Notre-Dame-des-Landes – Qui giace un cadavere

Dopo anni di lotta, lo Stato francese ha ufficialmente annunciato il 17 gennaio 2018 l’abbandono del progetto di costruire un nuovo aeroporto sul sito di Notre-Dame-des-Landes, a favore dell’espansione di quello già esistente alla periferia di Nantes. Alla fine si vedrà tutta la portata del famoso «e del suo mondo», brandito come un totem rassicurante e quasi auto-operante all’interno della lotta, affinché la questione non si riduca alla mera difesa di un territorio in pericolo, ma alimenti una critica contro tutto ciò che permette a questo genere di nocività di esistere.
Gli occupanti continueranno la loro battaglia prolungandola al nuovo allargamento designato, in nome del Né qui né altrove? La estenderanno ad altre grandi nocività, come quelle relative a Nantes metropoli (Technocampus Alimentation, zac di Pirmil-Les Isles, costruzione di una nuova prigione a Bouguenais, installazione di 95 telecamere di videosorveglianza con creazione di un “Centro di supervisione urbana” che collega Nantes, Rezé e Vertou…), o quella del mega-progetto di 80 turbine eoliche offshore al largo di Saint-Nazaire? È sicuramente troppo presto per immaginare quali nuovi orizzonti di lotta saranno abbracciati, da tanto è vasto quel «e il suo mondo», per quanto già si sappia com’è stata celebrata la vittoria sul posto.

Dal 22 al 25 gennaio, su espressa richiesta dello Stato che aveva fissato questo pre-requisito per la prosecuzione dei negoziati sul futuro delle terre occupate, le componenti cittadiniste ed autoritarie della ZAD si sono attivate per liberare la strada che attraversa la zona dai suoi ostacoli di protezione, ma anche per sgomberare manu militari entrambe le capanne collettive che invadevano un po’ troppo la strada. Effettuato il loro sporco lavoro di mantenimento dell’ordine contro gli abitanti che si erano stabiliti lì o che usavano le capanne, hanno restituito il controllo della D281 al potere – curiosa pratica di autogestione per un «territorio liberato» – affinché quest’ultimo potesse ripulire i fossati e spianare gli ingressi dei campi sotto una buona scorta, ma anche per far sfilare la signora prefetto davanti alle telecamere.

I comitati di sostegno, in guardia permanente dopo l’Operazione Cesare del 2012, avevano giurato, sputato e persino tuonato, in caso di sgombero forzato dalle capanne o di conseguente arrivo di sbirri sulla ZAD. Certo, ma la piccola clausola in corpo 6 in fondo alla grrrande mappa stradale collettiva stabiliva che l’allarme sarebbe risuonato solo se le divise fossero state blu, non gialle o nero quechua. Perché è proprio una accozzaglia di associazioni filo-statali, di soldati di stampo leninista e di adepti di un partito poco immaginario ad aver spianato la strada a una nuova occupazione poliziesca che dura ormai da sei settimane (fino a 30 furgoni di gendarmeria mobile), con riprese video, schedature, molestie e sorveglianza con droni, perquisizioni di veicoli e luoghi di vita, e tutto ciò nel bel mezzo della ZAD.
La distruzione delle capanne di zadisti troppo ribelli ai diktat dello Stato come ai diktat dei piccoli imprenditori della lotta per fare spazio alla polizia, che era il prezzo da pagare per questo tentativo di co-gestione della zona tra le autorità dei due lati della barricata, non è un banale episodio di conflitto interno, ma richiede qualche riflessione sulla questione dell’auto-organizzazione e delle sue prospettive.
Uno dei problemi classici che si presentano in ogni lotta specifica è quello del suo stesso progetto, della tensione tra occupazione puntuale intenzionata ad auto-organizzarsi per partire all’assalto del mondo che la circonda in mezzo a mille altre iniziative decentrate, e installazione permanente che finisce per concentrare forze solitamente incompatibili proiettandosi come oasi sperimentale di alternative più o meno radicali. Prima o poi, questa insostenibile contraddizione tra alternativa nel ed offensiva contro l’esistente finisce col venire allo scoperto, sia che aumenti la pressione poliziesca (con le consuete prese di distanza mediatiche da attacchi e la denuncia dei radicali), o al contrario sotto il peso della possibilità negoziata di normalizzazione (con la tradizionale epurazione degli elementi incontrollabili).
Ciò che è da rimarcare in quanto sta accadendo nella lotta di Notre-Dame-des-Landes, quindi, non è tanto che i cittadinisti non abbiano atteso neanche una settimana per brindare letteralmente con la signora prefetto e il generale dell’esercito direttore dell’intera gendarmeria, ma che il giorno prima proprio i sostenitori incondizionati della composizione con tutti siano stati i più zelanti nel distruggere una delle due capanne e nel buttarne fuori gli occupanti saliti sul tetto. Quando comporre significa negoziare con lo Stato a fianco di sindacati e rappresentanti eletti, quando comporre significa in un momento cruciale della lotta scegliere il campo dell’ordine contro le minoranze refrattarie a qualsiasi normalizzazione, ciò rivela in realtà solo il vero significato di questa parola elastica: collaborazione con il potere in carica. Questo genere di convergenza di fatto tra potere e contropotere, tra costituenti e destituenti, non è il semplice risultato di una situazione d’emergenza o di panico, ma piuttosto la conseguenza di una logica presente nel concetto stesso di composizione. Consentendo agli autoritari di ogni genere di organizzarsi fra loro in caso di necessità, essa funziona naturalmente anche a spese degli anti-autoritari, i cui stati d’animo sono troppo esigenti e non abbastanza realpolitik.
Strutturalmente, il concetto di composizione in effetti non è altro che la declinazione all’interno del principio militare di alleanza verso l’esterno. Se il secondo si applica tra nemici fino al giorno prima inconciliabili e l’indomani di nuovo in guerra, il primo si riferisce ad avversari all’interno di uno stesso campo, capaci di convivere senza distruggersi o escludersi, mettendo da parte le loro visioni opposte e concentrando temporaneamente le loro forze sul nemico comune. In entrambi i casi, ciò presuppone una notevole capacità di sradicare l’unicità di ogni individuo e la singolarità delle proprie idee, oltre alla molteplicità delle loro associazioni possibili, al fine di guidare truppe variegate perché marcino allo stesso passo al servizio di un’entità superiore (il partito, l’assemblea, il collettivo, il popolo, il movimento di lotta).
Al di là del fatto che Tizio sia simpatico o meno, la composizione è una logica di fondo che mette al bando ogni etica a favore dei calcoli della politica. È una tecnica alternativa di gestione dell’ordine e di organizzazione della confusione per cercare di neutralizzare gli antagonismi irriducibili che possono covare all’interno delle lotte: tra ristrutturazione e distruzione dell’esistente, tra negoziazione col potere e azione diretta contro il potere, tra contro-perizia scientifica e rifiuto della specializzazione come della delega, tra accettazione di partiti e sindacati ed autorganizzazione senza mediazioni, tra presenza di giornalisti e rifiuto di qualsiasi rappresentazione, tra autorità e libertà. Non è un caso che la modalità della composizione convenga particolarmente agli autoritari, con la loro nozione quantitativa di una forza concentrata e più manovrabile piuttosto che sparsa e più autonoma, con il loro senso tattico del vento e soprattutto con la loro ossessione di scollegare i mezzi dai fini (da qui, per esempio, la loro mancanza di scrupoli nell’usare i professionisti della menzogna di massa cui consegnare il loro messaggio; la loro facilità di dichiarare una cosa davanti alla giustizia e il suo contrario davanti ai loro sostenitori solidali; o la loro abilità di contattare la sinistra di potere). In questa logica da ragionieri, non è comunque più questione di prospettive autonome e di idee sovversive da difendere qui e ora incarnandole nella propria stessa vita, ma solo di situazioni strategiche da organizzare e gestire, ovvero da disciplinare e rendere governabili, ovviamente in nome dell’efficacia della lotta di cui alcuni esseri per forza di cose illuminati detengono le chiavi. In questa logica di decisioni maggioritarie, di compromessi tattici e di comuni superiori, naturalmente è ancor meno questione di vaste costellazioni di gruppi di affinità auto-organizzati in maniera informale, che diano una dimensione qualitativa e dissonante alla forza. Una dimensione in grado di far vibrare pienamente il famoso «e il suo mondo» in una prospettiva anarchica, con da un lato una critica rivoluzionaria che tenta di includere tutto ciò che consente alla nocività in questione di esistere, e dall’altro una metodologia che tenta di alimentare le ostilità affinché dall’ambito iniziale della lotta, una nocività particolare, possano esplodere momenti insurrezionali che la superino.
Per quanto in questi ultimi tempi la memoria tenda ad essere seppellita sotto il flusso di comunicati vittoriosi che promettono inoltre l’ingresso delle terre occupate in un quadro normativo, nessuno può tuttavia dimenticare il fatto che numerosi attacchi e sabotaggi hanno potuto sbocciare con ben altre prospettive in zona contro il mondo dell’aeroporto (per non parlare delle decine di azioni solidali altrove o dei momenti di scontro con la sbirraglia), e questo fin dalle prime offensive della lotta.
Così è stato con l’opposizione alle opere preliminari (picchettaggi e trivellazioni geo-tecniche, sistemazione delle strade d’accesso) o agli ufficiali giudiziari nel 2010, con l’occupazione-devastazione di una parte dell’attuale aeroporto di Nantes Atlantique a Bouguenais nel luglio 2011, con il sabotaggio del cantiere di ampliamento a quattro corsie della Sautron/Vigneux-de-Bretagne nel maggio 2012, con l’incendio del macchinario tramviario a Nort-sur-Erdre nel novembre 2012, con l’incendio dell’auto del sorvegliante di Vinci a Fay-de-Bretagne nel novembre 2012, col sabotaggio in massa di sette pali elettrici sul tracciato della futura tangenziale nel marzo 2013, col sabotaggio a tre riprese di ripetitori di telefonia mobile a Vigneux-de-Bretagne nel luglio, settembre e ottobre 2014, o con la devastazione della stazione Total a Temple-de-Bretagne nel febbraio 2016. Altre possibilità hanno potuto dispiegare le loro ali nell’attacco di biologi (venuti a studiare il tritone marmorato a Vigneux-de-Bretagne, nell’aprile 2015), di residenti collaborazionisti (capannone e fienile di un contadino ostile incendiato a Vigneux-de-Bretagne nel novembre 2012, devastazione della casa degli sposi Lamisse nel gennaio 2016 a Notre-Dame-des-Landes), di giornalsbirri (piede di porco contro le automobili di France 3 nell’ottobre 2016), o di politici (auto di France Bleu Loire Océan e Mélenchon sporcate di merda nel marzo 2017).

Per rannicchiarsi all’interno dell’esistente, l’opzione riformista è senza dubbio la migliore ed i sostenitori della conflittualità alternata dispongono di una lunghezza d’anticipo storico in materia di integrazione e di recupero delle lotte. Quanto agli altri, resta sempre un mondo intero da attaccare, in cui le possibilità autonome di affinità sperimentate a scapito dei compositori e dei loro alleati, a partire da e intorno alla lotta contro questo aeroporto, sono sempre vive.
A Notre-Dame-des-Landes giace un cadavere: quello di una composizione in buona e dovuta forma che ha definitivamente chiarito, una volta messa alle strette, sia con chi (lo Stato) e sia contro chi (gli incontrollabili) voleva costruire il suo piccolo mondo opportunista, ma anche quale sia il prezzo da pagare quando si lascia fare politica in pace agli autoritari organizzati in maniera più o meno visibile. È una buona notizia, perché il fetore sempre più insopportabile di questo cadavere apre mille altri sentieri. E stavolta, verso una libertà in atti.