Torino – “Oltre lo Stato Islamico, l’indicibile pericolosità del Rojava”

riceviamo e diffondiamo:

Oltre lo Stato Islamico, l’indicibile pericolosità del Rojava

Il prossimo 23 gennaio si terrà un’udienza nel tribunale di Torino in cui verrà valutata l’applicazione o meno di 5 provvedimenti di sorveglianza speciale.
Giusto per tener fresca la memoria, limitandoci alla procura di Torino, già ad altri cinque compagni è stata consegnata questa misura negli ultimi anni:
l’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Antonio e risale appena all’agosto scorso.
È importante osservare che le richieste di sorveglianza speciale, tutte, si basano sulla presunta pericolosità sociale dei soggetti per cui se ne fa richiesta: è evidente che, ancora una volta, l’obiettivo principale delle procure è sì colpire il singolo individuo minandone pesantemente la libertà, ma soprattutto reprimere le lotte, fornendo un monito a tutti coloro che continuassero a prendervi parte.
Dunque non ci stupisce affatto, e meno che mai in questo osceno momento storico, che la procura torinese e la solita pm Manuela Pedrotta reiterino il loro accanimento nei confronti di ogni dissenso e facciano bella mostra della loro servile abnegazione per l’ordine costituito. Non ci sorprende nemmeno che di questi tempi torni di moda la carta della sorveglianza speciale, uno strumento
repressivo risalente al periodo fascista, epoca in cui lo Stato non si faceva scrupolo di mostrare il proprio vero volto autoritario (proprio come oggi).
Ora, secondo quanto affermano le carte firmate dalla pm Pedrotta, alcune tra le persone che da Torino hanno viaggiato verso la Siria del nord per partecipare alle operazioni delle unità popolari di difesa (YPG e YPJ), sarebbero divenute socialmente pericolose perché in quel contesto avrebbero appreso l’uso delle armi… Ma, forse, sarebbe il caso di dirla tutta e fare un ragionamento che non si fermi al mero dettaglio, pretestuoso, della procura.
Pensiamo che la questione vada ben oltre: la minaccia all’ordine costituito che la Pedrotta vuole arginare è il fatto che attivisti/e internazionalisti possano essere partiti per la Siria non solo per combattere l’Isis, come avrebbe potuto fare un mercenario qualsiasi o quella gran dama di carità di Salvini (a chiacchiere, ovviamente), bensì per sostenere e prendere parte a una rivoluzione.
Non è la capacità di usare strumentazioni militari a preoccupare la procura, piuttosto ciò che un uomo o una donna attivo/a nelle lotte qui, potrebbe fare, qui, del bagaglio di un’esperienza vissuta in un territorio dove è in corso una rivoluzione.
Nella Siria del nord o, meglio, nel Kurdistan occidentale, in un’area ricchissima di risorse, ricordiamo che esiste il Rojava, un’area liberata da oltre 6 anni costantemente osteggiata a colpi di guerra. Ciò che più preoccupa le potenze che vorrebbero controllare e saccheggiare questo territorio è il fatto che le genti che lo popolano, tutti insieme, stiano costruendo un modello di comunità basato
sull’orizzontalità e il rispetto delle differenze. Curdi, arabi, assiri, musulmani, cristiani, sciiti, sunniti, yazidi, partecipano in egual misura alla costruzione di questa nuova vita, e la difendono.
L’indicibile pericolosità del Rojava sta proprio nell’aver innescato un processo rivoluzionario che realizza davvero i concetti di democrazia, pace, convivenza, ribaltandone l’uso ipocrita fattone dagli Stati occidentali per i quali non sono che vuoti slogan dietro cui nascondere le loro reali responsabilità: l’aver trasformato il Medio Oriente nel campo di battaglia di una guerra fratricida per poterlo impunemente saccheggiare. Il Rojava da un lato smaschera l’ipocrisia dell’Occidente, dall’altro rappresenta la dimostrazione vivente della possibilità di liberarsi dai suoi tentacoli. Per questo è così pericoloso.
Uno dei più acerrimi e sanguinari oppositori di questo esperimento rivoluzionario è il governo turco, sostenitore dell’Isis e al tempo stesso storico alleato su più fronti sia del governo italiano, che dell’Europa e della Nato. Poco importa all’“Europa democratica” che la Turchia sia ormai una immensa galera, con centinaia di migliaia di prigionieri politici, poco importa l’aggressione militare contro il cantone di Afrin, il supporto alle bande di tagliagole islamiste, la pulizia etnica e il tentato genocidio del popolo curdo. Quisquilie a fronte degli interessi economici, politici, militari che ci legano al suo ruolo di gendarme regionale e guardiano delle frontiere.
L’appoggio incondizionato dello Stato italiano alle politiche dittatoriali dello Stato turco si è già svelato con altre operazioni di criminalizzazione della solidarietà e di interventi di protesta contro queste politiche, come è accaduto nei confronti degli attivisti internazionalisti sardi di ritorno dalla Siria, messi sotto inchiesta per associazione sovversiva qualche mese fa, o nei confronti di
chi scrive questo testo, sottoposti a suo tempo a misure cautelari e che andranno a processo a febbraio presso il Tribunale di Torino per l’irruzione del 2015 negli uffici della Turkish Airlines a Caselle.
L’obiettivo è chiaro: oscurare, rimuovere la memoria e la narrazione di questa esperienza, reprimere il diffondersi di ogni forma di solidarietà. Che cada e scompaia per sempre ogni esempio di autodeterminazione, sotto ai bombardamenti di Erdogan, dell’indifferenza, della solerzia di qualche pm in Europa, poco importa… Gli unici valori ammissibili in questa orribile società
sono quelli dello sfruttamento e del capitalismo.
Il nemico, quello vero, non è l’Isis. Il pericolo, indicibile, è la rivoluzione, che dal Rojava, contro venti e maree, lancia un allarme al mondo intero chiamando a raccolta i suoi nuovi partigiani.
Un pensiero va a Hiwa Bosco e a tutti/e coloro che cadono lottando per la libertà.
Shahid nimren. I martiri non muoiono
Viva la Rivoluzione in Kurdistan,
Viva la solidarietà internazionalista!
Alcun* imputat* per l’irruzione alla Turkish airlines del 2015

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