Psicoreati

fonte: Finimondo
Che l’intelligenza sia contagiosa è una verità su cui hanno sempre scommesso gli indomiti sognatori di altri mondi. Ma nello spietato calcolo delle probabilità, inutile nascondere che è una verità ben diversa a godere di maggior fortuna. Perché, purtroppo, anche la stupidità è contagiosa — ed i suoi tempi di diffusione sono infinitamente più rapidi.
Leggere è più faticoso che ascoltare o guardare, riflettere per comprendere è più lungo che memorizzare per ripetere, formulare un’idea singolare è più difficile che condividere un’opinione comune. È quanto avevano ben capito i nazisti, i quali sostenevano che maggiore è il numero di persone da governare e minore deve essere il livello della propaganda a loro indirizzata. Per controllare milioni di esseri umani, per ottenerne il consenso o l’indifferenza nei confronti delle peggiori infamie, bisogna farne degli imbecilli. Non fornire loro gli strumenti necessari per sviluppare una consapevolezza, una sensibilità, un sapere, semmai strapparglieli. Perché non si buggera e non si incatena un popolo con alti e nobili ragionamenti, ma con basse e squallide banalità.
Questo compito, nella Germania nazista composta da una popolazione di 90 milioni di abitanti, veniva svolto principalmente dalla radio. I giornali non erano infatti sufficienti; l’acquisto, il tempo e la concentrazione richiesti dalla loro lettura, la fruizione individuale, costituivano altrettanti limiti. Bastava invece girare una manopola ed ecco che le orecchie di famiglie intere in un condominio, dei clienti presenti in un negozio, dei passanti che attraversavano una piazza, potevano essere contemporaneamente e senza sforzo riempite di slogan e frasi fatte — uno più cretinizzante dell’altra — martellati di continuo perché si conficcassero in profondità nella mente, nella bocca e nel cuore di tutti. Ecco come nel giro di alcuni anni venne letteralmente prodotto «il popolo dei telecomandati», per riprendere la definizione di un critico dell’epoca, il quale rimaneva attonito nello scoprire come «buona parte dell’attuale umanità non desideri affatto la vera parola, ma aspiri ad essere quotidianamente circondata dal brusio degli uccelli da preda psichici».
Sono passati decenni da allora ed il progresso tecnologico ha fornito agli ingegneri di anime, nel frattempo aumentati vertiginosamente di numero e capacità, nuovi formidabili mezzi per portare avanti «il processo di mutazione della specie umana in una sorta di cosa».
Oggi il totalitarismo tecno-democratico della merce è planetario e sottomette miliardi di persone, tenendole incollate davanti a piccoli e grandi schermi telematici (secondo le statistiche, nel 2016 le Sim telefoniche esistenti erano 7,5 miliardi; per dare un’idea, nel 2018 gli utenti mensili Facebook erano 2,2 miliardi e quelli Instagram 1 miliardo) e sollecitandole 24 ore su 24 ad interessarsi ad argomenti sempre più idioti, gretti e meschini.
E, dato che ogni licenza è concessa ai buffoni di corte, qui in Italia sono stati alcuni comici a caratterizzare e a rendere popolare, in forma anestetizzata, questa mutazione. Se verso la metà dei ribelli anni 70, durante l’era della televisione, faceva furore il personaggio dell’impiegato servile che considera il cinema d’avanguardia «una cagata pazzesca» — quintessenza della nullità, era voglioso solo di calcio, tifo indiavolato e rutto libero — negli anni 2000, nell’era di internet, a spopolare è la figura del «bimbominkia» che nemmeno sa cosa sia il cinema d’avanguardia e per cui un’incessante emissione d’aria è l’intercalare idiomatico quotidiano.
Tutto ciò alimenta non poco i più foschi presagi sull’avvenire dell’umanità. Per quanto tale deperimento intellettuale generalizzato sia destinato alle masse, ciò non toglie che coinvolga anche le cosiddette élite. Il risultato è che, proprio nel momento storico in cui maggiore è la potenza distruttiva dei mezzi tecnici a disposizione dell’essere umano, il che rende quanto mai necessaria ed urgente una intelligenza in grado di cogliere la pericolosità insita nel loro utilizzo, maggiore è la stupidità di chi siede nella stanza di bottoni sempre più numerosi e sensibili. L’attuale Re Ubu statunitense, quello che considera il riscaldamento climatico una bufala degli sporchi ambientalisti diretta a contrastare il meraviglioso sviluppo industriale, ne è un ottimo esempio.
Così come indicativi in tal senso sono anche alcuni recenti fatti avvenuti qui in Italia. Prendiamo ad esempio la stura data dal capobranco leghista ai miasmi ventreschi dei suoi gregari di partito. In una vera e propria gara di tifo indiavolato e rutto libero, in pochi giorni alcuni rappresentanti delle istituzioni (quelli che rappresentano il popolo!) sono passati dal «poliziotti, torturate i manifestanti!», a «uomini, andiamo a stuprare!» fino a «donne, aprite le cosce!». Le dimissioni a cui sono stati costretti un paio di costoro non fermano, men che mai invertono, questo scivolamento nel baratro dell’infamia. Perché si tratta di uno scivolamento strutturale, non episodico o circoscritto.
È una delle più atroci ed inaspettate conseguenze della miseria del presente, quella di far rimpiangere la classe politica del passato. Davanti al bavoso grugno dei razzisti leghisti si prova quasi nostalgia per l’ingessata espressione dei mafiosi democristiani, i quali avevano per lo meno il buon gusto di non ostentare sghignazzando le loro mani sporche di sangue.
Allo stesso modo è significativo il tracollo subito dalla libertà di pensiero con l’avvento del terzo millennio, laddove impera incontrastato il liberalismo dell’opinione. Se ancora nel maggio 1997 la prima carica dello Stato (ex magistrato) difendeva formalmente la libertà di parola contro la libertà di fatto, nel luglio 2001 la terza carica dello Stato (ex delfino di un fascista fucilatore di partigiani) già non si faceva più scrupoli nel censurare addirittura il pensiero con un controsenso memorabile: «il nostro è uno Stato democratico dove nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di libertà». Eppure, dovrebbe essere ovvio che la libertà esiste solo nel dissenso. È nella possibilità di criticare, di protestare, di intraprendere altre strade, che si manifesta la libertà. Non avere il diritto di pensare, poco importa a cosa, indica già una soppressione della libertà. La libertà di obbedire, di applaudire, non esiste se non nel linguaggio menzognero della dittatura.
Oggi, in piena idiocrazia, un pensiero («non si può fare la rivoluzione senza ammazzare») proferito in privato (ma intercettato da qualche cimice) e per di più da terzi, viene pubblicamente usato per giustificare l’arresto di alcuni anarchici in Trentino. Rei di cosa? Di aver ospitato in casa propria qualcuno che ha espresso ad alta voce un ragionamento logico del tutto ovvio? No, non si può fare la rivoluzione senza ammazzare. Così come non si può fare una frittata senza rompere le uova. E allora? Fare simili osservazioni non significa essere un killer né uno chef. Una tale banalità può essere considerata prova a carico solo da inquirenti bimbiminkia, può essere sbattuta in prima pagina solo da giornalisti bimbiminkia, può indignare solo cittadini bimbiminkia. Psicoreato creato dalla forza dell’ignoranza.
E quanto è antiquato l’uomo con la sua dignità, se chi pretende di esercitare niente meno che la Giustizia trova sospetto e criminale il cercare di difendere la propria vita privata da una curiosità continua, assillante e palese (non ipotetica)? Non basta fare il mestiere di sbirro, bisogna proprio avere la testa ed il cuore da sbirro per non capire che ogni intrusione nella vita privata altrui è insopportabile. Altrimenti, perché mai 1984 è considerato un romanzo su una società totalitaria da incubo? In fin dei conti, i suoi abitanti erano liberi di obbedire al regime; in fin dei conti, se non facevano nulla di male non avevano nulla da temere da quella sorveglianza incessante; in fin dei conti, per evitare di finire nella stanza 101 dovevano solo dire di sì ad ogni decisione dall’alto. Quanta idiozia è necessaria per non capire che ad essere trasparenti dovrebbero essere coloro che pretendono di governare gli altri, se vogliono sperare di essere creduti nei propri disinteressati intenti, giacché la trasparenza di comportamenti richiesta a chi viene governato non è che controllo poliziesco totalitario? Vero è che, subissati da quotidiani programmi televisivi che abituano a sbirciare l’intimità altrui e sovrastati da ansie telematiche di condivisione, la pretesa sbirresca di un controllo onnipresente diventa quasi scontata.
Poiché tutto si tiene con tutto, è letteralmente tutto che sta imputridendo sotto i nostri occhi ed il nostro naso rendendo l’aria letale. La meschinità politica si accompagna allo squallore sociale, che si accompagnano alla grettezza economica, che si accompagnano alla miseria affettiva, che si accompagnano alla devastazione ecologica, che si accompagnano alla mediocrità artistica, che si accompagnano alla inettitudine filosofica, che si accompagnano a…
Lungo questa china, che sorta di cosa è diventata la specie umana? Rimanere aggrappati alla propria umana antiquità è un dolce conforto, non un grande stimolo. Resistenza senza attacco. Per risalire quella china — anzi, per superarla e puntare alle stelle — interrompere il rifornimento dell’ignoranza è il minimo che si possa progettare ed iniziare ad intraprendere.