In ogni azimut

Cosa c’è di più conturbante del riflesso di un cielo carico di uragani su un mare mosso? Gli occhi spalancati. Di una foresta autunnale con mille sfumature illuminate dalle fiamme che danzano sulla pala eolica industriale? Imperturbabili. Della cura impiegata nel far germogliare una collera implacabile contro la macabra normalità di un mattatoio industriale? Con determinazione. Delle ombre che si aprono un varco nella notte dei corpi addormentati, lasciandosi alle spalle le ceneri della reclusione? Senza esitazione. Di una montagna lacerata che si tinge coi colori di ostinati sabotaggi piuttosto che del minerale che le viene estratto? Avanzando. Di un campo sportivo per cravatte ed uniformi rivoltato e trasformato nell’area di un altro gioco per contrastare le frontiere? Con immaginazione. Del sordo grido del vetro che si crepa senza il mormorio del minimo rimpianto per le famiglie delle vetrine? Furtivamente. Del covo troppo banale da cui si dipanano i lacci tecnologici che finisce per essere scovato e carbonizzato? Con attenzione. Della diffusione di attacchi distruttivi contro mille ingranaggi che abbiamo proprio sotto il naso? In ogni azimut.
È successo sul passo di Salettes e sul passo del Monginevro, a Hotonnes, a Parigi ed a Nantes, a Besançon ed a Kouaoua, a Saint-Martin-d’Hères ed a Fresnes, a Lione ed a Limoges, da ovest ad est di un territorio considerato esagono d’orgoglio pur essendo, come tutti gli altri, ricettacolo della nostra oppressione quotidiana. È successo contro un impianto eolico e un campo da golf, contro un mattatoio e diversi veicoli di costruttori di galere, contro vari veicoli di imprese del nucleare o della propaganda di Stato, contro il nastro trasportatore di una miniera di nickel, contro l’intero magazzino di un gestore della reclusione e contro automobili di secondini, contro una multinazionale dell’avvelenamento e contro gli uffici di un gestore di fibre ottiche. Ecco alcune tracce, rivendicate o meno, di un mese ordinario trascorso sotto gli auspici di una conflittualità permanente, tanto varia nei suoi obiettivi quanto possono esserlo i tentacoli del dominio.
Tracce di una dimensione qualitativa sempre presente nella guerra sociale, senza linee comuni, calcoli politici e composizione cittadinista, come altrettanti punti di riferimento che illuminano con la loro tonalità particolare un presente grigio come la pacificazione. Attraverso un’autorganizzazione portata verso l’attacco, su basi e con temporalità proprie, dove ogni individuo con le sue singole associazioni sia al tempo stesso centro e periferia, in costellazioni senza inizio né fine. Ecco quindi alcune tracce di atti che sono scritte nel presente, in tutto ciò che abbiamo attorno, dove il domani non assomiglia affatto a ieri quando si agisce direttamente in prima persona contro ciò che ci distrugge. Quando, almeno per un momento, quello in cui si riprende la propria vita in mano realizzando l’azione progettata, si spezza il tran tran di una riproduzione sociale che ci vorrebbe tutti sottomessi o rassegnati. Ad ogni modo, è così che un vento leggero è giunto a portare questi molteplici echi di rabbia e rivolta, gonfiando magari qua e là con la sua aria tonificante i polmoni di altri individui. Alimentando forse col suo respiro altri cuori che battono per la distruzione di questo mondo d’autorità e d’oppressione, attraverso un negativo che chiede solo d’essere nutrito, sviluppato ed approfondito da ciascuno.
È una vera fortuna che una parte dei sovversivi ed il potere non parlino la stessa lingua, che quest’ultimo non sia sempre in grado di comprendere il significato degli atti di antagonismo, né di afferrarne la logica o decifrarne la modalità. Almeno non finché ci saranno individui capaci di far crescere il proprio mondo da protagonisti, qualunque cosa si possa pensare di questo. Spingendo il ragionamento un poco oltre, è facile rendersi conto che il potere e i suoi difensori non cercano in ogni modo di capire realmente l’altra parte della barricata, ma soltanto di circoscriverla per meglio isolarla, di reprimerla e, se possibile, annientarla. Naturalmente qualora esca dagli ambiti del dialogo e della politica, quando non c’è più una possibile via di comunicazione comune, ma solo la stessa irriducibile alterità che c’è tra autorità e libertà. Certo, è vero che si guarda pur sempre coi propri occhi, con la propria prospettiva, una prospettiva per parte nostra continuamente da elaborare, progettare e sperimentare, e che il modo in cui lo facciamo condiziona già in parte il nostro agire. Da qui l’importanza di coltivare quella piccola cosa così preziosa che si chiama singolarità, proprio allo scopo di poter guardare altrove e altrimenti, una singolarità che non ha nulla a che vedere con la congerie di cervelli e cuori diversamente identici che questo mondo ci impone. Se da parte nostra è uno sforzo incessante per tentare di scrollarci di dosso ciò che ci condiziona giorno dopo giorno (pensiamo ad esempio al lavoro o alla  tecnologia), dato che tutto è stato costruito e pensato contro di noi (pensiamo al nostro ambiente o alla nostra sensibilità), dall’altra parte c’è chi incontra una difficoltà di tutt’altro genere: cercare di cogliere una dimensione ostile che gli sfugge. Un lavoro condotto in particolare da eserciti di specialisti, accademici, psichiatri, giornalisti e criminologi, al fine di perfezionare le tecniche del potere per smistare e far rientrare nei ranghi coloro che appaiono recuperabili e reintegrabili. Quanto agli altri, sono da eliminare a freddo o a caldo.
Per ciò che concerne le azioni, le cose non vanno diversamente, come si è potuto osservare di recente. E la presenza di un comunicato di rivendicazione non cambia nulla. Lasciamo perdere per un attimo il dibattito tra chi la considera indispensabile per chiarire la prospettiva, pur correndo il rischio di spingere gli altri o all’approvazione o al silenzio per non aiutare la repressione, e chi ritiene che un’azione possa continuare ad esistere al di là delle intenzioni specifiche dei suoi autori — appartenendo anche direttamente a tutti coloro che la condividono — che semplicemente non hanno nulla da aggiungere ad essa oltre ai danni provocati al nemico. Giacché, quando lo Stato e i suoi tirapiedi vogliono vedere il lupo, lo trovano a colpo sicuro, a costo di inforcare i loro grandi occhiali. In seguito all’attacco contro il mattatoio di Hotonnes (Ain), la proprietaria — indispettita per essere stata alleggerita del peso del suo lucrativo compito — si è dilungata da grrrande esperta sulla stampa giudicando il comunicato non credibile, tacciando persino gli anonimi Lune Blanche/Meute noire (Luna bianca/Branco nero) d’essere dei recuperatori opportunisti, in quanto il loro testo era troppo così e non abbastanza colà. Se qualcuno non vuole accordare credibilità a un comunicato non lo farà comunque (e viceversa), un po’ come il giustiziere di Black Bloc dopo il contro-vertice di Genova nel 2001 e sfortunato candidato alle elezioni comunali, Serge Quadruppani, che in un recente libro sul «mondo delle Grandi Opere» non fa che ripetere a pappagallo che i primi attacchi del 1996-97 contro il TAV in Val Susa (alcuni dei quali rivendicati) erano sicuramente frutto di una collaborazione tra l’estrema destra ed i servizi segreti! Miseria del complottismo e della dietrologia. Invece, in seguito all’attacco contro Eiffage a Saint-Martin-d’Hères (Isère), si sono distinti soprattutto alcuni «anticapitalisti», «anarco-libertari» ed altre figure colorite, e ciò malgrado un comunicato diffuso il giorno dopo. In questa occasione, il potere si è adoperato soprattutto a collegare questo attacco ad altri, rivendicati o anche no, recenti o passati, vicini o lontani, in funzione di criteri tutti suoi (geografici, tematici), cosa che ha fatto cancellandone o distorcendone il contenuto. Nello stesso modo in cui può deliberatamente passare sotto silenzio diversi attacchi di ogni tipo, che siano o meno seguiti da scritti, a seconda dei suoi imperativi di gestione dell’ordine sociale e della pace dei mercati.

Beninteso, il riflesso rimandatoci dal potere non è la cosa più interessante al mondo per chi non è intenzionato né a rimirarsi al suo interno né a dialogare con esso, ma a distruggerlo senza mediazioni. Anche perché gli specchi deformanti del potere sono solo una prigione in più per cercare di costringerci a guardare con i suoi occhi, a pensare con le sue categorie, a sognare con il suo progetto. Ciò non fa che sottolineare ancor più la necessità di far vivere fin d’ora, nelle lotte come negli attacchi, nelle discussioni come nelle solidarietà, attraverso la nostra etica ed il nostro rifiuto, un mondo che sia nostro, che ci sia proprio. Di fronte agli specchi deformanti del potere come di fronte alla loro simmetria riflessa dagli autoritari (contro-cultura di lunedì mattina [corsivo dei traduttori] o contro-potere dell’efficienza politica), imbevuta di dialogo conflittuale e di compromessi tattici con lo Stato, questo «nostro» non può essere che «altro». Un altro che non si basi né su una composizione con l’esistente né sulla massa. Un nostro che non sia unico come un partito o triste come un sindacato, ma al contrario libero e selvaggio come una molteplicità di individualità in guerra col potere.
In questo senso, la sperimentazione e lo sviluppo di un metodo di lotta che propone una diffusione degli attacchi piuttosto che la loro concentrazione, a partire da piccoli gruppi mobili e autonomi che compiono atti più distruttivi che simbolici, non sono le gioie meno importanti portate da questo venticello autunnale. All’interno di questa eterogeneità, la questione della progettualità — dei progetti — rimane ovviamente aperta per molti, ma non si può evitare che emerga ancora una volta. In un mondo in guerra con il vivente, dove lo spossessamento generalizzato avanza ogni giorno a suon di tecnologia e di strisciante abbrutimento, dove i diversi aspetti del dominio attraversano un periodo di ristrutturazione che li rende anche meno stabili, gli attacchi diffusi costituiscono in effetti un elemento indispensabile per ogni progettualità sovversiva, ma non bastano a soddisfarla.
Quindi, salvo a considerare che questi atti bastino a se stessi come scintille o segnali nella notte, si potrebbe forse interrogarsi su come andare ancora più lontano. Nel contesto di un’ipotesi insurrezionale che ricorre ad atti diffusi, come possono questi ultimi contribuire ad una rottura che sia in grado di cominciare veramente a sconvolgere l’esistente? O ancora, più in generale, offensive il cui obiettivo sia di essere più incisive come possono esigere di andare oltre le ristrette possibilità di un gruppo autonomo? A  partire da tutti questi spazi informali e queste costellazioni la cui materialità degli attacchi non è che un aspetto, come immaginare delle progettualità che si basano solo sulla mera moltiplicazione di gruppi o di sforzi, ad esempio attraverso proposte, informazioni, coordinamenti o rifrazioni dirette e indirette? Ecco alcune vecchie questioni di attualità che sono già state poste diverse volte dagli anni 70 (per non risalire alla fine del XIX secolo) sia dai gruppi autonomi e di affinità dell’epoca che dalle diverse costellazioni anarchiche, e che continuano ancora ad agitare i cuori e le braccia di tanti compagni nel mondo. Questioni che troveranno sicuramente delle risposte, continuando ad alimentare i vasi comunicanti tra idee ed azioni.

«Astr.: Azimut ha origine dalla parola (as-)samt (“la via dritta”) in lingua araba, divenuta acimut in spagnolo (fine del XIII secolo), poi azimuth in francese (1544, 1751). Da allora è diventata sinonimo di “direzione”. Una “arma a tous azimut” è un’arma che spara in tutte le direzioni e una “difesa a tous azimut” può intervenire contro gli attacchi provenienti da tutte le parti»
Un qualsiasi dizionario

Di fronte a noi non abbiamo solo il potere ed i suoi sbirri, che operano attraverso un doppio meccanismo di partecipazione/integrazione e di repressione/esclusione, accompagnati dai falsi critici che intendono sostituirlo (dal basso o dall’alto). Abbiamo anche un’intera corte di cittadinisti indignati che intendono modificare alcuni aspetti del potere mantenendone la sostanza, di democratici radicali che intendono criticarlo purché la violenza rimanga collettiva e strategica, e di preti che sostengono la rivoluzione indietreggiando ogni volta davanti agli atti di rottura che essa richiede, soprattutto quando avvengono qui ed ora piuttosto che in un passato lontano e in un esotico altrove. E poi altrettanti avversari che non esiteranno a condannare, soffocare o recuperare tali atti, quando già non lo fanno.

Affinché gli attacchi senza mediazione continuino a diffondersi per non esaurirsi in un fuoco di paglia soffocato troppo in fretta, oltre a «moltiplicarsi cosicché le nostre paludi restino impenetrabili ad ogni cartografia giornalistica, inestricabili per qualsiasi ipotesi poliziesca», come proponeva un testo recente, ci pare altrettanto indispensabile dar loro più ossigeno. Da un lato, difendendo ciascuno a modo proprio quelli che condividiamo di fronte ai silenzi imbarazzati del potere e di alcuni suoi oppositori. Dall’altro, affinando continuamente i metodi per renderli sempre più taglienti, aprendo spazi di dibattito che possano arricchire le prospettive di ciascuno senza schiacciare le diversità.

Insomma, di fronte a tutti i becchini dell’azione diretta anti-autoritaria, minoritaria o individuale, è più che mai il momento di prolungare gli atti in ogni azimut contemporaneamente, ma anche di approfondirne le potenzialità.