Lotta al Muos – Aggiornamenti sulla prima udienza del processo per aggressione a pubblici ufficiali

Il 26 ottobre 2018 si è tenuta la prima udienza del processo in cui sette compagne e compagni di Torino, Palermo e Niscemi sono imputati per i reati di violenza e aggressione a pubblici ufficiali per impedire degli arresti.

I fatti si riferiscono ad un presidio solidale nato spontaneamente fuori dal commissariato di Niscemi il 22 aprile 2013, dopo il fermo di sette persone che erano riuscite a violare le reti e i dispositivi di sicurezza della base americana di Niscemi dove si ergono il MUOS (a quei tempi ancora in fase di costruzione) e le 47 antenne NRTF – 4 delle quali furono occupate. L’azione costrinse i militari a stelle e strisce a spegnere le antenne, sabotandone così per un giorno i loro rivoltanti scopi bellici e gli effetti devastanti sul territorio e su chi lo abita, e facendo crollare, per la prima volta, il mito dell’inviolabilità della base. A due delle sette persone convalidarono l’arresto, mentre le restanti – denunciate a piede libero – si unirono al presidio. Durante il corso del presidio solidale, poliziotti e digos cercarono di prendersi anche un terzo compagno ma, grazie alla reazione di alcuni dei presenti che si misero in mezzo per impedirlo, non ci riuscirono.

Ecco quindi che la macchina repressiva ci presenta il conto, ricordandoci uno dei principi fondamentali su cui si basa: lo stato è e deve rimanere il solo legittimato all’uso della violenza e della vendetta. E così, in un rigurgito di nostalgia del trentennio fascista e delle leggi che lo caratterizzano un po’ più acuto del solito (nostalgia che d’altra parte il commissariato di Niscemi – caso né unico, né raro – non si vergogna di rivendicare sfoggiando niente poco di meno che un ritratto del duce all’interno dei suoi uffici), l’apparato repressivo ha pensato bene di tirare fuori dal cilindro giudiziario, direttamente dal Codice Rocco, l’aggravante (udite udite!) della “radunanza sediziosa”, riuscendo così a chiedere pene detentive fino a 15 anni.

L’udienza è stata rinviata al 29 gennaio 2019 per difetto di notifica: a quanto pare, di tanto in tanto, capita anche che inciampino maldestramente tra le loro stesse cartacce.

A prescindere dalla piega che prenderà questo processo e da come finirà rimane una certezza, e cioè che la libertà di un compagno è comunque stato – e rimane – pur sempre un buon bottino.

Un’imputata