Kairos n. 7 con la traduzione italiana – Per sviluppare la nostra rabbia, sempre

Kairos n. 7 - Per sviluppare la nostra rabbia, sempre
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fonte: kairosjournal.noblogs.org


Traduzione in lingua italiana

Diffondere la nostra rabbia, sempre

Un’estate in inferno

Primavera e repressione

I trucchetti degli inquirenti

Dei timori che si autoalimentano

E allora, amico mio?

Da Bure a Enedis/EdF, e viceversa

Traduzione del foglio anarchico francese Kairos n° 7

Diffondere la nostra rabbia, sempre

Un’estate in inferno

La lunga estate del 2017 è stata scottante. Enedis, filiale di Energie de France incaricata della gestione della rete elettrica, è stata particolarmente toccata. Il 18 maggio, per “festeggiare” l’anniversario della macchina degli sbirri incendiata in Quai de Valmy [a Parigi; NdT], un furgoncino di questa società si infiamma a Rennes. Poi, una dozzina di loro veicoli brucia il 30 maggio a Grenoble. Come una strizzatina d’occhio a questa azione, “ai primi di giugno, da qualche parte in Francia” altri tre furgoni di Enedis bruciano. L’11 giugno è a Crest (nel dipartimento della Drôme) che un locale di questa impresa viene dato alle fiamme. A Bagnolet (Seine-Saint-Denis), un furgoncino di un’azienda associata a Enedis nella posa dei contatori elettrici connessi Linky è in preda al fuoco il 2 luglio. Diverse macchine finiscono in cenere il 17 agosto, su un altro parcheggio di Enedis, a Bar-le-Duc (Meuse).

Ma Enedis è lungi dall’essere il solo bersaglio di questi vortici di furia infuocata. La rabbia porta via, fra l’altro, anche dei ripetitori telefonici e delle macchine di imprese di telecomunicazioni. E’ quel che succede il 14 giugno a Piégros-la-Clastre (Drôme), a Saint-Laurent-sous-Coiron (Ardèche) il 17 luglio, sul Monte Aigoual (nella catena delle Cevennes) a metà agosto e a Orbeil (Puy-de-Dôme) il 22 agosto. A Bagnolet, il 10 settembre, è la volta di una macchina di Orange [ex France Télécom; NdT] di bruciare; 5 altre la seguiranno il 17 settembre ad Albi.

Tutti questi begli attacchi sono accompagnati da rivendicazioni che ne spiegano le ragioni, a volte dialogano fra loro e/o mandano della solidarietà a dei compa in galera. E’ giustamente in occasione del processo per il caso “Quai de Valmy”, che viene celebrato dal 19 al 22 settembre [Cfr. Kairos n.0 e n.1], che la solidarietà si fa più intensa. A parte l’incendio di tre veicoli elettrici Autolib a Les Lilas (Seine-Saint-Denis), è nella metà meridionale del paese che le fiamme illuminano le notti. A Limoges, tre furgoni e due autobus della Gendarmerie vengono incendiati all’interno di una caserma, nella notte del 18 settembre. A Grenoble, la notte del 21 settembre, viene dato fuoco a 6 furgoni parcheggiati in un caserma della Gendarmerie (l’incendio si propagherà in lungo e in largo, arrivando a ridurre in cenere più di 2000 metri quadrati di garage e depositi, con i circa 50 veicoli che vi si trovavano…). A Clermont-Ferrand, nella notte dal 22 al 23 settembre, è un camion del Comune che brucia, poi a tre macchine della polizia municipale nel corso della notte dal 23 al 24 ottobre. E il 26 ottobre, delle macchine personali di gendarmi vengono incendiate a Meylan (Isère).

Primavera e repressione

Il 27 marzo 2018, due luoghi di vita vengono perquisiti a Tolosa e due persone arrestate. Sono rilasciate dopo rispettivamente 36 e 38 ore di fermo, senza capi d’incolpazione. A Limoges, una persona è arrestata dopo la perquisizione rituale, mentre ad Amiens dei membri della sua famiglia vengono perquisiti ed interrogati pure loro. La persona arrestata a Limoges verrà messa in detenzione preventiva. La Procura di Limoges l’accusa di “associazione di malfattori” e dell’incendio della caserma di gendarmeria Jourdain.

L’indomani, 28 marzo, è il tribunale di Clermont-Ferrand che manda i gendarmi ad Ambert, nel Puy-de-Dôme. Tre luoghi di vita, fra cui una posto occupato in cui passa tantissima gente, vengono perquisiti e due persone arrestate e messe in carcerazione preventiva dopo il passaggio in caserma. Sono accusate pure loro di “associazione di malfattori” e del tentativo d’incendio di un veicolo di Enedis, ad Ambert, la notte dall’8 al 9 giugno 2017. Gli sbirri dicono anche di aver trovato, durante la perquisizione dello squat, quelli che definiscono come dei “dispositivi incendiari”.

In entrambi i casi (Limoges-Tolosa e Ambert), la gendarmeria ha impiegato dei mezzi conseguenti per le inchieste: pedinamenti (a volte anche per mesi), ascolti telefonici, GPS su almeno due veicoli dei compa d’Ambert e foto delle persone che passavano allo squat…

I trucchetti degli inquirenti

La persona arrestata a Limoges è sempre in gabbia, da fine marzo. I due d’Ambert sono usciti, per fortuna, il 17 aprile e sono attualmente sottoposti a un controllo giudiziario abbastanza serrato.

Ma gli inquirenti non mancano di fantasia né di sfacciataggine. E per corroborare della accuse d’associazione di malfattori abbastanza fumose, ecco che tirano fuori delle vecchie storie (o relativamente “piccole”). Gli sbirri hanno quindi convocato ancora una volta una delle due persone d’Ambert per accusarla di una serie di scritte sui muri fatte in quella città nel 2017, per un furto in gruppo in un negozio e per un po’ d’erba trovata durante la perquisizione.

A Tolosa, ad una delle due persone rilasciate dopo il fermo viene notificato, a metà giugno, un’accusa per “degradazioni” e “violenza in riunione”, a causa del “trasloco” del locale dell’UMP [Union pour un Mouvement Populaire – il partito di centro-destra nel (fu?) sistema bipartitico francese, oggi ribattezzato Les Républicains; NdT] del 14 aprile 2015. Quel giorno, come gesto di solidarietà con i migranti di Calais, tutto il loro mobilio era stato messo per strada. Il compagno incarcerato a Limoges viene incolpato nel quadro dello stesso caso a metà ottobre.

Che questi due casi, formalmente separati, possano essere collegati in una sola grossa inchiesta, con l’immancabile accusa di “associazione di malfattori” (giustificata e condita con tutto quello che gli inquirenti potranno tirare fuori dal loro cappello magico), è un pensiero che ha attraversato lo spirito di più d’uno. In effetti, quello che emerge dalle procedure “periferiche” è che gli sbirri cercano di collegare più persone possibile fra di loro e quindi con i delitti contestati (o altri, che tengono come degli assi nella manica). Hanno evidentemente bisogno di un po’ di persone per rendere credibili due (?) “associazioni”. Ma cosa succederebbe se, invece di un coniglio, dal famoso cappello di mago, gli inquirenti tirassero fuori il nome di una (o diverse) persona(e) che sarebbe(ro) accusata(e) allo stesso tempo nelle due inchieste? Un trucchetto, certo, il loro, ma che potrebbe avere delle conseguenze pesanti.

La conferma del fatto che altre persone sarebbero ricercate (non sappiamo per quali ragioni, ma nessuno si fa illusioni sulle montature fatte dalla Giustizia e dai suoi sbirri) arriva ad agosto. O piuttosto a settembre. Il 9 agosto, la squadra antidroga sbarca allo squat Awanhee a Grenoble. Il resoconto del collettivo del posto lascia pensare ad una rottura di coglioni purtroppo abbastanza “normale”. Ma altre informazioni vengono rese pubbliche un mese dopo, rispetto al fatto che gli sbirri cercherebbero una persona precisa, di cui avevano una foto, e che è stato trovato un microfono nel salone dello squat (piazzato durante la perquisizione o prima, impossibile saperlo). La droga, quindi, è veramente una scusa, ma non per una rottura di coglioni “normale”, piuttosto per delle inchieste in corso a Grenoble e altrove.

E’ un po’ come se gli inquirenti agissero come un imbrattatele fantasista davanti ad una tela bianca. Un colpo di pennello qua, un colpo là, un altro là ancora. Non c’é che un abbozzo del quadro finale (possono modificarlo a piacere), ma si può indovinarlo lo stesso.

Dei timori che si autoalimentano

E’ sempre difficile sapere come comportarsi di fronte ad un’operazione repressiva. Cosa dire oppure no, cosa fare oppure no, per non complicare ancora di più la situazione? Ciò è ancor più delicato quando sono altre persone ad essere colpite ed ognuno di noi non deve rapportarsi solo alla sua etica individuale, ma anche tenere conto del loro parere. Secondo me, però, non bisogna cadere in discorsi del tipo “la scelta va esclusivamente alle persone direttamente toccate dalla repressione”. No, la scelta delle modalità con le quali affrontare lo Stato va a tutte le persone che lo fanno con i fatti, non solo alle persone che la Giustizia prende di mira oggi. Se la repressione che colpisce qualcuno innesca la rabbia di altre persone, spetta in primo luogo a queste ultime decidere quale forma deve prendere la loro azione.

Ho l’impressione che ci sia il tentativo, da ogni parte, di mantenere un silenzio carico di timori a proposito di questi casi repressivi, come se ciò potesse fermarne l’avanzata (una bella eccezione è il testo “A propos de communication publique, de silence obstiné et de tricot policier” [A proposito si comunicazione pubblica, di silenzio ostinato e di uncinetto poliziesco; NdT], pubblicato su internet a fine giugno 2018). A volte, delle informazioni non vengono rese pubbliche (penso al comunicato dell’Awanhee) anche se queste toccano degli elementi della più grande importanza. Certo, la paura di fronte alla repressione è legittima e bisogna saper fermare la bocca di fronte a polizia e giustizia. Ma in questo caso, si tratta di informazioni che gli inquirenti hanno già, che vengono taciuti a delle persone che potrebbero averne bisogno, foss’anche solo per esprimere la propria solidarietà in conoscenza di causa. Gli stessi sbirri lo hanno detto ai giornalisti, a fine marzo: se poche informazioni filtrano, è per evitare che la solidarietà si sviluppi.

Non è mai troppo presto per riflettere a come rispondere e secondo me rendere pubbliche delle informazioni che in ogni caso gli sbirri hanno già, è un inizio di risposta.

Se, al contrario, il timore alimenta la reticenza, quest’ultima alimenta l’ignoranza e l’isolamento che a loro volta alimentano la paura… Questa spirale viziosa è per l’appunto uno degli obiettivi della repressione. Ricordiamoci che lo scopo dell’istituzione polizia-Giustizia (e media, se necessario) non è solo quello di mettere delle persone dietro le sbarre, ma soprattutto quello di far regnare l’ordine; nel caso specifico porre fine a questa scia di fuoco che si propaga. Cosa meglio della paura per arrivare all’inazione, per spezzare delle complicità? Cosa meglio dell’incertezza, delle minacce che planano, per creare inquietezza, per far nascere il rancore verso degli individui definiti come dei combinaguai? E qui il gioco della repressione funziona in pieno: non è più verso lo Stato che va il nostro odio, ma verso le persone che esso prende di mira, come se fosse colpa loro di aver attirato la repressione.

E allora, cosa facciamo? Guardiamo altrove, ci diciamo che non è il momento giusto perché gli sbirri ci sono addosso e la loro attenzione è concentrata sul “giro”? Oppure, al contrario, rilanciamo, affinché questa rabbia vendicatrice continui, ovunque, in città come in campagna? Dicendoci che non ci sono momenti buoni o cattivi e che adesso è il solo momento possibile per vivere?

E allora, amico mio?

Non ha alcuna soluzione pronta all’uso. Solo la voglia di continuare a prendersela con l’esistente. Una cosa mi sembra comunque sicura: fare silenzio sulla repressione, mettere la testa sotto la sabbia, non risolve mai nulla. C’è anche una constatazione banale: se avvengono degli attacchi contro questo mondo, lo Stato, incaricato di difenderlo (e che in parte lo plasma) reagirà. Quando si gioisce delle fiamme che spezzano la notte ed illuminano il torpore ambiente, bisogna anche tener conto del fatto che la repressione potrebbe colpire. In tali momenti, bisogna cercare di darsi la forza di reagire e cacciare la bruma con la quale la repressione cerca di coprirsi per instillare paure e incertezze. Il presidio del 17 ottobre di fronte al tribunale di Tolosa, mentre la persona detenuta a Limoges veniva presentata ad un giudice, è un’iniziativa necessaria che va in questo senso.

Poco importa sapere quali sono le mani che hanno acceso quei fuochi. Basta dirsi che avrebbero potuto essere quelle di ciascuno.a di noi che ne condividiamo motivazioni e scelta degli obiettivi. A partire da qui, une possibile complicità a distanza, senza coordinazione, senza conoscersi, può esistere attraverso altre azioni. Perché no, non abbiamo per forza o sempre bisogno di associazioni strutturate, ma piuttosto di amicizia, di complicità, di una cerchia di persone fidate e di molta determinazione individuale, per diffondere la nostra rabbia, ancora e sempre.

Da Bure a Enedis/EdF, e viceversa

Enedis (già ERDF) è la filiale di Energie de France [l’ENEL francese, NdT] che gestisce la rete di distribuzione di elettricità. Possiamo pensarla come i tentacoli periferici dell’industria elettrica, il cui cuore sono le centrali, specialmente quelle nucleari (più del 70% dell’elettricità utilizzata in Francia deriva dall’atomo).

Questi due aspetti, cioè la sua impiantazione ovunque sul territorio e l’importanza del suo ruolo nel mercato dell’energia, ossigeno di questa società mortifera, fanno di Enedis (e della sua società-madre, EDF) un buon bersaglio per i/le nemici/he di questo mondo.

Già nel giugno 2014, durante una campagna di sostegno all’opposizione alla costruzione di un sito di interramento di rifiuti ad alta radioattività (chiamato Cigéo) a Bure, nel dipartimento della Meuse, erano state fatte delle scritte sulla filiale di ERDF di Tolosa e una ventina di veicoli aveva avuto i pneumatici bucati.

Nel dicembre 2015, in occasione del summit parigino COP21, che dovrebbe lottare contro il riscaldamento climatico (grazie al nucleare!), 5 macchine di EDF vengono incendiate, sempre a Tolosa. Qualche giorno più tardi, la facciata di EDF a Ivry-sur-Seine (dipartimento della Val-de-Marne) viene ridipinto all’olio di motore e a Lille una scritta sull’agenzia EDF dice “Né nucleare, né CO2” (pochi metri più in là, una filiale della banca BNP si fa sfasciare le vetrine).

Ma è l’inasprimento del confronto a Bure che ravviva l’animosità contro il nucleare e le imprese (e lo Stato) che lo rendono possibile. In quella zona ci sono, classicamente, soprattutto dei momenti di lotta collettiva. Nell’agosto 2016, dei manifestanti si gettano sul muro che circonda il futuro cantiere Cigéo e lo distruggono, incendiando allo stesso tempo un edificio vicino. Nel febbraio 2017, viene presa a sassate l’”ecoteca” che fa la propaganda della cripta della morte radioattiva, mentre il ristorante del laboratorio dei nucleocrati viene saccheggiato un mattino di giugno. Altrove, la solidarietà prende altre forme.

Nell’estate 2017, dei veicoli di Enedis bruciano a Rennes, Grenoble, Bagnolet, così come a Bar-le-Duc ed un locale di quest’azienda viene incendiato a Crest [Cfr. l’articolo precedente].

Nel settembre 2017, quando delle perquisizioni prendono di mira alcuni oppositori/trici al progetto Cigéo, una macchina di EDF viene bruciata a Rennes e la sede locale di Enedis viene ricoperta di scritte solidali a Besançon. Il 24 ottobre, a Limoges, una ventina di veicoli di Enedis viene incendiata sul parcheggio dell’azienda. Durante il mese di dicembre, sono le agenzie EDF di Rouen e Montpellier che vedono le proprie facciate ridipinte.

Il 22 febbraio 2018, gli/le occupanti del Bosco Lejuc, a Bure, dove dovrebbero situarsi le installazioni di Cigéo, vengono sgomberati/e. Nonostante l’importante numero di gendarmi, gli/le occupanti cercano di resistere e alcuni/e di loro pagheranno ciò con dei mesi di prigione (ma il loro processo, a marzo, non avrà luogo nella calma: i muri del tribunale di Bar-le-Duc ne portano le tracce!).

La solidarietà si esprime allora con dei presidi in tutta la Francia, ma anche con delle visite a EDF e Enedis. La sera stessa, a Tolosa, i vetri degli uffici di Enedis sono sfasciati. Stessa cosa qualche giorno più tardi a Besançon, dove le schegge di vetro sono accompagnate dalla scritta ispirata “Sotterriamo i nucleocrati”. A Montreuil (Seine-Saint-Denis), la notte dal 25 al 26 marzo è illuminata dal fuoco che guizza da un furgoncino di Enedis.

Sabato 16 giugno, una manifestazione gioiosamente devastatrice percorre la (non più) tranquilla città di Bar-le-Duc. Numerose scritte sui muri ricordano l’opposizione senza concessioni al nucleare (“Né a Bure né altrove”) e a questo mondo, e alcune imprese legate al progetto (oppure no, cosa importa?) perdono le loro vetrine. Due delle persone arrestate in questa occasione verranno condannate a 6 mesi di galera e, come ulteriore forma di vendetta indiretta, il 20 giugno gli sbirri effettuano nove perquisizioni contro dei/lle oppositori/trici (con la scusa di vecchia inchieste, dall’anti-G20 di Amburgo al sabotaggio di installazioni dell’Andra [l’istituto statale che si occupa della gestione dei rifiuti radioattivi; NdT] a Bure) e 7 saranno messi in stato di fermo per diverse ore.

Questo andirivieni fra resistenza sul posto e azioni offensive altrove può a mio avviso permettere una lotta più efficace contro l’industria nucleare nel suo insieme, attraverso lo spostamento del confronto da un luogo a forte presenza poliziesca verso mille altri dove il controllo è più debole. Esso permette, sopratutto, di superare la semplice questione del nucleare, l’allargamento della prospettiva verso una critica alla radice di un modello di società basato sulla fuga in avanti tecnologica e il consumo sfrenato (in particolare di energia, nucleare o meno poco importa). Il fatto di prendersela con degli attori economici, quali Enedis e EDF, o delle istituzioni statali (per le quali la paura generata dal nucleare è un importante strumento di controllo delle popolazioni) permette di allargare il campo d’attacco e di sabotaggio, con un ampio ventaglio di azioni a disposizione di ciascuno/a. Ciò dà la possibilità di collegare concretamente, e in mille modi, secondo le diverse sensibilità individuali, l’opposizione alla nocività nucleare con l’odio verso la società che ne ha bisogno.

Durante la manifestazione del 16 giugno scorso a Bar-le-Duc, sono state fatte delle scritte anche su un istituto di bellezza. Qual’è il legame, potrebbe chiedersi uno spettatore? Semplicemente, le norme che ci plasmano e ci rinchiudono, finanche nella nostra intimità, sono dello stesso ordine della “necessità” di produrre/consumare sempre di più o del “buon senso” che porta ad avere fiducia in uno Stato che si presenta come solo salvatore (gestore), di fronte ad una possibile (prevista) catastrofe nucleare. Un ordine di morte e d’oppressione.

A proposito di questa lotta, si potrà leggere anche l’opuscolo “Nucléaire ou lignite… Fragments de luttes contre le jus de ce monde – Du Bois Lejuc à la forêt de Hambach (Novembre 2018)”

(tradotto da guerresociale)

fonte: anarhija.info