L’incendio

Louis ***
La struttura della cattedrale di Parigi non ha ancora finito di consumarsi che già tutti i poteri istituiti al gran completo invocano di serrare i ranghi attorno a quel simbolo di sottomissione. È stato tosto ricordato in continuazione che per secoli quel monumento ha visto passare nella sua navata re, papi, imperatori ed altri presidenti di tutta Europa, anzi del mondo.
In piena crisi sociale, mentre da mesi si insiste con la cantilena che le casse sono vuote, che il trattamento omeopatico dell’ingiustizia, della povertà e della miseria costa decisamente troppo, essendo le ceneri ancora calde, ecco piovere milioni a profusione e in maniera indecente. Tutto il bel mondo si congratula di fronte alla cosiddetta generosità di alcuni miliardari: rispetto all’importo del salario minimo garantito (Smic), il loro obolo non vale dieci euro! E rispetto all’utilità reale di quei dieci euro per un lavoratore con un salario da fame, vale soltanto pochi centesimi il loro obolo? Senza contare che non si possono assolutamente escludere secondi fini di ottimizzazione fiscale e pubblicitaria.
Ma la cosa più grave è che attraverso tale propaganda fatta nel nome del «patrimonio», dell’«arte» e della «cultura», è proprio l’immagine universale di tutti i potenti a venir riaffermata: potenze politiche, religiose, economiche, tecnologiche, finanziarie, mediatiche… Non è un caso che tutti i potenti, o quasi, del pianeta si siano commossi. Ciò che deve essere ricostruito al più presto non è tanto una testimonianza passata della nostra storia comune, quanto un simbolo presente del loro potere. Questa testimonianza del passato, per quanto importante sotto certi aspetti, qui non viene comunque mai messa in una prospettiva critica: la rivoluzione francese o la Comune non sono che pagine nere nella storia della cattedrale, e di conseguenza pagine oscure della stessa Storia. Ciò che è bruciato è anzitutto un mito, ed è questo che bisogna piangere e restaurare.
Come ha detto molto bene Macron nel suo discorso del 16 aprile, «ognuno al proprio posto, ognuno nel proprio ruolo», e il mondo continuerà a poter credere nei miracoli. Ed è appunto ciò che ha cercato di venderci: «Non cadiamo nella trappola della fretta» per avanzare nella soluzione della crisi sociale. L’importante è ripristinare l’immagine turistica dell’unità nazionale e del potere dello Stato. Questo potere è d’altronde così straordinario da essere in grado di seccare querce secolari per ben più di una decina di anni pur di ricostruire con esse una struttura monumentale nei prossimi sessanta mesi.
Ciò che il potere francese non è proprio riuscito a fare con il saccheggio simbolico di alcuni negozi di lusso sugli Champs-Elysees, ovvero far condannare i rivoltosi nel nome del presunto sogno universale dei consumatori di poter «un giorno» accedere al mito della ricchezza, sta cercando di farlo con questo incendio piuttosto provvidenziale per esso. La sua priorità è quella di restaurare l’immagine dell’unità nazionale minata da cinque mesi di grave crisi sociale: «Sta a noi ritrovare il filo del nostro progetto nazionale, quello che ci ha fatto, che ci unisce, un progetto umano, appassionatamente francese (sic!)». Di fronte a una tale sfida, chi potrebbe non comprendere la meschinità, la piccineria, l’egoismo perfino, della contestazione societaria qualora continuasse a voler ridefinire il senso perduto di una convivenza da reinventare.
Nell’intervento di Macron, si vuole esplicitamente far passare il significato della storia davanti ad una «falsa impazienza» necessariamente illegittima della contestazione. «Domani la politica ed i suoi tumulti riacquisiranno il loro diritto, lo sappiamo tutti, ma il momento non è ancora arrivato». Perché mai la vita realmente vissuta deve finire sempre col rovinare la sua immagine idilliaca che i potenti cesellano così minuziosamente per il nostro bene? Affermare la permanenza e la continuità della Francia e dei suoi simboli significa automaticamente tentare di autolegittimare un potere che pretende d’esserne l’incarnazione. Significa simmetricamente tentare di lanciare l’anatema sui contestatori del potere nel nome di una storia presumibilmente imperitura, tanto più grande delle piccole preoccupazioni quotidiane degli uni e degli altri.
Il vantaggio di questo genere di discorso è che alla fine renderà palpabile che la critica al potere diventi sempre meno dissociabile dalla critica della sua storia: la storia come la conosciamo è pur sempre la storia raccontata dal potere. Beninteso non si tratta di raccontare altrimenti la stessa storia, con gli occhi dei vinti, ma di rompere la loro storia, di spezzare il riferimento mentale che consente loro di credere di essere la storia. Quanto meno, visto che per loro mi sembra alquanto difficile, è necessario soprattutto che i dominati, quelle persone che non contano nulla, cambino storia, abbandonino la struttura mentale e nazionale che sola legittima i potenti di questo mondo. Solo cambiando storia potranno fare loro la propria storia, solo spezzando i riferimenti temporali e geografici del potere riusciranno, e riusciremo, a spezzarlo.
Passi per il fatto che lo Stato francese cantore della laicità diventi, in questa storia di cattedrali, l’araldo di «Notre-Dame» e di una cristianità pienamente consapevole. Da parte mia, preferisco ricordare il giorno di Pasqua del 1950, il 9 aprile, proprio nella cattedrale di Parigi, dove Michel Mourre ei suoi amici proclamarono in piena funzione religiosa la morte di Dio.
«Oggi, giorno di Pasqua nell’Anno Santo,
Qui, nell’insigne Basilica di Notre-Dame di Parigi,
Accuso la Chiesa Cattolica Universale di deviazione mortale delle nostre forze vive a favore di un cielo vuoto;
Accuso la Chiesa Cattolica di frode;
Accuso la Chiesa Cattolica di infettare il mondo con la sua morale mortifera,
di essere il cancro dell’Occidente decomposto.
In verità vi dico: Dio è morto.
Noi vomitiamo l’agonizzante insulsaggine delle vostre preghiere,
perché le vostre preghiere hanno copiosamente concimato i campi di battaglia della nostra Europa.
Andate nel deserto tragico ed esaltante di una terra in cui Dio è morto
e mescolate di nuovo questa terra con le vostre mani nude,
le vostre mani di superbia,
le vostre mani senza preghiera.
Oggi, giorno di Pasqua nell’Anno Santo,
Qui, nell’insigne Basilica di Notre-Dame di Francia,
proclamiamo la morte del Cristo-Dio perché finalmente viva l’Uomo».
Mi rendo conto come questo genere di discorso sia provocatorio, oltraggioso e caricaturale, specialmente perché non si può più parlare oggi dell’Uomo (con la U maiuscola), che in definitiva non è che il figlio troppo Naturale di un Dio (con la D maiuscola). Ma il discorso presidenziale è altrettanto provocatorio, oltraggioso e caricaturale, oltre che sprezzante: la domanda che tuttavia si può porre è sapere se ne sia almeno consapevole.
Colmar, 17 aprile 2019
[trad. da qui]