Non ci troverete lì su violenza di genere e gestione collettiva

fonte:https://resiste.squat.net/?p=24172

Scriviamo questo comunicato col fine di condividere la preoccupazione e l’astio generati da molte situazioni che abbiamo conosciuto o vissuto direttamente negli ultimi tempi, in relazione alla definizione della violenza di genere e la sua gestione nei movimenti sociali e libertari.

Partiamo dall’idea che le violenze di genere sono il prodotto di un modello etero-normativo che impone un’unica forma di esistenza per quanto riguarda il nostro corpo, la nostra identità, la nostra espressione di genere, la nostra sessualità e le nostre relazioni. Tutte quelle persone che, come noi, non rispettano questa norma, si possono vedere o si sono viste esposte a violenze, poiché queste sono la punizione della trasgressione e il non rispetto dell’etero-normativa. E le violenze che si verificano in questi spazi, che dovrebbero essere di appoggio e di solidarietà, rendono insostenibile la vita e la militanza di coloro che lottano, e per questo ci opponiamo a esse fermamente. Tutte le persone che firmano questo comunicato, da anni lottano contro l’eteropatriarcato e per la liberazione di tuttx.

Bene, ora che abbiamo esposto la nostra posizione, ci risulta imprescindibile condividere una riflessione rispetto a come il discorso femminista egemonico sta definendo le violenze e, di conseguenza, a come si stanno gestendo le cosiddette aggressioni.

La prima questione che ci risulta problematica è la forma in cui si sta inquadrando, concettualizzando e considerando la Violenza di Genere. Da determinati femminismi si nominano, con questo termine, ineguaglianze di genere strutturali o simboliche, provocando che il concetto di violenza includa uno spettro troppo grande di significati. Siamo arrivatx al punto che uno sguardo, un tono elevato durante un’assemblea, un’insistenza nel mantenere una conversazione o un avvicinamento impacciato sono considerati atti di violenza. Nominando in questo modo atti così lievi, si ingrandisce la violenza e la sua portata, promuovendo una specie di stato d’allarme o di terrore sessuale che serve come giustificazione ad attitudini irose, aggressive e assolutamente sproporzionate verso chi le commette. Non vogliamo dire che certe attitudini non abbiano una componente di genere, però tra riprodurre il sessismo o avere una attitudine sessista e il commettere un atto violento o una aggressione c’è una certa differenza.

Per cui il peggio sono le conseguenze che questa definizione di violenza sta generando, che già lontane dal risultare emancipanti e liberatrici, sono chiaramente vittimizzanti, paternaliste e criminalizzatorie.

Da un lato, chiamare atti di così bassa intensità come “violenze” dà un’idea delle donne e delle persone diverse per quanto riguarda genere e sessualità, principali vittime del fenomeno, come persone eccessivamente vulnerabili, labili e sensibili, per le quali anche solo uno sguardo potrebbe ferire e risultare assolutamente inammissibile. In più, una vittima definita in questo modo, è autorizzata a reagire in modo indiscriminato e le si concede qualsiasi attitudine irrazionale, emotivamente esagerata di rabbia o tristezza, avvallata dal fatto di essere stata vittima della supposta situazione di violenza.

Però, questa vittimizzazione (di donne e persone con diversità sessuale e di genere) non accade solo nei casi che stiamo trattando – dove si fa un uso estremamente esteso del termine violenza – ma anche in quelli dove effettivamente si è verificata una situazione di violenza di genere. Non neghiamo che negli ambienti di lotta e militanza si (ri)producono queste violenze, senza dubbio, intendiamo che la maniera in cui si spiegano le cause e il modo in cui si accoglie la vittima, condizionano i meccanismi che si propongono per affrontare questa situazione: essendo la (ri)vittimizzazione la sua perversa conseguenza.

Sono esempi di questa vittimizzazione: la legittimazione della vittima ad agire in modo indiscriminato, la messa in discussione del suo agire che nega la capacità di elaborare strategie utili e non solo vendicative, l’ingrandimento degli effetti che questa violenza ha potuto avere su di lei.

In ognuno di questi casi, comprendere le violenze di genere – di qualsiasi intensità esse siano – ha come controparte il fatto di doverle affrontare in modo determinato e limitato, il che di solito sfocia in strategie criminalizzatorie verso chi le commette; quando la criminalizzazione non è mai stata nei piani di chi pretende trasformare il mondo.

Prime misure, proprie dello stato… e dello spettacolo

La proibizione per il denominato “aggressore” a frequentare determinati spazi, la gogna pubblica mediante la propagazione di immagini o nomi completi, l’obbligatorietà di portare avanti “terapie riparative” – insieme al loro controllo e supervisione – la violenza fisica o le minacce, ecc, sono state e continuano ad essere strategie criminalizzatorie utilizzate contro le persone che sono state accusate di aver commesso un qualche atto considerato di violenza di genere.

Non diciamo che queste strategie non potrebbero essere necessarie in un determinato momento, prendendole come un fallimento collettivo, con la finalità di proteggere la vittima o avvertire altre persone del pericolo di reiterazione. In questo caso, avremmo precedentemente fatto affidamento sullo spazio per portare avanti forme meno costrittive e punitive per risolvere la situazione, preservando la qualità etica del nostro agire e la riparazione del danno alla vittima. Purtroppo però, ultimamente è impossibile portare avanti negli spazi militanti / attivisti queste forme di mediazione, o meno castigatrici, di gestione della violenza, senza essere accusatx di complicità con la stessa o di “aggredire” direttamente il resto del quorum presente.

Ci risulta inammissibile la divulgazione di dati senza conferma o informazioni private di persone accusate di aggressione, senza procedere a realizzare un mero tentativo di mediazione e senza tenere in considerazione che alcuni degli atti che si denunciano sono di bassissima intensità o risalenti ad anni prima.

Tutti questi esempi li abbiamo potuti vedere nel caso dell’account di twitter “agressorsmusica”.

Allo stesso modo, ci risulta criticabile e controvertibile il fatto che alle persone che hanno fatto un atto denominato sessista e che siano disposte a ripararlo, sia negata la possibilità di farlo, e al contrario, le si sommetta a minacce di derisione o denuncia pubblica come è successo con il nostro compagno e amico Pablo Vaso. Potremmo citare innumerevoli esempi di azioni criminalizzatorie verso le persone accusate di aggressione che impediscono la possibile trasformazione della condotta, la riparazione del danno alla vittima, e che danno adito ad una serie di meccanismi che naturalizzano nelle donne l’immagine della bontà e la debolezza emotiva e negli uomini quelli dell’impossibilità di trasformazione e la cattiveria intrinseca.

Noi non crediamo che il genere sia basato su fatti naturali ed essenziali.

Spolverando vecchi valori libertari

Questo modo di definire la violenza, senza tener conto delle differenze fra genere simbolico, strutturale ed individuale, ci lascia incapaci di definire cosa succede con il resto della pluralità e graduazione delle situazioni. Questo ci priva degli strumenti che si sono costruiti dentro alcuni femminismi – e altre correnti refrattarie – tanto nel superamento delle violenze, come per identificare che cosa le genera e quindi responsabilizzare le istituzioni, le persone o i gruppi di persone.

Perciò, senza credere di realizzare un ripasso esaustivo di strategie, vogliamo segnalare alcune questioni che ci sembrano chiave per riflettere sulla gestione delle violenze di genere.

Per cominciare, ci risulta imprescindibile elaborare concettualizzazioni rigorose ed obiettive sui

significati della violenza di genere e fuggire dalla “proibizione” di dare un gradiente alle condotte e alle loro ripercussioni. La negazione e la censura di differenti gradi e intensità, risulta inutile per il procedimento che deve portarsi avanti rispetto alla persona che ha aggredito, ma è addirittura assolutamente deleteria per il recupero delle vittime.

È altresì necessario che intendiamo gli spazi militanti come spazi per sostenere la vita di sempre più persone che lottano, e non di meno. Non crediamo nelle purghe, nelle elíte e nella legge del più forte. Non crediamo utili i processi di derisione, ridicolizzazione e aggressività che vanno ora di moda per difendere qualsiasi idea. Le lotte basate nell’identità, tenendo obiettivi e principi molto validi, stanno usando come strategia l’aggressività verbale verso glx altrx, in una specie di lotta antagonista verso persone compromesse che sarebbero disposte a trasformare le proprie attitudini maciste, lgbt-fobiche o razziste. Invece, sono insultate e allontanate dalle lotte per una semplice ragione di provenienza identitaria naturale e essenzialista. Tutto ciò, sotto la presunzione assunta e pubblicizzata che le militanti e attiviste non sono qui per fare pedagogia. Ci spiace, però noi anarchicx abbiamo sempre creduto che l’educazione e la pedagogia fossero la base della trasformazione sociale, senza dimenticare altre strategie, e non siamo dispostx ad abbandonarle. Crediamo negli spazi di trasformazione sociale e di libertà, non di ridicolizzazione, giochi di potere e castighi.

Questi spazi di trasformazione sociale devono servire anche per disimparare e decostruire il genere, mentre elaboriamo forme individuali di esistenza in libertà, senza coercizione né imposizioni di gruppo. Decostruire il genere ha a che fare con il pensare come siamo arrivati ad essere “uomini” e “donne” e quali sono i meccanismi che continuano a convertire queste identità in fattori necessari. Questo ci aiuterà da una parte ad identificare le istituzioni e le strutture coercitive che continuano a imporre i generi come imprescindibili, così da poterle attaccare. Altresì, ci aiuterà a estirpare l’idea che la femminilità implica intrinsecamente bontà, accesso alla verità, innocenza e fragilità emotiva e allo stesso modo che la mascolinità sia di per se malignità, oppressione e violenza.

Infine, ci appelliamo alla responsabilità individuale e collettiva nei processi di riflessione e gestione rispetto alle violenze di genere. Il “lavarsi le mani” di fronte alle conseguenze delle nostre strategie di lotta è una tendenza inaccettabile. Le violenze di genere non sono responsabilità unica di chi le commette, ed è per questo che, oltre ad accompagnare il recupero delle vittime, sarebbe importante pensare in una maniera collettiva e non umiliante di accompagnare il processo di cambiamento di chi aggredisce ed è disposto a riconoscere l’errore e pensare a come rimediare. Le conseguenze verso chi commette atti di violenza di genere devono essere sempre proporzionate all’intensità dell’atto di violenza, però improntate all’intenzione di riparazione e cambiamento.

Ed è da questa responsabilità che scriviamo e facciamo pubblico questo testo. È dalla responsabilità che vinciamo la paura della derisione, della falsa suscettibilità e opacità. Dalla responsabilità pensiamo che la riflessione non debba fermarsi e che sia necessaria per far crescere le nostre lotte.

Contro tutti i tipi di dominazione !

Per la rivoluzione femminista !

(Per riflessioni, discussioni o dibattiti: projectexprojectex@gmail.com)

Tradotto da Resiste! https://resiste.squat.net/

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