Bouteldja, le sue «sorelle» e noi

I Bianchi, gli Ebrei e Noi.
Verso una politica dell’amore rivoluzionario
Houria Bouteldja
Sensibili alle Foglie, Roma 2017
Le reazioni entusiastiche nonché critiche suscitate dall’ultimo libro di Houria Bouteldja hanno in gran parte ignorato le pagine che l’autrice dedica alle «donne indigene» e al ruolo che dovrebbero avere nella lotta antirazzista. Questo testo vorrebbe colmare tale lacuna, rifiutando l’ingiunzione alla fedeltà comunitaria e proponendo un antirazzismo risolutamente femminista.
I Bianchi, gli Ebrei e Noi ha dato a chiunque l’occasione di lanciare forti grida, ed era appunto questo l’obiettivo dell’autrice: allargare il divario, da un lato tra la sinistra universalista tradizionale e l’antirazzismo istituzionale, e dall’altro tra i movimenti antirazzisti autonomi ed i loro conclamati alleati. Bouteldja sa di cristallizzare il dibattito e anticipa gli attacchi oltraggiosi, razzisti e stupidi di cui in effetti viene fatta oggetto. Sa che sarà difficile parlare del suo libro senza essere condannata definitivamente o difesa ferocemente. Ma conta sul pragmatismo dei militanti anti-razzisti, che abbiano o meno simpatia per lei e il suo movimento, i quali, non potendo accettare che venga attaccata per «razzialismo» e «razzismo anti-bianco», saranno costretti a schierarsi dalla sua parte, disposti a chiudere gli occhi sui dettagli delle sue affermazioni — ritenendo sufficiente in sé l’etichetta decoloniale.
Qualcuno ha tentato il temerario esercizio di prendere sul serio la sua analisi politica al fine di criticarla. La maggior parte ha decisamente ignorato il capitolo che Bouteldja dedica alle «donne indigene» — convincendosi magari che lei si trovi in una posizione migliore di loro per parlarne. Altre ancora, che si rivendicano femministe, si sono limitate a negare il carattere sessista del suo scritto, col pretesto che si tratti di una specificità della lotta decoloniale. È stato durante la lettura della tribuna di sostegno pubblicata dall’autrice e attrice Océanerosemarie su Libération del 30 maggio scorso che mi sono decisa a scrivere questo testo. Perché non è il caso né di tacere la carica anti-femminista a cui si abbandona Bouteldja in I Bianchi, gli Ebrei e Noi, né di lasciare tale critica ai reazionari di destra o di sinistra, che si scoprono velleità anti-sessiste solo quando l’accusa è rivolta a dei razzistati [*].
Bisogna assaporare l’ironia della mistificazione cui si concede Bouteldja in «Noi, le donne indigene». La conosciamo bene, è quella che la sinistra comunista e tradizionale ha per diverso tempo opposto alle femministe: essendo la lotta contro il patriarcato solo un diversivo prodotto ed incoraggiato dal capitale per dividere le forze della classe operaia, le lavoratrici devono rientrare nei ranghi e rifiutarsi di prestare il fianco al vero nemico. Abbellendo questo inganno coi preparativi della lotta decoloniale, è la medesima capitolazione a cui Bouteldja esorta le donne razzistate nel nome di ciò che definisce amore rivoluzionario. Non nega l’esistenza del dominio maschile e la riduzione subita dalle donne, in particolare quelle razzistate. Li riconosce — e li deplora, ma chiede alle sue «sorelle» un pragmatismo rassegnato di fronte al «patriarcato indigeno»: se gli uomini razzistati sono dei «machi», scrive, è per reazione alla violenza dell’egemonia bianca che vuole metterli in ginocchio negandone la virilità. Essi sono tanto più violenti con le «loro» donne quanto la loro dignità di uomini — i loro baffi, Bouteldja non azzarda un’immagine più audace — viene insultata.
È sorprendente trovare sotto la penna decolonialista di Bouteldja un quadro simile a quello dipinto altrove da Daoud e altrettanto perentorio di un sondaggio del Point: gli uomini razzistati sono, in Francia, più machi dei bianchi, e di un machismo specifico, un machismo arabo, nero, musulmano. Non sono solo le espressioni della loro aggressiva mascolinità a differire, è la sua stessa natura: alcuni lo spiegano con la biologia, altri con la cultura; per Bouteldja ciò avviene perché quel «patriarcato indigeno» è la violenta reazione degli uomini razzistati contro il sistema razzista. Non è certamente una caratteristica strutturale della società nella quale vivono e di quelle da cui provengono. Dobbiamo respingere sia la semplicità dell’analisi che la nauseante conclusione politica a cui conduce: dal momento che tali forme patriarcali «indigene» sono reazioni di difesa e resistenza contro il razzismo, le donne razzistate, anche se ne sono le prime vittime, devono mostrarsi comprensive ed indulgenti. «Bisognerà cogliere nella virilità testosteronica del maschio indigeno la parte che resiste alla dominazione bianca», scrive Bouteldja. In altre parole: distinguere, accettare e preservare la parte di quella violenza maschile che resisterebbe al potere bianco — malgrado le sue eventuali vittime collaterali, «poiché la disumanizzazione dell’uomo è un problema maggiore della realtà della dominazione maschile». Quelle che subiscono quotidianamente questa realtà apprezzeranno: non è affatto certo che un ceffone abbia un sapore diverso a seconda se è bianco o autenticamente indigeno.
Per quanto mi riguarda, non riesco ad assolvere «i nostri uomini», io che non sono la donna di nessuno e che reclamo la mia individualità contro gli sforzi di un’ideologia razzista che si ostina a negarla, rimandandomi al mio sangue e alla mia comunità, alla mia razza e al mio focolare. Non sono sorda al richiamo del sangue: è che non risuona. Non può risuonare perché abbiamo dissolto la menzogna della razza — la vecchia razza, biologica, genetica, ereditaria — e l’abbiamo denudata affinché si rivelasse così come s’impone a noi: come una struttura sociale, come categoria costruita a cui veniamo assegnati di forza, come un marchio che determina le nostre posizioni sociali e le nostre risorse materiali, le nostre interazioni e le nostre vite quotidiane. La razza non è, essa si esercita, si impone, violenta. Come potrebbero le categorie razziali in cui siamo confinati diventare rifugi familiari e confortevoli, quando sono buchi, trappole, recintati col filo spinato dall’egemonia bianca e scavati per la schiavitù e la colonizzazione?
Bouteldja pretende di utilizzare la categoria «indigeno» come una produzione socio-storica e respingere ogni determinismo biologico. Lo afferma cautamente nel preambolo del suo libro, ma non vi si attiene. Contrariamente a quanto lei crede, non è né il sangue, né l’identità, né la cultura a raggruppare i razzistati, è una condizione condivisa: una condizione materiale, perché i processi di razzializzazione che ci costituiscono in gruppi non hanno a che fare con la nostra individualità. Ci omogeneizzano, ci attribuiscono comportamenti, pratiche, caratteristiche simili, atemporali e naturali. Realizzano la razza come realtà sociale, giustificata da un fantasma essenzializzante, che spiega la distribuzione gerarchica delle posizioni con la natura. Ciò che ci mette insieme non sono le radici autentiche da riconquistare, ma una comunità di esperienze del dominio razzista, quali che siano le forme che esso assume a seconda della nostra appartenenza di genere o di classe. Eppure, quando fa l’elogio dell’autenticità della mascolinità degli uomini «di casa nostra», il «naturale» che resiste all’ingiunzione bianca dell’uguaglianza tra i sessi, Bouteldja partecipa con entusiasmo all’essenzializzazione razzista che dovrebbe combattere. Contrapponendo la «formidabile ed insolente virilità islamica» alla «conversione» dei razzistati omosessuali che rinnegherebbero la propria mascolinità collaborando di fatto col progetto bianco, non fa forse propria la fede in una natura araba, una natura nera, che distinguerebbe necessariamente gli uomini razzistati dai bianchi? Scrive Bouteldja: «Quasi preferisco i grossi e grassi macho che almeno sono se stessi. Ve lo dico, sorelle, la questione va risolta. Quando i nostri uomini si riformano su indicazione dei bianchi, non è una buona cosa per noi. Perché, in realtà, essi non si riformano affatto. Fanno finta». Non c’è alcun margine di manovra possibile per gli uomini razzistati davanti alla loro mascolinità: qualora si discostino dal modello di una virilità esacerbata, non possono che cedere all’influenza bianca rinnegando la loro identità profonda. Gli uomini razzistati non hanno scelta, sono tali.
L’analisi di Bouteldja si pretende sovversiva e tuttavia accetta i termini dell’ideologia dominante, intendendo condurre la lotta decoloniale sul campo di battaglia e con le armi scelte al suo posto dai suoi nemici. Cade senza resistenza nella trappola della retorica dello scontro di civiltà, opponendo al gruppo egemone bianco un «mondo indigeno» omogeneo — e necessariamente illusorio. Di quali «indigeni» ci parla Bouteldja? Di tutti: degli iraniani, dei musulmani, degli immigrati in Francia, dei discendenti da immigrati francesi, di tutti i razzistati della Terra, o meglio di tutti coloro che definisce suoi fratelli. Accetta l’amalgama che tanto piace ai reazionari di ogni pelo tracciando accuratamente il confine tra loro e «noi» — i razzistati, in particolare quelli originari dei vecchi mondi coloniali, che si presume facciano «comunità», in particolare attraverso una religione condivisa. Pensavamo di combattere l’essenzializzazione razzista che vede in ogni pellescura un musulmano di sangue, ed eccoci ad accudirla compiacenti.
Boutledja non fa altro quando descrive nei dettagli un astratto «patriarcato indigeno» che lei estrae da ogni realtà sociale, interamente prodotto dalla colonizzazione e dalla violenza razzista e tuttavia segno persistente di una presunta autenticità indigena, ultimo baluardo alla virile dominazione bianca. Per le donne razzistate, il femminismo è un «cioccolatino», scrive Bouteldja: «Rimproverarci di non essere femministe è come rimproverare a un povero di non mangiare del caviale». È un lusso da bianchi, il capriccio di quelle che hanno sufficienti risorse e agi per poterselo permettere. Come se rifiutare le percosse, gli insulti e lo stupro non fosse una necessità vitale, come se rivendicare la libertà di disporre del proprio corpo, del proprio denaro e del proprio tempo fosse solo una rivendicazione stravagante — un «vizio della borghesia», diceva a suo tempo Jeannette Vermeersch. Come se le donne razzistate in Francia vivessero rinchiuse nelle loro case e non sperimentassero quotidianamente un dominio maschile proteiforme: in famiglia, ovviamente, ma anche al lavoro, per strada e a scuola. «La critica radicale del patriarcato indigeno è un lusso. Se un femminismo assunto [dalle donne indigene] dovrà vedere la luce, […] passerà obbligatoriamente per una fedeltà comunitaria. Almeno finché esisterà il razzismo». Ecco cosa scrive Bouteldja, che mi chiama sua sorella e mi chiede di capitolare, di restituire il mio corpo e la mia individualità al mio clan nel nome della ragione superiore della lotta al razzismo. Io rifiuto che il mio corpo sia solo un bene, custodito gelosamente da «i miei» contro la bramosia della virilità bianca. Rivendico il mio corpo davanti agli uomini e davanti ai bianchi: né riposo del guerriero indigeno, né trofeo di caccia esotico. Rivendico la mia individualità contro l’assegnazione razziale e l’obbligo di appartenenza. «Non abbiamo il dovere di essere questo, o quello», scriveva Fanon: lottare contro il sistema razzista significa riconoscere simultaneamente la propria condizione di razzistati e rifiutare di restarci rinchiusi.
Bouteldja esorta le sue sorelle alla resa proponendo loro una falsa alternativa: negoziare dei compromessi col patriarcato indigeno piuttosto che lasciarsi andare a compromissioni col patriarcato bianco seduttore e bugiardo. «Condivido le redini della mia vita con lei [la madre], e con tutta la mia tribù. In ogni caso, se le avessi tolte a loro, le avrei date ai Bianchi. Meglio morire». Consapevole della morsa in cui sono intrappolate le donne razzistate, «tra il patriarcato bianco e dominante e il “nostro”, indigeno e dominato», ci chiede di scegliere fra la lealtà alla comunità e il tradimento individualista. Questo dilemma è un imbroglio e Bouteldja alimenta l’idea che antirazzismo e femminismo siano incompatibili, nel nome di differenze di natura tra le culture — idea che condivide d’altronde con i movimenti femministi reazionari. Le donne razzistate non devono accettare di essere il campo di battaglia, la carne da macello della lotta in cui sono impegnati al vertice due patriarcati esaltati. Non devono cercare la propria salvezza nella ritrovata virilità degli uomini, né riparare la propria dignità sotto i «baffi» del loro padre. L’amore rivoluzionario proposto da Bouteldja è un inganno, e questo inganno non è nemmeno audace o originale, è il richiamo all’abituale ordine delle donne: tu non ti appartieni, tu sei nostra — di noi uomini, di noi famiglia, di noi popolo, di noi nazione. Il richiamo all’ordine abituale delle donne che vanno con la testa rasata, quelle che conservano la dignità del clan tra le loro cosce, che ne sono responsabili e colpevoli. Donne ridotte a presunte appendici di carne, in cui il nemico pianta la bandiera della conquista. Bouteldja chiede alle donne razzistate pazienza e sacrificio: aiutate i vostri uomini e Dio vi aiuterà. Cerca di venderci il baratto millenario: «Gli uomini devono imparare a rispettarci e comprendere il nostro sacrificio come noi comprendiamo la necessità di proteggerli». Suscitare il rispetto attraverso l’abnegazione e la sopportazione silenziosa, ecco l’unica ricompensa a cui ha diritto una donna fedele al suo sangue. Come si può cedere a questo imbroglio talmente nudo, chiaro, schietto? Le donne razzistate hanno imparato così poco ad esigere, a dire Io, a dire no, ad andare da sole. Invece di incoraggiarci, Bouteldja ci avverte che il gioco non vale la candela e agita la minaccia dell’ignominia: è pericoloso cedere alle sirene bianche della libertà, la sicurezza è stare con i vostri — in un fantasmatico mondo indigeno di radici dissotterrate e riprodotte da un’iconografia orientalista e razzista. Lei, che sembra credere che l’unica cosa che potrebbe attirare le donne razzistate fuori da una comunità presumibilmente chiusa sia la seduzione dell’uomo bianco, ci ammonisce di non farlo. Perché, colei che vi si arrischiasse, «qualunque cosa accada, avrà subito l’obbrobrio. Allora, perché rischiare?». Fuori dalla benedizione collettiva, non c’è salvezza per la donna razzistata.
Bouteldja vorrebbe distoglierci dalle chimere femministe, quei mantra che non sono stati concepiti per essere pronunciati dalle nostre bocche: «Il mio corpo non mi appartiene. Nessuna autorità morale mi farà assumere la parola d’ordine delle femministe bianche». Ma dovrebbe al contrario proporci di afferrarle, di farle nostre senza alcun permesso. Una donna razzistata che rivendica il suo corpo è il bottino di guerra delle nostre nonne schiave o colonizzate che dà i suoi frutti. «Per me, il femminismo fa effettivamente parte dei fenomeni europei esportati». Non esiste la Ragione bianca, affermava Fanon, non esiste nemmeno la libertà bianca: non chiederò permesso né alla storia né alla mia razza per afferrare come intendo io gli strumenti capaci di rendermi libera. Sono cresciuta nella società francese, come tante altre donne razzistate in Francia. Salvo a considerare che ne resto necessariamente e naturalmente estranea, decido d’autorità di disporre di tutte le idee che vi si sono sviluppate.
«Leggete Bouteldja!», esclama Océanerosemarie, non abbiate paura! Ecco cos’è I Bianchi, gli Ebrei e Noi: l’occasione per la sinistra progressista che si proclama alleata dei movimenti antirazzisti di offrirsi a buon prezzo qualche brivido di sovversione. Bouteldja scrive ciò che proverebbero orrore a pensare, ma la applaudono perché la ragione della lotta decoloniale lo esige. Perdonano alla dominata le enormità che sostiene e che di solito combattono, in nome dell’autenticità della sua rabbia indigena. In tal modo, non le fanno un favore, le rifiutano una vera voce politica, non la riconoscono come legittima interlocutrice; la osservano con curiosità, rifiutando di utilizzare il loro abituale apparato critico. Pretendendo di riconoscere la pluralità dei femminismi, fanno della parola di Bouteldja una voce d’eccezione: il grido ferito dell’indigeno, che ha il merito di aprirci gli occhi, di smuoverci, di farci violenza. Non credo che Bouteldja abbia bisogno di questi benevoli favoritismi, penso che nessuno di noi ne abbia bisogno. Credo che ciò di cui abbiamo bisogno è che il luogo del dibattito si sposti: che smettiamo di aspettare l’investitura di questa o quella frangia della sinistra radicale e progressista, la cui buona volontà è talvolta così soffocante, per aprire finalmente il dibattito tra di noi, donne razzistate. Per cercare insieme una terza via, tra l’inganno della fedeltà comunitaria e l’illusione dei cavalieri bianchi universalisti. La sorellanza non si decreta nel nome del sangue, si costruisce politicamente.
giugno 2016

Melusine

[*]  Entrato nel lessico universitario (e movimentista) francese da alcuni anni, il termine «razzistazione» viene usato per indicare il procedimento con cui una persona viene assegnata ad un insieme di persone in virtù di determinate sue caratteristiche soggettive. La «razza» viene quindi intesa come una costruzione sociale, priva di realtà biologica. L’aggettivo «razzistato» che ne deriva viene impiegato da alcuni per qualificare l’insieme delle persone che sono considerate vittime di discriminazione. 
L’autrice di questa recensione, pur criticando le tesi della portavoce del Partito degli Indigeni della Repubblica, ne riprende in parte la neolingua.