bella tragedia greca che solleva il problema della rivolta, dell’incompatibilità tra Stato e coscienza, tra coercizione e libertà, tra legge ed etica. E’ la storia di Antigone, la figlia di un re, che ha rifiutato di obbedire. Che non accettava di inchinarsi davanti alle leggi di questo mondo, alle leggi fatte dagli uomini, volendo seguire solo le «prescrizioni divine». È ovvio che gli dèi esistono soltanto nella mente umana, così come le leggi divine; la vera essenza di questa tragedia è la rivolta contro il potere costituito. In definitiva, le «prescrizioni divine» in base a cui Antigone intendeva condurre la propria vita sono semplicemente gli echi della sua coscienza e le conseguenze etiche che ne derivano. Rinunciare alla propria coscienza per obbedire al potere equivale a cessare di esistere come individualità. E come potrebbe la coscienza non entrare immediatamente in conflitto con le leggi umane? Tali leggi vengono imposte per mantenere il potere in carica, l’ordine delle cose. I potenti, i giudici, i ricchi (ma anche, purtroppo, un buon numero dei loro sudditi) diranno che le leggi esistono per il benessere di tutti, che sono un’espressione — magari incompleta — della giustizia sociale e che, pur con tutta la loro imperfezione, rimangono necessarie per prevenire la «guerra di tutti contro tutti». Antigone sapeva che tutto ciò era solo una chiacchiera per addormentare gli increduli e legittimare il principio del potere, dell’autorità. Queste leggi, queste espressioni — nel «migliore» dei casi — dei rapporti sociali esistenti, sono costruzioni erette sull’immenso lago di sangue che si riempie giorno dopo giorno. Milioni di vite sono state spente in nome della legge. Milioni di altre sono condannate a un’esistenza di schiavitù in nome della legge. Si è ucciso, massacrato, mutilato, incarcerato, bruciato, bombardato in nome della legge; si uccide, si massacra, si incarcera, si brucia, si bombarda in nome della legge. Se la coscienza individuale non si solleva contro le leggi degli uomini, se la voce della coscienza viene ridotta al silenzio e le braccia e le menti si rassegnano all’obbedienza, se l’etica individuale non si fa roccia nel diluvio umano, non ci resta che rinunciare, guardare sfilare sotto i nostri occhi gli orrori prodotti dal mondo della Legge, dai campi di concentramento ai moduli di isolamento, dalle guerre sporche alle guerre umanitarie, dallo sfruttamento perfido all’abbrutimento abietto dell’essere umano attraverso le protesi tecnologiche, dai campi di deportazione ai massicci annegamenti nel Mediterraneo. Il mito di Antigone è una tragedia, perché la rivolta della sua coscienza contro le leggi promulgate dal re suo padre non si basa sulla coercizione, sull’imposizione di un altro modello, sulla sete di potere: si basa solo sulla sua convinzione individuale, sulla propria etica che è costitutiva del suo essere.
Oggi, alcuni anarchici vengono trascinati davanti al tribunale dello Stato belga perché, in sostanza — sfondiamo subito questa porta aperta — non hanno ovviamente rispettato la Legge. L’anarchico è contro la legge, questo è evidente. Non contro questa o quella legge più o meno ingiusta, ma contro il principio stesso di legge. Egli concepisce di vivere insieme solo partendo dalla coscienza individuale di ciascuno, e non dalla coercizione, dall’imposizione, dall’autorità che lo Stato e il capitalismo incarnano oggi. Ma c’è qualcosa di ancora peggiore negli anarchici. Non solo infrangono le leggi, guidati solo dalle proprie convinzioni e dalla propria etica piuttosto che dal codice penale, no. Si spingono oltre: non violano le leggi perché vorrebbero vivere come i ricchi, per acquisire potere sugli altri, per impadronirsi del potere statale, no, le trasgrediscono perché sono contro ogni legge, ogni imposizione, ogni Stato, sia esso democratico, religioso, socialista, fascista, dittatoriale o repubblicano — e per di più, hanno l’arroganza di pensare di aver ragione a farlo. Questo è il loro crimine, quello che nessuno Stato potrà mai perdonare loro: gli anarchici vogliono la distruzione dello Stato, di qualsiasi Stato e la fine dello sfruttamento. Che importa allora, al di fuori dei labirinti delle procedure giudiziarie, se tali anarchici hanno detto questo o attaccato quello: sono in ogni caso colpevoli. Colpevoli di seguire la voce della propria coscienza piuttosto che della legge, colpevoli di rivoltarsi contro lo Stato e lo stato delle cose; colpevoli di dare suggerimenti agli sfruttati e agli oppressi e di seguire essi stessi la strada della rivoluzione sociale per trasformare radicalmente i rapporti sociali esistenti; colpevoli, se ne hanno l’ardire, il coraggio e l’intelligenza, di cercare di minare il dominio, di attaccare con i mezzi che ritengono adatti ai loro fini, anche da soli o in pochi e quando tutto e tutti vorrebbero scoraggiarli. L’anarchismo, è il pensiero e l’azione che spingono verso la distruzione dello Stato, la distruzione di tutte le istituzioni, la distruzione del capitalismo, delle merci e del lavoro salariato, la distruzione di tutto ciò che permette ad alcuni di sfruttare tutti gli altri.
Nella storia delle ostilità tra anarchici e Stato, non c’è niente di più classico dell’accusa di «associazione di malfattori». È un’espressione giuridica molto malleabile, adatta a tutti i contesti, e il corollario repressivo del principio stesso dello Stato, così ben sintetizzato dai fascisti italiani: «Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato». Poiché l’unica organizzazione consentita dallo Stato è la sua, è l’organizzazione del suo potere con la sua amministrazione, le sue caserme, i suoi agenti di polizia, i suoi guardiani, i suoi controllori, i suoi dirigenti. Tutto il resto, tutto ciò che è situato potenzialmente al di fuori dello Stato viene o tollerato, in quanto non dannoso (come nel caso di molte associazioni sociali o culturali), o incoraggiato perché integrabile (come nel caso di comitati cittadini, partiti o sindacati), oppure classificato, prima o poi, come «criminale». Migliaia di anarchici sono stati accusati e condannati come «malfattori» negli ultimi 150 anni. In funzione delle esigenze repressive del momento, questa accusa può essere facilmente estesa per includere più persone. Dopo le festicciole che hanno scosso la borghesia parigina alla fine del XIX secolo, bastava essere in possesso di un volantino anarchico per essere condannati come membri di una «associazione di malfattori» e rischiare così di venire imprigionati nel bagno della Guyana. In sostanza, oggi non è cambiato nulla: gli anarchici disturbano, per quanto pochi siano, e vengono quindi trascinati davanti ad un tribunale, in quanto malfattori. Inoltre, non è un segreto: l’anarchico si dedica, in un modo o nell’altro, alla distruzione di questo mondo di oppressione e sfruttamento. Distruggendo i luoghi comuni e i pregiudizi, distruggendo la fede nell’autorità, distruggendo le strutture in cui si materializza il potere, criticando perfino gli uomini, sì, che sono responsabili delle atrocità che stanno alla radice di questo mondo. Ogni anarchico, secondo le sue capacità, le sue attitudini, le sue possibilità. Ma sì, in fondo sono tutti colpevoli di voler distruggere l’autorità. A questo proposito, come qualcuno ha detto alla vigilia della promulgazione in Francia delle leggi scellerate, concepite per frenare la propagazione delle idee anarchiche in un momento in cui la polvere nera della vendetta e della giustizia sociale era percepita ovunque: «Ciononostante l’altra mattina i bottegai di Parigi, nel sistemare le vetrine, con il loro robusto buon senso si son detti: — Non c’è il minimo errore, vogliono scalzare le basi dei nostri monumenti secolari, siamo di fronte a un nuovo complotto. — Suvvia, suvvia, prodi bottegai! vagate nei territori dell’assurdo. Pensate un attimo che la cospirazione di cui parlate non è nuova; se si tratta di radere al suolo gli edifici tarlati della società che odiamo, è da tanto che se ne parla. È il nostro complotto di sempre!». Implorare la clemenza o la pietà dei tribunali sarebbe allora rinnegare il crimine per il quale sono stato chiamato a comparire: il fatto, indiscutibile e debitamente provato dai segugi della polizia e dei servizi segreti, che io sono effettivamente ciò che volevano dimostrare che fossi, un anarchico, un nemico dichiarato dello Stato, un amante della libertà. Per il resto, che volete che dica degli anni di lotta che ho potuto condividere con altri ribelli e anarchici? Dei notevoli mezzi di sorveglianza che sono stati utilizzati per identificare, schedare, braccare e — eventualmente — catturare quegli anarchici che hanno sfidato il potere diffondendo le loro critiche, partecipando a lotte e conflitti sociali, difendendo la necessità della rivolta e dell’azione diretta per opporsi all’ingiustizia, allo sfruttamento, alla reclusione, alla servitù. La polizia si è intrufolata nelle case dei compagni, li ha seguiti nei loro viavai, ha nascosto telecamere e microfoni nelle loro case, ha inviato infiltrati alle loro iniziative, ha analizzato le parole scritte nei loro fogli di agitazione, ha intercettato la loro posta e ascoltato le loro conversazioni telefoniche, si è coordinata coi suoi colleghi al di là delle frontiere, ha lavorato con la Sicurezza di Stato e l’intelligence militare, ma soprattutto, soprattutto, ha assistito, alquanto impotente, immagino, alla continuazione degli sforzi di ribelli anonimi, a una lunga serie di sabotaggi e di attacchi multiformi perpetrati da mani rimaste sconosciute. Azioni dirette che hanno colpito obiettivi che anch’io ritengo nocivi per la libertà, in quanto responsabili dello sfruttamento e dell’oppressione. Forse a un certo punto ne hanno avuto abbastanza e, invece di continuare la caccia degli imprendibili autori dei sabotaggi e degli attacchi che hanno continuato a moltiplicarsi in tutte le direzioni, hanno guardato le montagne di carte, di rapporti, di intercettazioni accumulate… non sapendo cosa trarne in linguaggio giudiziario. Così, la buona vecchia ricetta è arrivata in soccorso dei poliziotti della cellula antianarchica e dei magistrati della Procura federale: anziché cercare di raccogliere prove del loro possibile coinvolgimento in quegli attacchi, limitiamoci ad accusarli di appartenere ad una «organizzazione». Terrorista in un primo momento, per far montare la questione; di malfattori oggi, forse per assicurarsi una condanna più facile. Un’organizzazione senza nome, senza strutture, senza tessere di appartenenza. Ma comunque un’organizzazione, dato che, dicono, esiste una biblioteca anarchica nel centro cittadino di Bruxelles, ci sono pubblicazioni anarchiche, con distribuzione di migliaia di copie nelle strade, ci sono contatti tra anarchici ed altri refrattari, sia fuori che dietro le sbarre, ci sono iniziative, dibattiti, raduni, piccole manifestazioni, che hanno innegabilmente conosciuto la partecipazione degli anarchici. Questo caso, frutto di sei anni di indagini, è talmente debole sul piano giudiziario che può essere considerato solo come un patetico tentativo di attaccare un pugno di anarchici (perseguendoli, al di là dell’appartenenza ad un’associazione criminale e dell’assurda accusa, per un anarchiconemico dell’autorità, d’essere un capo, detentore di autorità, per reati minori che non richiedono un’argomentazione giuridica troppo solida, come una rissa in strada, un corteo selvaggio, delle scritte) per spaventare gli altri, regolare alcuni conti aperti e fornire un facile strumento giuridico (associazione criminale) allo scopo di reprimere ogni velleità sovversiva. È anche per questo motivo che respingo tutte le accuse nei miei confronti, che rifiuto di dichiararmi innocente o colpevole, e che ho deciso di non partecipare nemmeno a questo processo. Se vogliono condannare un anarchico, poiché, in fin dei conti, tale è il loro mestiere che esercitano con maggiore o minore successo, ma sempre obbedendo ai loro superiori e alla ragione di Stato che è la loro religione, si accomodino: hanno il mio nome scritto migliaia di volte sulle montagne di carte di questo fascicolo.
Ma, a differenza della tragedia di Antigone che, gettata in prigione dal suo stesso padre e re, si suicida piuttosto che inchinarsi e rinunciare, io non posso che rispondere alla mia potenziale condanna con una promessa piena di vita: non mi inchinerò, né oggi né domani, davanti alle leggi degli uomini, e continuerò, in coerenza con la mia coscienza e la mia sensibilità, a percorrere il mio cammino di lotta per l’anarchia.
 Laurent
[1/05/2019]
Nota
Ricordiamo che il processo contro gli anarchici si è tenuto a Bruxelles il 29 e il 30 aprile.
Dopo la sua requisitoria, il pubblico ministero Malignini ha fatto le sue richieste:
300 ore di lavoro o una pena sussidiaria di 4 anni (1 persona)
250 ore di lavoro o una pena sussidiaria di 3 anni (2 persone)
200 ore di lavoro o una pena sussidiaria di 30 mesi (4 persone)
150 ore di lavoro o una pena sussidiaria di 18 mesi (1 persona)
100 ore di lavoro o una pena sussidiaria di 12 mesi (1 persona)
12 mesi con la condizionale e una multa di 50 euro (1 persona)
Proscioglimento (2 persone)
Gli accusati hanno rifiutato di accettare una pena di lavoro, quindi il tribunale potrà eventualmente condannare gli imputati solo ad una pena detentiva.
La sentenza è prevista per il 28 maggio 2019
Per maggiori informazioni: lalime.noblogs.org