Il nemico di sempre

Se un giorno morirà l’anarchismo, accadrà perché gli stessi anarchici l’avranno ucciso. Un’affermazione forte, certo, ma se ci riflettiamo un po’, non così priva di significato. Gli avversari dell’anarchia, dallo Stato ai capitalisti, dai preti ai vari autoritari, possono ferirla, anche gravemente, ma non sono mai riusciti a eliminarla. Forse a causa dell’attrazione irresistibile che essa esercita sulle anime ribelli, sui refrattari all’ordine, sugli assetati di vendetta e di libertà, forse perché l’idea che sta nel cuore, anzi no, che è il cuore dell’anarchismo – ovvero, che l’autorità è nemica della libertà, l’origine di ogni sofferenza e di ogni oppressione – non cessa di emergere in quella infame prigione che è la società umana moderna. In ogni caso, due secoli di repressioni feroci, di fallimenti di rivoluzioni e di insurrezioni, di tradimenti, non hanno spedito l’anarchismo «al museo della storia umana», come avrebbero sperato i suoi detrattori corazzati di «realismo» e di «dialettica storica». Il nostro nemico, il potere in tutte le sue forme, è potente, forse perfino più potente che mai, ma l’anarchismo non morirà finché ci saranno anarchici che l’incarneranno attraverso la lotta, che lo custodiranno, che lo ameranno.
Finora, malgrado tutte le tempeste che ha attraversato e che hanno marchiato la sua storia con la polemica, ma anche con gli infiltrati o i politicanti, un destino come quello subito dal marxismo (un discredito storico e generale, l’ombra di regimi totalitari e atroci che si sono rivendicati, le atrocità commesse nel nome del partito, i plotoni di esecuzione che hanno falciato numerosi rivoluzionari,…) è stato risparmiato all’anarchismo. Oggi, perfino i marxisti (benché i loro predecessori si rivolterebbero nella tomba) devono qualificarsi come «libertari» o «antiautoritari», pur di non passare per inaccettabili fantasmi. Il fallimento di ogni visione autoritaria della rivoluzione, della guerra di classe, della lotta contro l’oppressione, si manifesta non solo sul piano teorico, ma anche a livello pratico. Ciò non impedisce di riconoscere che esistono rivoluzionari sinceri che lottano per davvero, pur drogati di materialismo storico, di favole sulle contraddizioni del capitale che ne generano il tracollo, di classe operaia incaricata di una missione escatologica, ma questo riconoscimento non può smorzare in alcun caso le nostre critiche.
Se oggi rimarchiamo che alcune visioni autoritarie solitamente derivanti dalle apparenze «libertarie» si insinuano nei discorsi anarchici, altre ancora, d’origine forse più emancipatrice, si dedicano anche al compito di trasformare l’idea anarchica svuotandola della sua sostanza, se così si può dire. Ma procediamo con ordine. Ad esempio, perché alcuni anarchici oggi parlano di dominazioni, e non del dominio? Perché parlare di poteri, e non del potere? È per sottolineare che il potere assume forme diverse nei rapporti sociali, o per dire che in realtà il potere non esiste, ma ci sono solo poteri? Noi non concordiamo con questa maniera di considerare la liberazione anarchica, che si sta sempre più affermando. Sarebbe ovviamente stupido negare che il dominio assume diverse sembianze, che prende a prestito volti diversi a seconda dei contesti, dei periodi storici o delle relazioni sociali. Tuttavia, ed è per questo che siamo anarchici, la causa dei nostri guai è a nostro avviso sempre e comunque una: il dominio, o il potere, o l’autorità, che poi è la stessa cosa. Il problema non è che il potere o il dominio risiede qui o lì, il problema è l’esistenza stessa del potere, contrapposto e inconciliabile con la libertà cui aspiriamo come base di ogni rapporto sociale. Quando, magari sotto l’influenza di un certo femminismo, di un post modernismo universitario alla Foucault (per cui il potere in sé non ha mai costituito un problema) e delle diverse teorie di «minoranze oppresse» (riprendendo questo termine-parapioggia per una maggiore comprensione), gli anarchici cominciano a discernere non del potere ma dei poteri, non del dominio ma delle dominazioni, cosa li differenzia più da coloro che intendono l’emancipazione e la liberazione come una mera redistribuzione di poteri all’interno dell’esistente o anche di un futuro utopico? Quella terminologia viene magari usata per sottolineare che esistono alcuni aspetti del dominio storicamente meno considerati o relegati in secondo piano da troppi rivoluzionari, come il razzismo o il patriarcato, e che tuttavia strutturano la società autoritaria e i suoi rapporti. Bene, ma allora perché differenziare fondamentalmente questi aspetti se il problema resta sempre lo stesso (ovvero il potere), così come del resto il rimedio (la libertà, ossia la distruzione del potere in tutte le sue forme)? A meno di ritenere che il potere, quando ad esempio si esprime attraverso i rapporti patriarcali, non sia sostanzialmente lo stesso di quando si incarna nello Stato, nel capitale o nella religione. In tal caso, separarli e differenziarli acquisisce tutto il suo significato. Che fare allora di tutte queste analisi, generalmente anarchiche ma non solo, che hanno tentato di dimostrare l’inestricabile groviglio di tutte le strutture del potere, dal patriarcato (o la sua alternativa, il matriarcato) fino al capitalismo di mercato (o la sua alternativa, il socialismo di Stato)? Perché in fondo, rimanendo su questo aspetto del dominio, il problema risiede nel fatto che siano degli uomini a dettare socialmente alle donne come devono comportarsi e quale ruolo debbano subire ed assumere, e non nell’esistenza stessa dei ruoli, nel fatto in sé che esista qualcuno ad avere il potere di dettare qualcosa.
«Porre la questione dell’emancipazione della donna alla stessa stregua della questione dell’emancipazione del proletario, questo uomo-donna, o, per dire la stessa cosa in maniera diversa, questo uomo-schiavo — carne da serraglio o carne da laboratorio —, si capisce ed è rivoluzionario; ma porla di fronte e al di sotto del privilegio-uomo, oh! allora dal punto di vista del progresso sociale, è privo di senso, è reazionario. Per evitare ogni equivoco, è dell’emancipazione dell’essere umano che bisognerebbe parlare. In questi termini la questione è completa»
J. Déjacque, 1857
Un gioco di prestigio retorico, diranno forse alcuni, o anche un tentativo di respingere la critica del patriarcato e di tutti gli altri aspetti del dominio a lungo considerati come «meno urgenti», diranno altri. No, è una difesa dell’idea anarchica, di quell’idea che riconosce in qualsiasi potere il nemico da abbattere. A caratterizzare la critica anarchica fin dalla sua creazione è il suo prendere di mira il potere, che si incarna nei rapporti capitalisti, nei rapporti patriarcali, nei rapporti religiosi, nei rapporti statali, criticando ogni società, ogni rapporto, fondati sull’autorità. Contrariamente ai marxisti, ai socialisti, ai sindacalisti o ai comunisti, gli anarchici non hanno teorizzato gerarchie fra le differenti espressioni del potere — cosa che sarebbe stata assurda e che ovviamente non significa che tutti i rapporti autoritari siano sempre stati attaccati con lo stesso vigore. A nostro avviso, se non vogliamo venire assimilati volenti o nolenti, per incoscienza o per volontà di recupero, alle campagne orchestrate nei vertici o negli anfiteatri di Stato contro le «violenze sessiste» o le «aggressioni razziste», né alle nuove forme di dominio prodotte all’interno di tutte le imprese tecnologiche (un dominio inclusivo, per così dire, dove la sola cosa che conta è la venerazione della tecnologia quale che sia il nostro genere, la nostra età, la nostra sessualità o il colore della nostra pelle), è importante intendersi su questo punto.
Inoltre, pensiamo che tenendo bene a mente che il problema chiave è il potere, forse potremmo risparmiarci strada facendo i fantasmi sulle «categorie sociali» più inclini alla rivolta rispetto ad altri. Quando cerchiamo di instillare l’odio verso il ricco fra «i poveri», è perché aspiriamo a una rivoluzione sociale che spazzi via la proprietà privata. Quando cerchiamo di acuire il desiderio di liberazione dal giogo patriarcale fra «le donne», è perché aspiriamo a una sovversione totale nei rapporti sociali. Quando cerchiamo di affilare le coscienze fra «le persone», è perché siamo convinti che la distruzione del potere non possa essere opera di masse incoscienti, ma di individui trascinati da uno slancio di libertà. E siccome il potere è prima di tutto un rapporto sociale, pur essendo incarnato in esseri e strutture, la nostra critica non risparmia nemmeno lo schiavo che perpetua la schiavitù. Criticare il capitalismo senza criticare il feticismo della merce che ipnotizza gli sfruttati, sarebbe nell’ipotesi migliore sparare al vuoto, e nella peggiore preparare il nuovo parto di sanguisughe di domani. Criticare il patriarcato senza criticare la sua riproduzione anche da parte di vaste masse di donne, o gli effetti nefasti che esso esercita anche su uomini e bambini, sarebbe nell’ipotesi migliore gettare fumo negli occhi, e nella peggiore contribuire alla ristrutturazione in corso del dominio.
Un punto importante deve essere qui aggiunto. Potremmo considerarlo superfluo, talmente ci sembra evidente, ma a forza di considerare le cose come scontate si finisce col considerarle scontate e col perdere di vista che sono diventate ben più ipotetiche che reali. Può darsi che l’insistenza a parlare di dominio al plurale voglia sottolineare che non esistono sfere separate nelle nostre vite, per l’appunto. Giacché non c’è da un lato la lotta, e dall’altro tutto il resto. Questa separazione fra lotta e vita in tutti i loro aspetti può senz’altro convenire a militanti o a professionisti della politica, ma sarebbe una rinuncia inaccettabile da un punto di vista anarchico. Lottare da anarchici significa anche vivere da anarchici. Certo, si tratta di una tensione che genera conflitti con il mondo che ci circonda come fra compagne e compagni che ci sono vicini. Ma siccome i fini e i mezzi non possono che coincidere, se non si vuole che i fini vengano modificati a causa di mezzi incompatibili messi in atto, vita e lotta coincidono. Noi non combattiamo lo Stato da un lato per accettare dall’altro che degli anarchici si comportino come leaderini autoritari, non combattiamo i rapporti patriarcali per rassegnarci poi alla loro riproduzione all’interno dei nostri ambienti. Se non siamo affatto convinti che l’elaborazione di nuove «regole» comportamentali per relazionarci gli uni con gli altri siano sinonimo della liberazione a cui aspiriamo, ciò non toglie che tale liberazione, intesa come una tensione entusiasmante e talvolta dolorosa, comincia qui, oggi, ovunque, in ogni istante e non potrebbe in alcun caso essere rimandata nel nome di qualsivoglia cosa.
Nella lotta contro il potere, pensiamo che gli anarchici debbano contare sulle individualità piuttosto che sulle proprie sedicenti identità: stimolare il loro fiorire, rafforzare la loro singolarità, affinare la loro sensibilità, armare le loro mani. Da dove provengono un o una compagna, in quali circostanze sono cresciuti, quali esperienza hanno vissuto, quali sofferenze hanno attraversato, quali conoscenze hanno potuto acquisire, tutto ciò fa sì che per fortuna e per l’appunto non siamo tutti e tutte identici, che non parliamo tutte e tutti nello stesso modo, che non comprendiamo tutti e tutte nella stessa maniera i diversi aspetti del dominio. Ciò dimostra ancor più che, innanzitutto, siamo tutte e tutti degli individui. Ed è agli individui che riteniamo si rivolga l’idea anarchica. Non ad individui simili in ogni aspetto, ma ad individui differenti, i quali si ritrovano in base ad affinità e a progetti, in una autentica galassia di innumerevoli  stelle brillanti.
Allora sì, occorre continuare a difendere l’anarchismo dalle intrusioni autoritarie, dall’ennesima ri-ri-rilettura del profeta Marx (giovane o vecchio), ma anche da concezioni che vengono brandite come fossero un approfondimento della critica anarchica, ma che di fatto devitalizzano una stessa tensione verso la libertà frantumandola in mille frammenti sparsi. Uno stesso vigore dovrebbe essere impiegato nell’approfondimento delle individualità, ma anche nel gettare fuori bordo tutta questa tolleranza e comprensione che si sono lentamente incrostate negli anarchici al cospetto di delatori, opportunisti, stupratori, manipolatori e leaderini politici.
Come diceva qualcuno: «la dignità è molto preziosa, non la si può perdere che una sola volta».