Torino e dintorni – Una spiacevole faccenda

Una faccenda spiacevole

(come ci abbiamo ragionato e a che conclusioni siamo arrivati)

Una faccenda spiacevole quanto seria: spiacevole, perché con tutti gli affanni e i guai che la vita già ci riserva occuparsi di vicende del genere è un’incombenza che ci risparmieremmo volentieri; seria, perché da affrontare con attenzione visti gli effetti che possono causare una superficiale valutazione della questione e la mancanza di un conseguente sforzo a cercare di risolverla.

La faccenda in questione ha a che fare con modi di fare che, prima o poi e con variabili conseguenze, di certo non contribuiscono ad una crescita costruttiva di relazioni e percorsi, politici e non solo: l’avvicinamento (o a volte la consolidata frequentazione) ad ambiti di movimento e gruppi militanti da parte di persone che mettono in atto comportamenti ambigui, a volte loschi, spesso certamente poco chiari rispetto ai compagni/e con cui entrano in contatto.

Abbiamo ritenuto di condividere quanto ci è accaduto sia per senso di responsabilità, sia per poterci dare sempre maggiori strumenti condivisi per affrontare queste spiacevoli situazioni, che purtroppo non sono le prime e non saranno le ultime. Situazioni che possono anche, e il recente episodio di infiltrazione segnalato dalle/i compagne/i di Lecce ne è solo l’ultimo esempio, portare con sé risvolti ben più che spiacevoli. La questione è per noi politica e come tale va affrontata e gestita. Saremo disponibili a qualsiasi ulteriore delucidazione e a confrontarci su eventuali critiche costruttive per migliorare la gestione di tali situazioni.

Vorremmo però provare con questo scritto a prendere in considerazione non solo questi inopportuni modi di fare che da sempre, con diverse connotazioni, affaticano movimenti e lotte con la loro presenza e con un assorbimento di energie che più proficuamente si destinerebbero ad altre questioni, ma anche suscitare, in quante/i leggeranno, una riflessione sulle possibili responsabilità a cui si potrebbe andare incontro non impegnandosi per fare luce seriamente su questo genere di faccende quando ci cascano tra i piedi.

Elenchiamo un’incompleta serie di questi, diciamo non costruttivi, modi comportamentali e alcune delle reazioni che possono provocare.

– Un modo semplice per entrare in un certo ambiente quando vi si è sconosciuti è fare riferimento a relazioni amicali o politiche condivise. Conosco tizio, faccio politica con caio o nella tal situazione, anche se, confrontando le varie narrazioni, si viene a scoprire che queste “credenziali” raramente vanno oltre la frequentazione di spazi aperti al pubblico, occasionali incontri, apparizioni in compagnia durante iniziative di movimento, quando non si tratta di “amicizie” completamente inesistenti. In realtà, risalendo la corrente di contatto in contatto, si arriva al nulla da cui si è spuntati e su cui, anche sotto diretta sollecitazione da parte delle compagne/i, prima si fa i vaghi e poi ci si sottrae, magari anche a suon di minacce, dal fornire alcuna precedente “credenziale” verificabile. Forse, per quanto involontario sia l’appiglio che qualcun altro/a si è preso, c’è da avvertire perlomeno un certo disagio, che è salutare risolvere al più presto, in questo uso spregiudicato delle proprie relazioni, vere o narrate che siano, per aprirsi altre porte.

– Si dà prova di disponibilità, magari di conoscenze tecniche che possono risultare utili alle esigenze dei compagni/e, ma tanto si è parchi nelle argomentazioni teoriche e nelle categorie di pensiero e di linguaggio che caratterizzano specifiche ideologie, quanto si è prodighi nella ricerca di collocazione organica nei più disparati circuiti della critica radicale. Si dirà che non si può pretendere che tutti abbiano letto i testi sacri della rivoluzione o utilizzino una terminologia d’appartenenza politica, ma se la stessa persona narra di trascorsi in contatto con gli ambiti radicali di altri Paesi potrà pure suonare un po’ stonata questa incongruenza.

– Si accenna a possibili iniziative da mettere in campo e condividere, per poi il più delle volte lasciarle cadere nel nulla una volta realizzato il contatto con il compagno/a o il gruppo a cui le si sono proposte. Possono essere dimenticanze, si può essere rimesso in discussione quanto proposto e può anche essere un modo per sondare nuove “amicizie” allettando l’interlocutore con argomenti, diversi a seconda dei casi, che possono risultargli o risultarle di interesse.

– Si aggiunge la referenza di un passato “turbolento”, dai dettagli imprecisi e variabili a seconda di chi si ha di fronte, e ci si dota al tempo stesso di un’altra “credenziale” o di una risposta comprensiva nei confronti di un’indisposizione a rimuginare sul passato. Speriamo di cuore che, per loro fortuna, questi/e compagne/i non sappiano per esperienza personale che anche in galera prima o poi tocca a tutti mostrare, ai vicini di reclusione, le carte che inquadrano il contesto dei reati di cui si è imputati.

– Le contraddizioni, la mancanza di risposte precise ed elementi verificabili che possano portare, tra vaghi accenni e spizzichi di narrazione perlomeno inquietanti, un po’ di chiarezza sul proprio interlocutore vengono difesi, aggressivamente o “buttandosi a pietà” secondo chi si ha di fronte, richiamandosi ad un vissuto che le compagne/i non hanno diritto sia loro svelato. C’è chi può dire “sono fatti suoi”, ma si può anche avvertire la sensazione che qualcosa non quadri e che sia necessario porvi rimedio. Questo, a volte difficile, tentativo di fare chiarezza (utile di fatto tanto ai compagni/e quanto per chi, se è in buonafede, l’ha provocato) può venire liquidato da alcun*e/i quale “chiacchiericcio alle spalle” o “paranoia militante”, anche quando le modalità per ricostruire i contorni oggettivi della faccenda sono stati tutt’altro che superficiali e si sviluppano grazie a quella sana pratica del confronto collettivo che per alcune/i pare sempre più spesso essere invece diventata un’inutile e fastidiosa perdita di tempo. Come per altre faccende, siamo convinti che nella miseria dei tempi in cui viviamo, proprio di confronto a più voci ci sia bisogno per fare fronte ai piccoli e grandi problemi in cui possiamo incappare.

Si tratta di elementi che presi singolarmente possono dire tutto e nulla dei motivi o delle finalità che spingono una persona ad assumerli, ma che certo non si possono considerare segnali di limpidezza nel modo di relazionarsi tra compagne/i, e non solo, e che giustamente possono generare diffidenze che, se è in buonafede, la persona che assume tali comportamenti è tenuta a dissipare con le compagni/e che frequenta. Dovrebbe essere un’attitudine a priori, quella di essere chiari con chi si vuole condividere un percorso, ma se questa non c’è e ne viene esplicitamente chiesto conto non sarà certo un’incoraggiante risposta quella di negarsi al chiarimento. Relazionarsi con correttezza significa anche aver trovato nei compagne/i con cui si sceglie di condividere un percorso l’ambito a cui affidare il proprio vissuto, comprese eventuali “ombre” del passato, perché questi/e compagne/i possano valutare se sono o meno disponibili a questa condivisione.

Infine, un atteggiamento “riservato” su di sé e sui propri trascorsi può essere comprensibile e rispettabile per qualcuna/o che deve sottrarsi ad un’identificazione da parte della Legge, non certo per chi fa il misterioso con le compagni/e ma si espone senza problemi in iniziative e attività evidentemente monitorate dai tutori dell’ordine.

Può capitare, e capita da queste parti da ormai diverso tempo, che un singolo individuo possa raccogliere su di sé gran parte di queste spiacevoli caratteristiche comportamentali e per quanto sia innata in noi la consuetudine a non mettere per scritto nomi e cognomi altrui, siamo sicuri che la persona in questione e chi ha avuto, ha o avrà contatti con tale persona non avrà problemi a riconoscersi o riconoscerla.

Sia ben chiaro, qui non si tratta di voler allestire un processo in assenza del diretto interessato, ma di tracciare attraverso il confronto tra compagne/i, un possibile metodo per affrontare situazioni del genere e di invitare quindi chi legge questo testo a rifiutare comportamenti che non devono fare parte degli ambienti a cui si dedica la propria partecipazione ed il proprio impegno.

Certo, non sono tempi liberi da scorrettezze e comportamenti, anche pesantemente, ignobili tra sedicenti compagne e compagni: spiacevolmente (come si scriveva all’inizio) ne offriamo al lettore qualcun altro su cui riflettere e prendere le proprie decisioni in merito. Certo, anche la facilità con cui alcune/i compagne/i hanno affidato e socializzato il proprio personale-politico, consegnato supporti informatici e ancora peggio dato credito alle affermazioni di uno sconosciuto rispetto a quelle di compagni di comprovata fiducia ci deve fare riflettere.

Noi ci abbiamo riflettuto, magari con evidenti limiti e con una tempistica che potrà risultare eccessivamente lenta e abbiamo preso le nostre decisioni tra compagni/e che, pur nella diversità dei propri percorsi e delle proprie impostazioni teoriche e ideologiche, si riconoscono parte di una comunità che aspira ad una trasformazione radicale delle proprie esistenze e delle relazioni sociali (intese in ogni loro aspetto) presenti nei luoghi in cui si interviene, e che prova ad agire di conseguenza.

Comportamenti del genere, aldilà di qualunque obiettivo veicolino o qualunque disagio umano possano nascondere, sono da tenere lontani dalle relazioni, dai percorsi che costruiamo nel campo della nostra quotidianità. Quotidianità che è fatta sì di lotte, di progetti politici, ma anche della ricerca di chiarezza e fiducia nei rapporti che intrecciamo con chi ci sta attorno.

alcune compagne e compagni tra Torino e vallate alpine