Scritto di un compagno attualmente in Siria

riceviamo e diffondiamo:

Sulla richiesta di carcerazione emessa qualche giorno fa nei miei confronti dalla procura di Torino.
Scrivo queste righe, per cercare di rispondere ai compagni e alle compagne e ai tanti che mi hanno chiesto del perché a Marzo ho violato le misure cautelari per unirmi allo Ypg.

Come molti sapranno, il 9 Febbraio 2018, insieme ad altri 5 compagni mi è stato applicato il divieto di dimora da Torino e l’obbligo di firma quotidiano, mentre un altro compagno di Saronno veniva arrestato.
I fatti contestati risalgono al saluto del 31 Dicembre davanti al carcere di Torino.
Si sa, la procura di Torino negli ultimi anni, ha aumentato il proprio lavoro repressivo contro chi lotta e decide di non chinare la testa.
Personalmente, ancora prima di essere colpito dalla misura cautelare, avevo già deciso di ritornare in Siria, avendo già una volta rinviato il viaggio per motivi di salute. Questa volta non volevo farmi scappare la possibilità di ritornare, quindi a fine marzo sono partito da Torino per tornare qui in Siria.
Volevo essere di nuovo qui in prima persona per difendere una rivoluzione che si basa sull’uguaglianza di genere, sulla fratellanza fra popoli e sull’ecologia. Qui in Siria avevo trascorso già 9 mesi nello Ypg, mesi fatti di gioie e dolori, perché la rivoluzione, ma sopratutto la guerra, con sè portano molte contraddizioni, a volte molto dure da digerire. Ma nello Ypg e qui nel Rojava queste contraddizioni si combattono giorno dopo giorno e non ci si gira mai dall’altra parte.
Ero consapevole dei rischi che correvo, immaginavo che la procura di Torino avrebbe inasprito le misure, e infatti qualche giorno fa ha deciso per la custodia cautelare in carcere. Non volevo più attendere la possibilità di far parte di una rivoluzione, un’occasione del genere succede solo poche volte nella vita. Invece finire in carcere purtroppo non è così difficile, e quando porti avanti delle lotte metti in conto di essere arrestato e di essere colpito dalla repressione. La giustizia non si dimentica mai dei conti in sospeso. I tribunali e le procure esistono solo per formalizzare la repressione portata avanti dalla polizia, contro chi decide di lottare e di non chinare la testa. Non mi meraviglio di finire in carcere, e rifarei la scelta che ho fatto, poiché nessun tribunale poteva fermare la mia voglia di essere qui.
Non ho assolutamente nessun rimorso.
Non ripongo nessuna fiducia nei tribunali, luoghi nati per decidere chi deve finire in carcere o meno, oppure chi è innocente o colpevole.
Quando deciderò di tornare, affronterò a testa alta la giustizia che vuole presentarmi il conto. Non mi aspetto alcun benestare, tanto meno dai vari giudici, pm e gip.
Affronterò la giustizia con lo stesso spirito con cui sto affrontando la rivoluzione, senza vittimismo e soprattutto con il sorriso in faccia.
Si sa, quando si decide di lottare e di lanciare la propria vita oltre l’ostacolo si è pronti a tutto.
Adesso mi godo la mia libertà e la rivoluzione in cui ho deciso di partecipare ed essere parte attiva. Mi piace vivere il presente per costruire e vivere una vita degna, non mi piace attendere, lotto adesso per un mondo migliore.
Se non ora quando?
Ci vediamo presto, dall’altra parte della barricata.

Evin şoreş e,şoreş Azadi

L’amore è lotta, la lotta è vita.

Pachino Azadi.
Combattente italiano del Tabur Enternationel dello Ypg.