Processo del Brennero, videoconferenza e altre cose

riceviamo e diffondiamo:

Processo del Brennero, videoconferenza e altre cose

Oggi si è tenuta al Bolzano l’udienza filtro per la manifestazione del 2016 al Brennero.

Partiamo da una fotografia. Di fronte al tribunale c’è un gigantesco monumento fascista al quale la Provincia di Bolzano – soprattutto su pressione degli autonomisti sudtirolesi – ha fatto giustapporre una frase di Hannah Arendt: “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Sotto la scritta, c’erano blindati della Celere e dei carabinieri e un tank dell’esercito (nonostante a Bolzano non ci sia “strade sicure”, i militari stazionavano nella piazza da un mese appositamente per il processo). E poi parcheggi rimossi, furgoni e auto di polizia e carabinieri ovunque a chiudere la zona del tribunale.

Gli imputati in carcere non erano presenti al processo perché gli è stata imposta la videoconferenza, su disposizione del DAP e su richiesta del presidente del tribunale. In una decina di imputati a piede libero (o ai domiciliari) siamo entrati in aula. Indossando in diversi delle magliette con scritto “No videoconferenza” abbiamo interrotto l’udienza in solidarietà con i compagni arrestati urlando “terrorista è lo Stato”. Al giudice che diceva: “La videoconferenza è prevista dalla normativa”, un compagno ha riposto: “Anche i campi di concentramento nazisti erano previsti dalla normativa. Voi continuate a obbedire, alla faccia della frase di Hannah Arendt qui di fronte. I terroristi siete voi”.

Qualche imputato in carcere ha rifiutato la videoconferenza. Altri l’hanno usata per esporre dei cartelli e denunciare questa misura di ulteriore isolamento. Agnese ne ha approfittato per dire che la sezione dell’Aquila in cui sono rinchiuse è una tomba e per far sapere che stanno subendo il blocco totale della posta.

L’impronta del 41 bis – all’Aquila e a Tolmezzo – si estende al resto del carcere. Un carcere di guerra.

Dobbiamo fare una battaglia anche contro tutto ciò.

Apprendiamo dai giornali che il pomeriggio stesso dell’udienza un treno è stato bloccato a Trento da un gruppo di “incappucciati”: striscione in solidarietà con gli arrestati e gli imputati del Brennero e e catene sui binari. Causati 90 minuti di ritardi ferroviari.

Di seguito il volantino distribuito da imputati e altri compagni fuori dal tribunale.

Quando il “mostro” non si deve neanche vedere…

Come se non bastassero il carcere speciale, i continui trasferimenti e il blocco della posta, ora ai nostri compagni arrestati il 19 febbraio si vuole persino impedire di essere presenti ai processi nei quali sono imputati, come quello di oggi per la manifestazione del 2016 contro le frontiere al Brennero. In che modo? Con la videoconferenza (l’imputato “partecipa” al processo da una saletta del carcere in cui è detenuto). Inizialmente prevista per i detenuti accusati di “associazione mafiosa” e sottoposti al 41 bis (una sorta di tortura legalizzata), dal 2002 questa misura processuale può essere applicata anche a chi è accusato di “terrorismo”. Non bastava. Dal 2014 può essere estesa a tutti i detenuti ritenuti “pericolosi”. Non basta. A richiederla può essere anche un giudice per “ragioni di sicurezza e di ordine pubblico”, indipendentemente dai reati contestati durante il processo. Lo scopo dichiarato è risparmiare sui costi per le traduzioni dei detenuti (se così fosse basterebbe spostare i detenuti nelle carceri più vicine ai tribunali dove si svolgono i processi), quello reale è isolarli dalla solidarietà, ostacolare la loro difesa, toglier loro la parola: provare ad annientarli.

Con la videoconferenza un imputato non può più vedere e salutare i propri compagni in aula (un’occasione che un carcerato aspetta sempre con emozione), non può parlare in privato con il proprio avvocato durante il processo, non può fare dichiarazioni spontanee perché solo il giudice può stabilire e interrompere il collegamento audio e video. Non vede tutta l’aula e la sua immagine arriva in differita. Si tratta di una deprivazione tecnologicamente equipaggiata.

Fuori dall’ambito del 41 bis, la videoconferenza è stata applicata nel 2014 ai compagni in carcere per un attacco al cantiere del TAV in Valsusa (nella sentenza contro di loro è poi caduta l’accusa di “terrorismo”) e in seguito ad altri anarchici. Facciamo notare che il Riesame di Trento, il 14 marzo scorso, ha fatto cadere le “finalità di terrorismo” contro i sette compagni arrestati il 19 febbraio. Eppure, come successo in altri casi e come sta succedendo anche ad altri compagni, rimangono ancora in carcere speciale (Alta Sorveglianza 2, regime istituito formalmente per gli accusati di “terrorismo”), ed ora li si vuole privare persino della possibilità di presenziare ai processi.

Come ha dichiarato un’avvocatessa: «Ma che tipo di processo pubblico si può fare se manca addirittura l’accusato? Neanche l’Inquisizione si sognò mai di fare una cosa del genere».

Qui non si tratta solo dei nostri compagni. Questa è una prassi di guerra, volta all’annientamento di ogni dissenso reale.

Gli imputati devono poter presenziare ai processi!

Non possiamo accettare in silenzio questo ennesimo attacco alle lotte e alla solidarietà!

Sasha, Agnese, Rupert, Stecco, Giulio, Poza e Nico liberi!

Terrorista è lo Stato!

anarchiche e anarchici