Una storia di prelievo di DNA

riceviamo e diffondiamo:

Una storia di prelievo di DNA.

Ho scritto questo testo con l’ idea di contribuire alla lotta contro le schedature tramite DNA e non solo.

In una notte di fine giugno vengo tratto in arresto e portato nella caserma dei carabinieri con l’accusa di resistenza e violenza a pubblico ufficiale.
Racconterò i fatti inerenti il prelievo di dna in quanto purtroppo tema attuale.
Mentre l’arresto veniva formalizzato in caserma vengo sottoposto alla nota procedura del prelievo delle impronte digitali e delle foto segnaletiche.
Una volta giunta al termine questa prima parte viene discussa tra i due carabinieri, che stavano svolgendo la pratica, la eventualità o meno del prelievo del dna.
Il dubbio persiste pochi secondi, infatti il superiore dei due non sembra intenzionato ad intraprendere questa ulteriore procedura e così mi portano in cella tralasciando il prelievo del dna.
In direttissima una volta espresse le misure scelte dalla giudice, ovvero arresti domiciliari, il capitano dei carabinieri interrompe la trascrizione della sentenza e richiede alla giudice il permesso di prelevarmi, prima del rilascio, per essere portato in caserma dove si sarebbe svolto il prelievo del dna in quanto la legge lo consente in caso di convalida dell’arresto.
La giudice acconsente.
Una volta arrivato nella stanza dei prelievi inizio a esprimere verbalmente il mio rifiuto a questa pratica e quindi la volontà di resistere.
La mia intenzione è quella di fargliela sudare senza avere strascichi giudiziari viste le circostanze della direttissima.
La situazione dentro la stanza è molto distesa, un ufficiale della scientifica prepara il necessario al prelievo mentre un carabiniere sulla porta piantona la situazione.
Quando le mie espressioni di rifiuto si fanno incessanti lo scientifico molto sicuro di sé mi dice che il mio dna in un modo e nell’altro verrà prelevato e alla mia richiesta di spiegazioni mi minaccia che in caso di rifiuto mi avrebbe denunciato per resistenza, con direttissima l’indomani, e il dna prelevato coattamente previa richiesta di prelievo coatto a giudice e a p.m.
Si chiude così il cerchio di una chiara strategia; di fatto mi sento spalle al muro e di fronte a una situazione di merda.
Abbandono l’idea di resistere e partecipo al teatrino.
Se avessi dovuto resistere non lo saprò mai; l’ unica cosa certa è che quello che ho provato durante e dopo il prelievo non sono stati momenti di libertà.
Nel clima di tensione e potere che ha caratterizzato il processo di direttissima vedo questo prelievo di dna come l’icona di una volontà degli sbirri di colpire con tutti i mezzi a loro disposizione .
Nonchè una ricerca continua da parte del nemico di ristabilire rapporti di potere attraverso misure e pratiche denigranti e reprimenti, con il fine di riassorbire quelle piccole fratture che si vengono a creare nel loro stato di polizia.
Infine, dopo aver vissuto questa esperienza, ragiono sul fatto che quelle che vengono messe in campo dagli sbirri nell’ambito del prelievo sono vere e proprie strategie di fronte alle quali per una eventuale resistenza, oltre alla forza di volontà, è necessaria anche una buona dose di lucidità in modo da meglio leggere e analizzare quello che il nemico mette in campo di volta in volta.