No a Tap, per bloccare tutto!

Da alcuni anni a questa parte ormai la questione Tap è balzata agli onori delle cronache.

Esattamente dal 2013, quando il consorzio Tap è stato scelto per la realizzazione di un gasdotto  attraverso Turchia, Grecia, Albania, Mar Adriatico fino all’Italia con approdo in Salento, per collegarsi a un altro gasdotto, il Tanap, che unisce la Turchia all’Azerbaigian (dove si trovano i giacimenti di gas naturale), per diventare infine Snam, risalendo lungo la dorsale appenninica italiana – la cosiddetta “rete Adriatica” – fino all’Austria.

Migliaia di chilometri di tubi, alcune centrali di pressurizzazione e depressurizzazione del gas, pozzi di spinta, microtunnel per collegare la terraferma al mare, cavi di fibra ottica per tutto il tracciato, cantieri che distruggeranno pezzi di paesaggio e ambienti locali, forti rischi di incidenti ed esplosione, inquinamento atmosferico, mezzi pesanti che percorreranno le strade per anni, aumento esponenziale della quantità delle forze di polizia, trasformazione industriale dell’economia di un territorio e conseguente perdita delle possibilità che le persone che li abitano possano scegliere di darsi. Ce lo ha mostrato l’Ilva di Taranto, a pochi chilometri da Lecce e da Melendugno, dove il gasdotto approderà. Presentata negli anni Sessanta come avanguardia del progresso, l’Ilva, il più grosso impianto siderurgico europeo, ha lasciato dietro di sé solo il deserto, animato da un alto concentramento di tumori e malattie e nessun’altra possibilità di sopravvivenza compatibile con l’impianto. Da alcuni anni a questa parte ciò sta accadendo anche nella provincia di Lecce. L’affare Xilella e il disseccamento degli ulivi, con il grave sospetto, affermato addirittura dalla magistratura, che tutto sia iniziato e continui al fine di favorire le grosse multinazionali agro-farmaceutiche, quali Monsanto, Bayer, e altre, insieme al gasdotto Tap, dà l’idea di un tentativo di trasformazione radicale di un territorio, probabilmente ritenuto poco produttivo da un’economia abituata a sfruttare ogni centimetro quadrato sfruttabile. Il recente decreto del ministro italiano per l’agricoltura che, per arginare la xylella impone un uso massiccio di pesticidi, dai cigli della strada alle campagne, pena multe salate, né è assolutamente una conferma. Le cosiddette energie rinnovabili con i loro parchi eolici e fotovoltaici (ed evidente capovolgimento del linguaggio), centrali a biomasse e forte cementificazione e privatizzazione delle coste, queste ultime finalizzate a favorire il turismo, fanno da cornice importante a questo quadro.

 

Energia

Ma se uno sguardo locale può esserci d’aiuto, questo risulta essere assolutamente limitato e limitante se si vuole capire meglio che cos’è il gasdotto Tap, quali sono le sue implicazioni e la sua ragion d’essere, che è principalmente la stessa che afferisce alle fonti che producono o trasportano energia. Questa società o questo sistema, che tanti considerano inseparabile dall’apparato Stato, dagli apparati burocratici internazionali e da quelli economici che dettano le regole a livello finanziario globale, è fortemente energivoro e lo sarà sempre di più, e basta poco per rendersi conto di quanto questa riflessione sia imprescindibile. Due esempi su tutti ci dimostrano quanto la necessità di energia sia ritenuta irrinunciabile e, per questo, considerata strategica, primaria.

Che l’economia capitalista si alimenti attraverso la guerra non è un fatto nuovo. Le guerre spesso vengono scatenate proprio per dare nuova linfa ad economie statali in crisi, attraverso la produzione di armi e macchine belliche. Oppure è proprio la ricerca, il possesso, la gestione di fonti energetiche fossili a dettare il calendario di qualche guerra. Si veda ad esempio quanto accade in Siria, dove esistono proprio grandi giacimenti di gas naturale e dove da tempo la popolazione viene martoriata in una guerra dimenticata. Qualunque siano le ragioni che alimentano un conflitto bellico e la conseguente dose di morte e devastazione che si porta dietro, esso non può avvenire senza un utilizzo impressionante di energia. Il consumo di un solo caccia bombardiere (un caccia F-15 consuma 7000 litri di cherosene all’ora) può dare un’indicazione significativa.

Altro esempio è quello della tecnologia in riferimento all’approvvigionamento di fonti energetiche che, inutile dirlo, non si sostituiscono le une alle altre, ma si sommano. Le fonti rinnovabili ad esempio non rappresentano un’alternativa alle fonti fossili ma sono ad esse complementari nella proliferazione e nella gestione di questo mondo.

La tecnologia ne è ormai il pilastro portante. E sono note le analisi su implicazioni, conseguenze, problematiche, irreversibilità, sia per la natura e sia per le persone, da un punto vista ambientale e forse soprattutto sociale. Le città, con il modello smart cities, saranno sempre più centri pulsanti della connessione e della comunicazione veloce, oltreché del controllo di ogni aspetto della vita quotidiana. Nel 1800 fu l’introduzione dei codici come modelli normativi a dare all’organizzazione sociale chiamata Stato la sua intromissione in ogni aspetto della vita del cittadino. Oggi i codici che controllano tutto e tutti sono gli algoritmi informatici. Ad essere in pericolo in effetti, in una società totalizzante e livellante, omologata, rigida, incasellata, sotto controllo, sono le stesse pulsioni, emozioni, capacità, pensieri. E ciò lo stiamo vivendo già con il dilagare dell’utilizzo degli smartphone, strumenti fondamentali anche di una smart cities. Per permettere la produzione, la vita e lo smaltimento di milioni di smartphone, così come per alimentare una smart cities o una qualunque città con il suo fabbisogno tecnologico, oppure per alimentare un server informatico è necessario un approvvigionamento di energia imponente e quindi è necessario incidere sulla natura, devastandola, realizzando qualche gasdotto o qualche parco eolico, oppure estrarre ancora delle fonti fossili. Se a tutto ciò si aggiunge l’energia necessaria alla produzione di una quantità sproporzionata di merci, e alla loro distribuzione, il quadro risulta essere ancora più chiaro.

Per questo non può che essere una favola quella della sostenibilità delle fonti energetiche o di una green economy che salvaguarda l’ambiente. Niente è sostenibile con questo modello sociale, si tratta semplicemente della gestione di una catastrofe.

 

Internazionalizzare la protesta

A cosa può servire quindi opporsi ad un gasdotto.

Come è possibile affiancare un’opposizione nei confronti di una nocività specifica ad un’opposizione più generale. Come fare a coniugare un’opposizione che spesso rischia di impantanarsi nella difesa di un lembo di terra, con l’attacco a questo mondo. Come fare a rendere l’opposizione al gasdotto Tap un’occasione per mettere in discussione molto altro.  Per autorganizzarsi, per guardare oltre il proprio giardino, per prendere consapevolezza, per andare oltre il riformismo e l’educazione statale, per riflettere sulla necessità della violenza da un lato e sulla società dello spettacolo dall’altro. Per tralasciare gli orpelli e i dispositivi di una vita ingabbiata e andare verso l’incertezza dell’immaginario.

Gli strumenti di cui ci siamo dotati sono stati il rifiuto costante della delega, la critica dell’opposizione riformista e dello Stato, l’orizzontalità. E questi strumenti sono stati necessari negli anni per portare avanti un discorso di controinformazione costante e coerente e azioni di disturbo; nel corso degli anni, inoltre, sono stati compiuti alcuni sabotaggi anonimi. La ricerca del nemico, con tutte le sue ramificazioni, ha consentito di stilare una lunga lista di contrattisti e appaltanti di Tap, a cominciare dal suo azionariato fino alle ditte locali vendutesi per un piatto di lenticchie.

Questa è sicuramente una possibilità che può internazionalizzare l’opposizione al gasdotto Tap e renderla più insidiosa e generale. Anche perché tra i contrattisti non vi sono solo le più grandi multinazionali che si occupano di oil e gas come Eni, Saipem, British Petroleum, Snam e compagnia bella, ma anche aziende come Siemens, che si occupa di smart cities, Honeywell e Himachal che si occupano di fibre ottiche, robot, alta tecnologia.

Il collegamento necessario con la guerra è l’altro aspetto che permette di dare all’opposizione a Tap un respiro internazionale, che faccia guardare, ad esempio, a quelli che sono gli interessi di Eni nel mondo che, con la sua sottoposta Saipem, sta realizzando in Salento il pozzo di spinta, fase preliminare alla realizzazione del microtunnel. Oppure  permette di comprendere il peso geopolitico di un gasdotto che attraversa anche la Turchia con le sue mire espansionistiche e le sue responsabilità nel massacro dei Curdi.

Ma internazionalizzare può voler dire anche contribuire a rompere con la normalità del controllo, della sicurezza, di una vita irreggimentata. E ciò è possibile grazie al grande limite che una struttura sociale come quella in costruzione si porta dietro. La ramificazione degli apparati tecnologici è il punto debole del nuovo impero. La fantasia e l’imprevedibilità dell’azione possono essere ingredienti molto importanti in questo senso.

Questa può essere la differenza da cogliere per sottrarre linfa ed energia a questo mondo.

 

Tra insurrezione e rottura

Nel momento in cui una nocività, una devastazione ambientale incombono possono accadere molte cose. Può accadere che la protesta si generalizzi, che molte persone si coinvolgano e tentino di opporsi al nuovo mostro che si palesa davanti. E ciò è accaduto esattamente nel marzo 2017 in Salento, quando un fatto banalissimo, il blocco dei camion che trasportavano alberi espiantati da Tap per realizzare il cantiere, ad opera di otto manifestanti che si sono seduti per terra, è stata la scintilla che ha infiammato la protesta. Nelle settimane seguenti si è potuto sperimentare qualcosa di nuovo su un territorio da troppi anni sonnolento e immobile. Centinaia di persone si sono messe in mezzo in prima persona per bloccare i camion, per impedire a Tap di andare avanti con i lavori, affrontando la polizia, discutendo, riflettendo anche su altro e mettendo in moto la fantasia. La rabbia, per una volta, ha preso il sopravvento sulla vita mercificata e alienata. E in fondo, per chi scrive, non ha importanza se la motivazione principale sia stata la difesa della propria salute o della propria terra, la reazione per l’ennesima opera imposta o il legame con gli ulivi, espiantati a centinaia. Le possibilità che in una situazione di quel tipo potevano svilupparsi erano comunque un pericolo per l’ordine costituito che, naturalmente, ha cercato di far rientrare la situazione con i metodi classici della repressione e della criminalizzazione, fino ad arrivare alla istituzione di una zona rossa con cancellate e filo spinato, check-point e presenza massiccia di polizia.

Ma non è solo lo Stato ad essere intervenuto, ma anche decine e decine di militanti, riformisti, pacifisti e organizzatori di ogni specie che, alla spontaneità di una protesta, hanno cercato di dare una forma organizzata; all’orizzontalità dell’agire hanno sostituito lo specialismo. Tutto ciò, insieme ad altri elementi quali dissociazioni e inesperienza, hanno smorzato e forse affossato quell’occasione.

Infatti la realizzazione della zona rossa ha insinuato esattamente ciò che il Potere voleva insinuare. La paura verso ciò che viene considerato più forte, uno Stato con i suoi apparati di polizia che mostrano i muscoli e la rassegnazione verso un’opera ormai in fase di realizzazione.

La rabbia purtroppo non ha avuto la meglio e naturalmente il percorso è diventato tutto in salita.

Chi, però, ha sempre considerato il gasdotto Tap solo come una parte della sua opposizione non ha avuto di che mortificarsi. Se la rabbia è stata in parte accantonata e l’indifferenza ha preso il sopravvento, se le istituzioni e la multinazionale hanno alzato il tiro, dato l’interesse enorme che hanno nella realizzazione di questo gasdotto, niente in fondo è perduto.

Se Tap cerca di inserirsi nella società e se i più non la percepiscono come un problema, allora Tap diventerà un problema per tutti. È sotto questo auspicio che pensiamo sia necessario bloccare tutto e rompere la normalità che ci attanaglia. Ed è sotto quest’ottica che sabotare, bloccare, distruggere,  essere spine nel fianco, crediamo possa essere un metodo di intervento che si può estendere, contro Tap e contro questo mondo.

Alcuni nemici di Tap, maggio 2018

Articolo pubblicato su “L’urlo della terra” n. 6 luglio 2018

fonte: tiltap.noblogs.org