La notte che ci piace…

LA NOTTE CI PIACE…

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Carri colorati di rosa e viola. Miriadi di persone stufe marce che li seguono. Cortei variopinti e comunicativi dove neppure una scritta sul muro è vista di buon occhio. E allora via con attrici e politiche in cerca di consenso. E giù con le belle foto di ragazze(bianche,magre e ben vestite) che reggono cartelli.

Una società civile che recupera il femminismo e lo rende fruibile a tutti. Si proprio a tutti, con quei bei glossari di parole depotenziate rese innocue dal giornalista di turno. Parole che sono state una rivoluzione, parole che hanno cambiato radicalmente la vita di molte donne e soggettività altre dal dominante uomo bianco cis etero.
Mi perdoni chi pensa che abortire,baciarsi o camminare in strada senza venire arrestate o ammazzate non è un cambiamento radicale, ma questo testo non è per lui.

E alla fine si sa la moda entra nelle nostre case. Se h&m e Ovs recuperano gli slogan e ci stampano magliette colorate, se L’espresso fa articoloni sul movimento Niunamenos, allora forse pure gli anarchici italiani possono scrollarsi dal loro centennale antifemminismo e lasciarsi contaminare. E sembrerebbe pure una bella notizia..

Niente da obbiettare  se si facesse tesoro degli strumenti che le compagne, femministe anarchiche  e\o antiautoritarie hanno costruito letteralmente col loro sangue. Centinaia di migliaia di pagine sofferte dove hanno cercato e spesso trovato degli schemi interpretativi per leggere la molteplicità delle oppressioni,la loro fluidità e compenetrazione; dove hanno trovato un modo per fare i conti con esse: quelle subite e  quelle agite.

Ma il senso di superiorità che spesso aleggia negli ambienti anarchici, misto forse a basi teoriche fatte sui sopra citati media generano un atteggiamente superficiale e distaccato.
Come se gli stupratori e i molestatori fossero solo gi sbirri e i militari, come se non vivessero dentro di noi oltre che troppo spesso nelle nostre case.

Allora dobbiamo leggere contributi che trattano di violenza di genere come se fosse qualcosa che arriva una volta l’anno o che vediamo da lontano. Come se fosse qualcosa contro cui possiamo lottare solo quando si intreccia bene con vecchi discorsi che siamo ben abituatx a fare.

Capisco che da una parte bisogna pur comiciare, capisco che nominare la violenza di genere è già un grande passo, se per anni la si è ignorata.
Ma nominarla ha senso se la si legge all’interno di una struttura di potere molto più ampia nella quale è inscitta, altrimenti ci stiamo solo legittimamente indignando per una violenza impunita.

Che cos’è il patrircato?

Chi ne è portatore? E come?

Cosa significa recuperare una lotta?

Cosa cambiera se parliamo di sessismo senza interrogarci su quando lo agiamo o ne siamo complici?

Chi e cosa difendo quando giustifico una violenza sessista?

Sconfiggeremo un nemico che prolifera dentro di noi, attaccandolo verbalmente e solo all’esterno?

Una lotta si può dire radicale se tace le proprie contraddizioni evidenti?

con tanta rabbia e amore per le sorelle sopravvissute, quelle che urlano ancora e quelle che siete riusciti a silenziare.

per l’anarchia
una serpe ancora in seno