Destrŭĕre et aedificare, ab infinitum

Ho deciso finalmente di scrivere queste righe sulle questioni di genere dopo anni di reticenze a farlo. Per molto tempo ho rigettato la forma scritta perché credevo che il mio contributo in quest’ambito della lotta contro ogni forma di oppressione fosse costituito dalle conseguenze pratiche dei miei atti e dei miei atteggiamenti nelle relazioni dirette con compagni e compagne così come con le donne e gli uomini che avrei incontrato nella vita. Il dibattito contemporaneo sulla multiformità della lotta anarchica mi ha fatto ricredere: limitare il mio intervento in un qualsiasi ambito ad una sola metodologia/mezzo/approccio mi sembra ora un auto-sabotaggio del suo potenziale. Per cui ora ho deciso di diffondere alcune mie riflessioni raccolte negli anni, ben consapevole che esse sono solo un altro (timido) colpo di martello all’edificio del patriarcato e dell’oppressione di genere in generale (credo esistano diverse forme di questa aldilà della forma specifica patriarcale) e solo un’altra pietra posata per le fondamenta di una nuova maniera di relazionarsi, sempre più libera e soddisfacente per tutti i bisogni che una comunità multiforme può contenere.

L’oppressione è socializzata
Quello che ho fatto con troppa lentezza da quando sono entrato in contatto con quest’argomento è stato cominciare a riflettere su come e quando ho imparato a relazionarmi col l’altro genere nella forma dell’attrazione. Col tempo ho ripensato agli anni dell’adolescenza, ovvero al periodo in cui la maggior parte degli individui incomincia a vedere nell’altro sesso non più solo un/una compagnx di giochi con fattezze fisico-biologiche diverse, ma piuttosto come “l’oggetto” con il quale è possibile svolgere quell’attività misteriosa che con il tempo si scoprirà essere il sesso. Ho usato volontariamente il termine “oggetto” perché perché credo che questo sia indicativo di uno dei modi con cui viene socializzato l’altro sesso (vedi l’espressione “l’oggetto del desiderio”). Attraverso i film, i libri e i fumetti, la musica, le conversazioni tra coetanei, e l’ambiente sociale tutto come somma degli stimoli che ci manda la società, cominciamo a farci delle idee, si formano i noi le prime “credenze” sulla sessualità, così come sull’altro genere.
Fin da giovani sentiamo dire infatti che “bisogna fare sesso”, che è naturale farlo, che altrimenti saremo considerati degli sfigati. I “discorsi” che circolano comunemente tra i giovani maschi parlano di “quanto si scopa”, di “quanto si dura”, di “quanto ce lo si ha lungo”, etc etc (questione quantitativa e non qualitativa). È triste, ma credo che questo sia familiare a molti uomini. Questa maniera di intendere il sesso in età di maturazione forma il modo di relazionarsi l’altro sesso (e non solo, anche con i nostri amici e con noi stessi) che ci influenzerà per il resto della vita se non la decostruiamo, per esempio generando un’aria di sfida latente tra gli uomini, ansia da prestazione causata da falsi racconti e immaginari sul sesso, e soprattutto innesta nel nostro essere il “dovere morale” di fare sesso per essere felici, di ricercarlo assiduamente per il nostro benessere individuale.
Dovremmo interrogarci su quanta importanza diamo al sesso, alla soddisfazione e il benessere che ci procura, a noi come all’altra persona, perché quest’oggettivizzazione del desiderio ci fa dimenticare che il sesso è una cosa che si fa generalmente in due, e questo dovrebbe farci riflettere sulle dinamiche che creiamo quando lo facciamo, individualmente e insieme.
È importante, credo, decostruire attraverso un percorso a ritroso, la nostra socializzazione di genere e sul sesso, analizzando in profondità e criticando radicalmente come e cosa è avvenuto in questo processo; questo ci permette di distinguere cosa conservare e cosa vogliamo gettare via dei nostri schemi mentali di comportamento (sono spesso automatici e, quasi, inconsapevoli, ve ne siete accorti?), delle categorie di genere apprese, di ciò che sappiamo del sesso, etc.

Impegno e responsabilità
Sono vicino ad una concezione di anarchismo che concepisce la lotta anarchica come un impegno a 360° su tutti gli ambiti della vita per distruggere ogni oppressione. Questo perché non credo che le oppressioni siano sempre ben distinguibili e soprattutto, fuori da noi. Sono d’accordo con chi ha affermato che il potere è una relazione, dove esistono sempre due elementi, chi l’agisce e chi la subisce. Questo mi ha portato in passato ad interrogarmi molto sulle relazioni attorno a me, a quelle che agivo e quelle che subivo, decidendo di impegnarmi per costruire “belle relazioni” con le persone che scelgo come compagnx e amicx e di non subire e/o agire più relazioni “oppressive” (per quanto possibile). Questo è difficile visto che a volte ciò che è percepito come oppressivo sono degli specifici atteggiamenti, e non la totalità della relazione; inoltre questi a volte vengono perpetrati da persone a cui vogliamo bene o siamo legatx, che non vogliamo perdere, quindi non sempre è facile distruggere quell’atteggiamento imbastendo una dinamica “costruttiva” con l’altrx. Banalmente, l’amore familiare può essere oppressivo, un gruppo di amicx può mettere in campo dinamiche “di branco” che possono essere percepite come oppressive dal singolo individuo, così come anche eccessive attenzioni da parte di una persona che si ama possono esserlo, etc. Essendo sfumature di oppressione molto sottili (entrano in gioco i ruoli sociali, le autorità informali, le aspettative, etc etc) è importante che tra compagni e compagne, tra individui che vogliono vivere liberi da autoritarismi e oppressioni varie, si abbia un atteggiamento di impegno e responsabilità nel relazionarsi.
Questo genere di intenzioni vengono spesso superficialmente associate ad una terminologia da associazionismo cattolico, ma questo è solo un altro stereotipo da decostruire. Io in quanto individuo voglio vivere bene qui e ora, e per farlo devo costruire con le persone che ho attorno delle relazioni “appaganti”, basate sull’affetto e sul rispetto reciproco. E se assumo che siamo pieni di atteggiamenti e comportamenti potenzialmente oppressivi e autoritari, allora è necessario impegnarci ponendo attenzione alle dinamiche che creiamo e responsabilizzandoci circa il nostro “stare insieme”.
Questo non vuol dire diventare paranoici perché “ogni atteggiamento è oppressivo” se viene percepito come tale. Anche se ciò è potenzialmente vero questa consapevolezza non può sfociare in una totale autorepressione e/o un controllo reciproco generalizzato (ma esiste davvero qualcuno che vorrebbe questo?). Essa dovrebbe portare invece ad acquisire coscienza che siamo immersi e al contempo costruiamo in nostro ambiente sociale, a cominciare a riflettere su di noi, sulle forme che questo relazionarsi prende, sugli atteggiamenti che attuiamo, porci attenzione, non agire “senza pensarci”, in automatico. Prestare ascolto ai messaggi che mandano gli occhi, le espressioni del viso, i gesti del nostro corpo, non rifiutare una critica o una riflessione se ci viene posta da chi siede al nostro fianco tutti i giorni, così anche dal/dalla primx che passa. Accettare il rischio di poter sbagliare, di poter far del male a qualcunx. Ammettere i propri sbagli, cercare di non ripeterli.
Troppo sbatti? Bé la rivoluzione, qui e ora, dei costumi e della socializzazione dominante comporta impegno e fatica. Se è ti pesa forse è il caso di ammettere che cerchiamo di realizzare sogni diversi, e che forse chiamarci “compagnx” è una forzatura dovuta all’abitudine.

Contro il gregarismo di genere
Una cosa di cui ho avuto esperienza trovandomi a passare del tempo in contesti non di “movimento” è la complicità che si crea spontaneamente tra generi, ovvero quel raccogliersi attorno ad alcuni “must” (elementi di cui non si può fare a meno), mettendo in campo una serie di comportamenti-segnali che stabiliscono i contorni delle rispettive categorie di appartenenza. Il condividere apprezzamenti, parlare e condividere commenti/giudizi sulla propria vita sessuo-affettiva, mostrare atteggiamenti di supporto all’altrx in base al genere, sono tutti modi che rafforzano socialmente la nostra appartenenza ad un genere.
Sabotare questo meccanismo è d’obbligo se vogliamo andare oltre una “guerra di trincea” tra i generi che mira a tracciare i confini del consentito nelle relazioni reciproche. Un genere che ci fa arroccare sui rispettivi bastioni “per sentirsi sicurx” è una concezione del genere che va distrutta. Andando oltre bisognerebbe distruggere anche il concetto stesso di “sicurezza”, soprattutto se questo sfocia in forme di gregarismo e/o di branco.
Alcune strategie per cominciare a fare questo da parte maschile credo che siano sicuramente il non partecipare e/o sabotare conversazioni-atteggiamenti che mirano a rafforzare i meccanismi di identificazione di genere e di solidarietà e complicità maschile, i quali costituiscono il “luogo” dove gli stereotipi e i comportamenti abitudinari si rafforzano, il creare e supportare spazi/momenti di complicità e collaborazione su discorsi-atti che guardano alla decostruzione di genere, l’interrogarsi sull’origine del desiderio sessuale, sulle forme che prende e sulle categorie su cui lo riversiamo, sui modi che applichiamo per soddisfarlo, su quanto ci soddisfa e su cosa e come ci soddisfa. È necessario creare il nostro discorso sul sesso e sul desiderio, perché credo che, a differenza delle compagne che hanno alle spalle profonde analisi sulla “condizione femminile” in tutti i suoi aspetti, noi non ci conosciamo.
Credo che ci sia molto da fare per creare le condizioni per cui le compagne non si sentano sotto attacco costante e che di conseguenza non siano costantemente sulla difensiva. E qui vorrei toccare un tasto per me fondamentale: quelle che si arroccano, che fanno le assemblee separate, che ci additano come “complici del patriarcato”, che parlano di liberazione femminista e denunciano il sessismo intrinseco e ben consolidato degli ambienti libertari sono le “nostre” compagne, non alieni atterrati da chissà dove. Non credo che facciano ciò che fanno perché sono delle “frustrate isteriche” (anche perché finché parlavano di guerra allo stato e al capitale nessuno osava definirle così) come qualcunx ama definirle, non credo che sollevino certe problematiche per il puro piacere di “rompere le scatole” per poi ritrovarsi puntualmente messe all’angolo additate come “sabotatrici dell’unità del movimento”. Credo fermamente che agiscano in base a quello che sentono, che percepiscono una forma di oppressione più sottile dell’arroganza di una divisa, più difficile da cogliere che lo sfruttamento sul lavoro. Più difficile perché magari necessita, appunto, di ascolto e immedesimazione per cercare di capire di cosa si tratta, oltre che, da parte maschile, di un po’ di empatia, tutte capacità non proprio diffuse nel genere umano. Se un/una amicx e/o compagnx mi dice che “ho fatto una cazzata” mi aspetto che sia durx se l’ho feritx, se ho tradito la sua fiducia, se ho messo in pericolo la sua incolumità. E mi aspetto da ogni amicx e compagnx che si trovi di fronte questa situazione che si fermi ad ascoltare e che non bolli tutto “cose di poco conto” solo perché non ha voglia di mettersi in discussione. Ripeto chi non ha voglia di impegnarsi a 360° nella lotta anarchica ha una visione di anarchia molto diversa dalla mia.
Se le compagne sono “incazzate dure” chiediamoci perché, e che parte abbiamo avuto noi nella costruzione di questa situazione. E ricordiamoci che sono le “nostre” compagne, con le quali abbiamo condiviso gioie e dolori, battaglie e festeggiamenti, e domandiamoci se siamo disposti a perderle per non averle prestato ascolto. Questo non vuol dire assecondarle completamente, sentirsi costantemente in colpa e assumere un atteggiamento autorepressivo. Anche le compagne sbagliano. La cosa che oggi più si necessita è la creazione di un terreno di confronto disteso che permetta un percorso di crescita collettiva, fatto “assieme”.
E credo che un primo passo per la creazione di questo terreno sia il sabotaggio della socializzazione dei generi, e soprattutto della complicità di genere, che porta ad un rafforzamento dell’identificazione di genere che ci porta a vederci come categorie distinte in lotta tra loro.
(Questo non vuol dire che io non supporti la costruzione di una solidarietà tra donne, ma spero che il fine sia la distruzione dell’oppressione di un genere sull’altro, qualsiasi esso sia, e quindi il superamento della dicotomia netta tra maschile e femminile, e non il suo rafforzamento).

Creare spazi di complicità nell’attacco al genere
Una cosa che manca terribilmente in ambiente maschile sono spazi (non per forza fisici, ma anche momenti) dove dialogare tranquillamente di questioni sessuali e di genere senza sentirsi sotto forte giudizio. In generale manca una buona disposizione a farlo. La socializzazione del maschile deve molto alla diffusione di un’idea di uomo che dev’essere forte (anche nel senso di un atteggiamento di imperscrutabilità emozionale, oltre che di determinazione e di sicurezza di sé) e sessualmente attivo (e questo mette in una posizione di difetto chi non voglia o chi abbia meno possibilità in questo campo. Questo è ciò che si chiama privilegio, sapete?). Questo impedisce la creazione di una complicità che non miri al rafforzamento degli stereotipi maschili ma che al contrario miri a minargli il terreno sotto i piedi, esprimendo i dubbi circa le consuete categorie del maschile e le difficoltà ad allinearsi con esse. Ho avuto poche esperienza di situazioni maschili dove con tranquillità e spontaneità si è parlato di argomenti che esulano l’ambito del “virile”, come di omosessualità, di sesso non in chiave agonistica (ovvero come “prestazione”), di privilegio maschile, di affettività tra uomini, e cose del genere. Penso che questo sia una percezione diffusa e una mancanza che pesa a molti uomini che sono costretti a relazionarsi con con contesto maschile che valorizza atteggiamenti machisti (il coraggio, la buona disposizione alla violenza fisica e allo scontro, …), e svaluta tutto ciò che non rientra nelle sue categorie socialmente accettate e diffuse (come la paura, la timidezza, la ritrosia alla violenza, etc).
Tendenzialmente la maggior parte degli uomini si sente a disagio in situazioni del genere e si ritrae con battute del tipo “robe da froci!” il che, anche se detto con tono scherzoso e il compagno non è “assolutamente un omofobo”, rende invece manifesta l’omofobia che sta alla base della socializzazione maschile e la poca disposizione a mettere in discussione il proprio ruolo di genere. Questo credo sia perché il genere è uno dei pilastri fondativi dell’identità individuale, e l’IO mette in campo strumenti potenti per autoconservarsi. Ma questo argomento apre linee discorsive che ci allontanerebbero troppo dall’argomento che mi interessa trattare ora.

Attaccare i tabù, liberare il sesso
Siamo passati dalla rivoluzione sessuale degli anni ‘60 e ‘70 alla reazione senza accorgercene. Oggi le nuove generazioni di sovversivi in Italia sembrano più bigotti dei loro genitori. I discorsi sulle relazioni sessuo-affettive e su come stravolgerne la norma sono relegati a poche nicchie di conoscenti. Non si parla più o poco di “amore libero” (che per me è un altro modo di dire poliamore, ma non incartiamoci sulle definizioni), di relazioni “aperte”, di sperimentazioni sessuali, di erotismo e compagnia bella. Esistono invece tra di noi ancora molti tabù sul sesso. Sembra si dia per scontato che essendo stata affrontata la questione dai movimenti contestatari del passato, allora essa sia automaticamente acquisita. Ma non basta essere disinibiti e disinvolti (spesso con l’aiuto di sostanze per “scioglierci”) nella ricerca di partners occasionali a feste o party per essere “liberi sessualmente”. Questo tipo di atteggiamenti dà vita invece ad un triste “consumo delle relazioni” che a volte acquisisce tratti quasi compulsivi, nelle quali si cerca un appagamento momentaneo e fugace così da non doversi mai “impegnare” nell’incontro con l’altrx. Inoltre quando un rapporto non è occasionale vedo spesso il manifestarsi di forme e modelli di comportamento tipici della nostra società e cultura: l’organizzazione della relazione secondo il modello “coppia” (che costituisce una monade in cui i due individui si supportano quasi completamente e organizzano gran parte della loro vita assieme), l’attaccamento morboso all’altrx, la gelosia, la dipendenza emotiva, la violenza nelle sue molteplici forme (psicologica, emotiva, fisica) per preservare la stabilità relazionale.
Abbiamo dimenticato il percorso fatto finora e non ci siamo curatx di continuarlo. Per farlo sarebbe utile secondo me continuare a sperimentare forme “altre” di relazione sessuo-affettiva, oltre che andare sempre più a fondo nell’opera di decostruzione critica del genere come categoria di identificazione domandandosi cose tipo: in cosa consiste la mia identità di genere? Chi mi attrae? Perché? Quand’è che mi sento veramente soddisfatto sessualmente? Cosa mi fa paura e cosa mi genera repulsione nel sesso? Perché?
Questi sono solo dei piccoli passi per cominciare ad aprire un discorso interiore sull’argomento. Abbattere i tabù che ancora esistono intorno al sesso è sicuramente un buon inizio per la liberazione sessuale. Perché farlo? Perché tuttx (o quasi) desiderano essere soddisfatti sessualmente e affettivamente. Ne abbiamo bisogno per essere felici. Per affrontare la lotta, la vita e le sue sfide.
Perché se continuano ad esserci certi avvenimenti e “scazzi” come gli ultimi che stanno agitando il movimento anarchico ultimamente mi sembra evidente che che siamo lontani dall’esserlo, e che qualcosa va pur fatto.
Perché farlo collettivamente con un dibattito? Questo non lo so. Come dicevo all’inizio ci sono diversi piani della lotta, anche in questo campo. Esiste quello personale, a tu-per-tu con se stessi, esiste quello “privato” della piccola e ristretta cerchia di relazioni, esiste quello collettivo fatto dagli spazi che creiamo-attraversiamo-viviamo assieme. Ogni contributo è utile in questo momento, su qualsiasi piano esso intervenga. Ma non dobbiamo dimenticare che tutti questi piani esistono insieme e che sono collegati, e che prima o poi bisognerà interessarcene o la questione ci investirà improvvisamente, magari con violenza. A quel punto potremo fermarci ed ascoltare oppure girarci dall’altra parte. E questo determinerà le relazioni future. Che si voglia o no. Che ci si adiri o no a causa di questo. Che si pianga o no. Le scelte comportano conseguenze.
Non possiamo continuare a pensare di convivere forzatamente per via di un ideale astratto quando si hanno delle concezioni circa il “relazionarsi” (che è la base della vita sociale) che entrano in contrasto. Questo i difensori della pace sociale nel movimento anarchico dovrebbero averlo capito ormai. Perciò basta lacrime di coccodrillo, basta isterismi a difesa della normalità e del quieto vivere tra anrchicx, che ognuno si prenda le sue responsabilità e agisca di impegno se vuole esserci in questa lotta. Per chi la ritiene una “questione secondaria” circa le urgenze della Lotta (!?!??!), a chi non gli interessa, a chi crede che esiste la politica da fare assieme e il privato della vita personale, a chi non vede come importante riflettere sul modo in cui ci relazioniamo perché questo influenza la qualità delle lotte che intraprendiamo e la gioia con cui le viviamo, a tuttx questx non ho nulla di più da dire. I nostri percorsi sono già divisi.
A tuttx quellx che vedono la vita anarchica come un incessante percorso di distruzione di tutto ciò che ci opprime e di tentativi di costruzione di qualcos’altro, il mio affetto più profondo. Questo testo l’ho scritto pensando a voi, sperando possa essere un piccolo aiuto in questo percorso, aspettando il momento d’incontrarsi ancora, su una barricata, nella foresta, in uno scambio di testi, ad una festa o in uno squat.

Un penemunito (ancora) eteronormato contro il genere

PS. Forse mi pentirò di aver pubblicato questo contributo; forse domani mi sembrerà ridicolo e mi vergognerò, considerandolo vago, o superficiale, o inutile e inefficace, ma oggi, ora, sento il bisogno di parlare, di esprimermi sull’argomento, perché il silenzio che circonda certe questioni è da rompere urgentemente; in mille modi diversi.