Sulla rivolta nel carcere di Spini

Qui sotto due testi, diffusi in città e fuori dal carcere durante i colloqui, sulla rivolta nel carcere di Spini di Gardolo (Trento).
VIVA LA RIVOLTA DEI DETENUTI DI SPINI
Nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 dicembre un detenuto, Sabri El Abidi, si suicida nel carcere di Spini di Gardolo. E’ il nono dall’inaugurazione del cosiddetto “carcere modello” (2011), il terzo del 2018. A fine novembre un altro detenuto si era tolto la vita. Solo la settimana precedente era stato sventato un tentativo di suicidio e una detenuta era stata ricoverata dopo aver ingerito della candeggina per protesta. La causa di quest’ennesimo suicidio è la solita, nota, ricorrente: la mancata risposta alla richiesta dei giorni di liberazione anticipata da parte dei magistrati di sorveglianza (Rosa Liistro, Antonino Mazzi, Arnaldo Rubichi). I giornali fanno sapere che il detenuto aveva promesso alla figlia che avrebbero passato il Natale assieme. I dinieghi dei magistrati di sorveglianza avevano già causato due morti: nel 2014 due prigionieri si erano suicidati dopo l’ennesimo rifiuto della loro richiesta di accesso a domiciliari o misure alternative al carcere. L’ultima protesta contro l’operato dei magistrati di sorveglianza risaliva a metà settembre.
La mattina di sabato 23, diffusasi la notizia dell’ennesima morte e delle cause che l’hanno provocata, 300 detenuti (su circa 350: praticamente tutti, se si escludono il femminile e i “protetti”) si barricano nelle sezioni, appiccano una ventina di incendi e sfasciano mobili, suppellettili, impianti, telecamere. Anche la mensa, la lavanderia, i laboratori vengono danneggiati, mentre davanti ai cancelli delle sezioni si schierano celere e carabinieri, presenti anche all’esterno a impedire l’accesso ai parenti dei detenuti, che quella mattina avrebbero avuto i colloqui. Da dentro si levano grida: “Assassini!”. Un secondino viene ferito e altri sei vengono portati in ospedale per intossicazione. La rivolta coinvolge tutti e tre i piani del carcere, che alla fine risulteranno pesantemente danneggiati, con una cinquantina di celle (cinque bracci su otto) dichiarate inagibili, e dura fino al pomeriggio. Un gruppo di detenuti riesce a sfondare una porta e ad uscire nel cortile, l’intervento degli sbirri blocca quello che poteva essere un tentativo di evasione. Arrivano a Spini il questore e il commissario del governo, e inizia la sfilata dei politici(dai leghisti Fugatti e Bisesti a Ghezzi che nella sua intervista ha ancora l’indecenza di parlare di “carcere modello”, peccato solo per i suicidi, che “cominciano ad essere troppi”, con una “frequenza ben superiore alla media nazionale”). Le rivendicazioni dei detenuti sono quelle che chiunque abbia avuto a che fare con il carcere di Spini conosce a memoria, e sono direttamente collegate con l’ultimo suicidio: tempi più brevi per le richieste al tribunale di sorveglianza e per avere risposta, possibilità di accedere a misure alternative al carcere per chi ha condanne sotto i tre anni (la cosiddetta legge “svuotacarceri”) e ai giorni di liberazione anticipata per buona condotta, istituzione di un presidio sanitario in carcere anche di notte e nei fine settimana. Si, perché anche in questo caso non c’erano medici in carcere al momento del suicidio, si è dovuto attendere l’intervento del 118. Se fossero stati presenti dei medici forse Sabri El Abidi non sarebbe morto.
Ora arrivano le dichiarazioni dei politicanti, i comunicati dei partiti, le visite del garante, le esternazioni del vescovo (cristianamente solidale con i detenuti, ma anche con le guardie, perché no?), le prime pagine dei giornali. Il questore Garramone, il commissario del governo Lombardi e la direttrice del carcere Gioieni si sono dovuti piegare a trattare con i prigionieri e si sono “impegnati”, davanti quelli che quotidianamente mettono dietro le sbarre, a convocare un Comitato per la sicurezza per discutere le rivendicazioni dei detenuti. Un centinaio di prigionieri sono già stati trasferiti in altre carceri (e sono già annunciati altri ottanta trasferimenti), e una trentina sono accusati di lesioni, danneggiamenti, perfino sequestro di persona (una lavoratrice di una cooperativa era rimasta in uno dei locali barricati). Dopo la rivolta i secondini hanno picchiato e sbattuto in isolamento diversi prigionieri. Abituati ad avere sempre il coltello dalla parte del manico, per qualche ora i valorosi uomini della penitenziaria hanno avuto un piccolo ritorno della violenza e della paura che dispensano quotidianamente.
Il segratario regionale del Sindacato Nazionale Autonomo di Polizia Penitenziaria il giorno dopo il suicidio e la rivolta ha la faccia da culo di dichiarare che “i detenuti non sono adeguatamente sanzionati per i propri comportamenti scorretti”. Una bella lezione per chi avesse qualche dubbio sull’umanità dei secondini. Quelli che poche settimane fa hanno rimosso l’orologio dalla sala colloqui di Spini per poter mandare via i parenti prima della fine dell’orario di visita. Successivamente sempre il SINAPPE invocherà il ritorno alle celle chiuse 24 ore su 24 (richiesta costante dei sindacati dei secondini, ogni occasione è buona per tirarla fuori). Da parte sua il sindacato UILPA – Polizia Penitenziaria in una toccante lettera al ministro della giustizia scritta dopo la rivolta delira di “restituire dignità alle condizioni di lavoro della polizia penitenziaria”. Quale dignità possa avere il “mestiere più infame che c’è” lo sanno solo loro. La dignità non la può conoscere certo chi ogni giorno rinchiude, pesta, tortura. Ma a quanto pare agli aguzzini piace dare lezioni sulla dignità, se perfino la direttrice di Spini  Francesca Gioieni ha la sfacciataggine di millantare ai giornali, a pochi giorni dalla morte di Sabri El Abidi e dalla sommossa, il suo “impegno per una detenzione dignitosa e accettabile”. Come si possa “accettare” di vivere rinchiusi, e magari trovarci una qualche dignità, lo sa solo lei. La dignità degli oppressi, ci insegnano i detenuti di Spini, è solo nella rivolta, nella lotta per la libertà.
SOLIDARIETA’ CON I PRIGIONIERI IN LOTTA
FUOCO A TUTTE LE GALERE
anarchici

SOLIDARIETA’ CON I DETENUTI DI SPINI
A quasi un mese dalla rivolta che ha incendiato il carcere di Spini a seguito dell’ennesima morte causata dall’operato dei magistrati di sorveglianza non c’è ancora nessuna chiarezza sulla situazione all’interno: sui trasferimenti continua il balletto dei numeri (100, 180, 50…), si parla di veri e propri trasferimenti puntivi con cui mandare “al confino”, a centinaia di chilometri (in Emilia ma anche a Roma e Reggio Calabria, pare), detenuti ritenuti particolarmente attivi nella rivolta; la posta continua a non uscire; i sindacati di polizia penitenziaria lamentano (poveretti!) la “mancanza di sanzioni disciplinari” quando da dentro raccontano di diversi detenuti sono stati pestati e messi in isolamento. Da alcuni parenti si viene a sapere che Sabri El Abidi aveva già protestato e fatto autolesionismo per la mancata risposta alla sua richiesta dei giorni di liberazione anticipata, e che dopo la sua morte sono passate ore prima che i sanitari intervenissero.
Negli ultimi giorni si è assistito alle prevedibili sfilate istituzionali, con direzione carceraria, politicanti, amministratori, magistrati e sbirri riuniti in un improbabile “comitato per l’ordine e la sicurezza” a uso e consumo dei fotografi in cui blaterare generiche promesse su assistenza sanitaria, educazione, lavoro, “task force”, “buone prassi” (“buone prassi”? forse si riferiscono ai 9 morti dall’apertura del carcere, ai pestaggi, all’isolamento, alla posta buttata, alle telefonate negate…), “qualità della vita” (in carcere?!).
Qualcosa di interessante in realtà ne è uscito: il commissario del governo Lombardi ha dovuto ammettere che la rivolta “ha avuto risolanze al di fuori del carcere”, è stata “rilevante per l’ordine e la sicurezza pubblici”. E di conseguenza, se ne occupera anche il ministero dell’interno. Al tavolo partecipavano anche i magistrati di sorveglianza Arnaldo Rubichi e Antonio Mazzi. Quelli che bisogna ringraziare per la morte di Sabri El Abidi, oltre che di altri due detenuti anni fa (Giacinto Verra e Riccardo Scalet). Sulla sanità in carcere vi sarebbe stato un sopralluogo dell’APSS, che fa la scoperta dell’acqua calda: non ci sono medici la notte, ne servirebbe uno. Quello che non c’era la notte del 21 dicembre, quello che i detenuti reclamano da anni, ma è stato necessario bruciare un carcere perchè qualcuno li ascoltasse. Se ne ricordino i sostenitori delle “proteste civili e pacifiche”.
Si parla pure di “situazioni di gravissima sofferenza psichica”, e la soluzione è rafforzare il ruolo normalizzatore della psichiatria, con uno psichiatra fisso tutti i giorni, mentre gli psicofarmaci vengono già dispensati a piene mani per tenere i detenuti opportunamente “sedati”. A nessuno passa per la mente che la sofferenza possa essere causata dal fatto di essere privati della propria libertà e sottoposti alla violenza quotidiana del carcere e ai trattamenti disumani dei secondini. I dirigenti dell’azienda sanitaria avrebbero incontrato tra gli altri Claudio Ramponi, attuale referente per la sanità penitenziaria. Si, proprio quel Ramponi che, nelle vesti di direttore sanitario, aveva negato l’autopsia sul corpo di Vargas Zsolt, morto a Spini nel 2013, tentando di archiviarne la morte come “arresto cardiaco” (in realtà causata da un mix di gas e psicofarmaci dispensati dal carcere) nell’evidente tentativo di sollevare la direzione da ogni responsabilità. Anche allora non c’erano medici la notte e nel finesettimana, anche allora i soccorsi tardarono ad intervenire.  Insomma, possiamo fidarci.
La rivolta dei detenuti di Spini ha squarciato il muro di silenzio e isolamento su cui secondini e direzione contano per garantirsi la governabilità del carcere. Si è tentato di rafforzare la voce dei prigionieri in vari modi: presidi, volantinaggi, scritte che hanno scandalizzato i giornalisti (tipo “viva la lotta per la libertà”… la parola proibita!), un piccolo corteo che per un po’ ha interrotto la ruotine consumistica del centro in un sabato festivo. Una rivendicazione anonima apparsa in internet parla pure di scritte (“magistrati assassini, viva i rivoltosi di Spini”) e vetri rotti a sassate alla sede dei magistrati di sorveglianza.
La rivolta di Trento non è stata lasciata sola: nel carcere di Aosta una quindicina di detenuti si sono barricati in una sezione per un giorno intero, impedendo l’intervento delle guardie. Domenica 20 gennaio sotto il carcere di Torino si terrà un presidio in solidarietà con i detenuti di quel carcere e con i rivoltosi di Trento e Aosta.
Staremo a vedere cosa si muoverà. Quello che è certo è che solo con lotte dure, con aperte rivolte i detenuti possono farsi sentire, altrimenti le loro voci non escono oltre le mura e le loro vite sono condannate a venir stritolate dal carcere. Sta a tutti noi, momentaneamente a piede libero, rafforzare dall’esterno le loro proteste e mettere in collegamento le rivolte.
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