E che vuol dire?

«Le civiltà di massa hanno innalzato il rumore al rango di eco collettiva. Siamo arrivati al punto in cui il rumore rassicura. Il rumore ha in effetti molti meriti non trascurabili. Crea una sorta di falsa unanimità e, al tempo stesso, abolisce l’individuo, intorpidisce la coscienza. Per questo motivo, è caro all’orecchio della società. Annega ogni significato coerente nel caos di un parlare indistinto.
Il rumore è il linguaggio attuale dell’Umanità».
Georges Henein 
Ormai il fenomeno ha assunto dimensioni tali da suscitare forti preoccupazioni in chi non ne è coinvolto. Sta letteralmente dilagando in tutto il pianeta, come una pandemia. Secondo statistiche redatte da chissà chi, il nostro belpaese è il più colpito in Europa subito dopo la Turchia (e al pari della Spagna). Ne sarebbe affetta l’80% della popolazione, una cifra vertiginosa. Gli addetti ai lavori lo chiamano analfabetismo funzionale: la capacità di leggere e scrivere accompagnata dall’incapacità di comprendere il significato di ciò che si legge e scrive. I suoi sintomi sono quindi immediatamente percepibili da chi ne è immune: mancanza di idee, assenza di spirito critico, scarsa conoscenza, lessico limitato, al massimo alcune opinioni raccattate qua e là e ben confuse. Di un discorso non viene mai colto il senso generale, ma solo qualche dettaglio particolare. Gli analfabeti funzionali sono quelli che, quando il dito indica la luna, in perfetta buona fede ruttano commenti banali sull’unghia.
Un celebre intellettuale italiano scomparso anni fa avrebbe probabilmente collegato il fenomeno alla «invasione degli imbecilli» a suo dire scatenata dai social network, i quali danno al primo che clicca la possibilità di dare aria allo stomaco. Davanti a torme di reggitori di smartphone che vagano per le strade, difficile dargli torto. Ma se ciò è vero, lo è soltanto in parte. Altrimenti non si spiegherebbe come mai già alla metà dello scorso secolo uno scrittore italiano dai giovanili furori riportava una curiosa corrispondenza, proveniente da Nizza, apparsa su un giornale indiano di Calcutta. L’autore vi denunciava il decadimento dei popoli occidentali, i quali «dopo essere stati per molti secoli i proprietari della più alta intelligenza creatrice e giudicatrice danno ora l’impressione di un rimbecillimento totale e quasi pauroso, che sta diventando ogni anno più visibile e più grave». Tra le cause principali evocate allora per spiegare tale fenomeno, vale qui la pena ricordare le prime tre:
1) i settimanali illustrati, che si occupano «quasi soltanto di scandali mondani, di delitti e di stranezze, con eccessiva prevalenza delle immagini fotografiche sulle idee e sulle discussioni critiche»;
2) il cinema, «che abbrutisce sistematicamente la grande massa dei ceti medi e proletari con spettacoli di bestialità feroce, di sentimentalismo idiota, di falso lusso e in generale di vita imbecille, artificiosa e pretenziosa. Anche il cinema aiuta la pericolosa sostituzione del vedere al pensare»;
3) lo sport, con la sua ovvia esaltazione di «valori puramente fisici e muscolari sui valori morali e intellettuali».
Ovvero, l’idiozia dilaga quando l’immagine prende il posto della parola, la narrazione prevale sulla critica, ed i riflessi sostituiscono le riflessioni. Ora, se simili considerazioni sono state fatte nel lontano 1951, l’avvento della televisione prima e di internet poi potevano forse porre fine a questa situazione, arginando tale decadimento? Ovviamente no, attraverso la loro capillarità i grandi mezzi di informazione di massa l’hanno ancor più consolidata ed aggravata. Basta sintonizzarsi su un qualsiasi canale televisivo, basta navigare in un qualsiasi portale virtuale, per rendersene conto. Dappertutto ci viene offerto puro intrattenimento programmato per un pubblico di decerebrati, sollecitati 24 ore su 24 ad incuriosirsi del flirt fra Tizia e Caio, a protestare per rigori non concessi o a condividere l’ultimo selfie del personaggio di turno.
Ma sarebbe un errore equiparare gli effetti nefasti del tubo catodico a quelli devastanti prodotti dalla rete telematica. Internet ha consentito di infrangere ogni barriera spazio-temporale fra produzione e ricezione dell’idiozia. Mentre il vecchio pubblico televisivo assorbiva passivamente i vari spettacoli che gli venivano serviti ad ore prestabilite, il nuovo pubblico telematico può partecipare direttamente e perennemente al brusio di fondo della civiltà moderna. L’idiozia così si autoriproduce attraverso quella che viene considerata un’entusiasmante opportunità democratica, diffondendosi anche in quegli ambiti che più dovrebbero resisterle.
Come ebbe a scrivere uno dei più acuti osservatori dell’avvento del nazismo e della sua lingua menzognera: «so che a un dato momento non mi servirà più tutto quello che so sulla possibilità di venire ingannato né la mia attenzione critica: prima o poi la bugia stampata finirà per sopraffarmi, se mi incalza da tutte le parti, se intorno a me le verranno contrapposti solo pochi dubbi, sempre più pochi, infine nessuno».
Per avere un’idea dei risultati pratici ottenuti da tale grande opera di decervellamento, basterebbe considerare la reazione ad alcuni fatti recenti di cronaca. Prendiamo per esempio la scomparsa dell’amministratore delegato della Fiat. Il coro mediatico di lutto e di cordoglio ha raggiunto toni invero imbarazzanti, quasi sbalorditivi. C’è chi lo ha definito «il manager filosofo» che citava Oscar Wilde, come se non esistesse alcuna differenza fra l’imprenditore che voleva far maturare il profitto dell’azienda sotto il capitalismo («Se sei un amministratore delegato, devi scordare il concetto di felicità») ed il poeta che voleva far maturare l’anima dell’uomo sotto il socialismo («il riconoscimento della proprietà privata ha veramente nuociuto all’Individualismo, e lo ha oscurato, confondendo un uomo con ciò che possiede… Ha reso il guadagno, non la crescita, il suo scopo ultimo. Cosicché l’uomo s’è messo a pensare che la cosa importante è l’avere, non sapendo che invece è l’essere»). C’è chi lo ha ricordato come «un visionario dell’industria», forse immaginando i suoi poetici soliloqui da leader solo al comando (roba del tipo: «ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: fabbriche di automobili dislocate al largo dei bastioni di Orione, e ho visto le catene di montaggio balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei profitti andranno investiti nel tempo, come sudore nella sauna. È tempo di lavorare»?). E c’è addirittura chi lo ha salutato come «l’eroe dei due mondi»… manco questo capitano d’industria al servizio della classe dirigente internazionale fosse l’erede naturale di Garibaldi.
Ecco, che simili spropositate commemorazioni abbiano potuto venire espresse senza troppa ilarità, diventando eco collettiva, e che anzi siano le poche voci discordanti ad aver dato scandalo, la dice lunga. Così come sono significative le considerazioni espresse dalla Corte d’Appello che ha appena confermato l’assoluzione dei carabinieri e dei poliziotti accusati della morte di Giuseppe Uva, avvenuta nel 2010. Massacrato di botte in caserma per ore, con ecchimosi sparse su tutto il corpo, la sua morte viene fatta risalire allo sfortunato incontro dello «stress» con una patologia cardiaca. Non ci sarebbe quindi alcun «nesso casuale» fra le percosse subite da Uva e la sua morte. Verità processuale che prenderà posto accanto ad altre sentenze simili. Dopo il «malore attivo» di Giuseppe Pinelli, dopo il «proiettile di rimbalzo» finito in testa a Carlo Giuliani (senza dimenticare il «cedimento strutturale» dell’aereo di linea precipitato ad Ustica), ecco ora lo «stress» di Giuseppe Uva…
In effetti gli analfabeti funzionali sono i cittadini modello di ogni Stato: leggono, ascoltano, ripetono, e non capiscono.
[4/8/18]