Pillola 5: perché Modena

riceviamo e diffondiamo la quinta e ultima pillola argomentativa sul significato della lotta contro il CPR e il suo ruolo in questa società.

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PERCHE’ MODENA
Specificità della situazione locale

Il CIE di Modena è sempre stato all’avanguardia in tema di controllo, una struttura particolarmente restrittiva per gli internati e modello per le successive evoluzioni. Situato nell’estrema periferia a nord della città e costituito dal complesso del “casermone” di Sant’Anna. Con una capienza iniziale di 60 posti, esso viene aperto nel novembre del 2002 sull’onda delle campagne per la sicurezza legata all’immigrazione, portate avanti da tutti i soggetti del dibattito pubblico, partiti e livelli di governo.
Nella sua gestione spiccano i ruoli della “Confraternita della Misericordia”, capitanata da Daniele Giovanardi (fratello dell’allora senatore PDL, Carlo Giovanardi) che lo amministra fino al 2012, e del consorzio di Siracusa “L’Oasi”, che subentra alla Misericordia nel 2013, anno della chiusura della struttura dopo una serie di proteste e rivolte da parte delle persone rinchiuse al suo interno. Tuttora l’edificio rimane vuoto e inattivo, sebbene l’amministrazione comunale e l’attuale governo nel 2018, più volte, ne
abbiano annunciato la ristrutturazione per la riapertura sotto la dicitura di CPR, stabilendo orientativamente giugno-luglio 2019 come termine temporale e ponendosi sulla stessa scia della precedente legislatura targata PD, che già nel 2017, con Minniti, aveva immaginato nuova vita per l’impianto modenese nel più grande progetto istituzionale che prevedeva l’apertura di una gabbia
per migranti in ogni regione. Poco dopo la chiusura, il destino della struttura di Modena è passato inizialmente nelle mani di una finanziaria di Conegliano (Treviso), la Finint Revalue, per poi giungere sotto l’ala dell’Alba Leasing, un’altra finanziaria partecipata dalle banche BPER (socio di maggioranza), BPM, Credito Valtellinese e Banca Popolare di Sondrio.
Vale la pena ricordare che entrambi i soggetti sopramenzionati (Misericordia e L’Oasi) hanno avuto una posizione determinante anche nel funzionamento dell’ex CIE di Bologna che, come la struttura di Modena, è stato al centro di un meccanismo perverso fatto di appalti e gare al ribasso tra settore pubblico e attori privati, caratterizzato da un modello di gestione orientato alla repressione, all’umiliazione e all’isolamento dei migranti, schiacciati tra vessazioni quotidiane, psicofarmaci e condizioni di vita disumane.
Soprattutto per questo motivo è essenziale rendere chiaro che, al di là di come sarà la struttura di Modena, che la si apra o meno, che funzioni o meno, esistono delle persone indisponibili alla sua presenza, che portano avanti una critica radicale al CPR e alla realtà che rappresenta.
L’opposizione verso il futuro CPR ha finora riguardato realtà e individualità non necessariamente residenti a Modena. Se il governo prevede un CPR per regione, è necessario che anche chi vi si oppone adotti una logica simile, dal momento che gli internati arriveranno non solo da Modena, ma da tutta l’Emilia Romagna.
Bisogna aggiungere che il contesto emiliano e quello modenese si assomigliano anche per una rinnovata proliferazione delle formazioni neofasciste.
Se il sottobosco razzista dell’“aiutiamoli a casa loro” è una polveriera reazionaria, i fascisti organizzati rischiano spesso di fare da scintilla. La diffusione degli episodi di violenza contro “stranieri” e “diversi” è preoccupante: gli incendi di baracche, bivacchi, roulotte o strutture in cui dormono i migranti non si contano più, così come gli altri episodi di violenza.
Lasciare che i neofascisti si riorganizzino è pericoloso, occorre capire come si muovono, contrastarli, organizzarsi e stroncarne l’avanzata.
In un territorio tradizionalmente a loro ostile come l’Emilia-Romagna, Modena è la città su cui costoro hanno scelto di provare a convergere e mettere radici.
Da qualche anno a Modena esiste Terra dei Padri, centro sociale di destra sul modello di Casaggì a Firenze, uno spazio in cui trovano casa tutte le anime dell’estrema destra da Lealtà Azione, passando per Veneto Fronte Skinhead fino a Forza Nuova. Il progetto è di dare agibilità a quei gruppi e formazioni neofasciste che sono già attive sul territorio, ma che non hanno uno spazio.
Questi gruppi, finora presenti nelle aree periferiche della regione, tentano di radicarsi a Modena, una città strategica per l’Emilia Romagna, per poi farvi confluire militanti da tutta l’area padana. Una lotta contro il razzismo di Stato in questa città non può non tenere in considerazione anche questa dimensione di contrasto.