Nazisti. Punto.

riceviamo e diffondiamo:

NAZISTI. PUNTO.

Ci sono fatti così eloquenti che ogni commento su di essi mi pare superfluo nel voler tracciare uno spartiacque tra coloro che, assistendovi, ne danno un giudizio.
L’esempio di alcuni suprematisti bianchi (che vi si autodefiniscano o meno poco importa) che sparano, a volte con armi vere che possono uccidere altre volte con armi da sof-tair che possono ferire e sicuramente spaventare, a degli individui neri in quanto neri, è un esempio di questa eloquenza.
Gli aggressori, bianchi, spesso sono oltretutto dichiaratamente nazifascisti (come nel caso di Macerata quest’anno e di Firenze anni fa), ossia appartenenti a gruppi o partiti che in Italia, oggi, sono in rapida affermazione politico-culturle.
Di fronte a questo, che è il nazismo (qualcuno in tempi non sospetti definì il nazismo “la frase fatta, fatta azione”; ossia tutti quei beceri discorsi da bar che si concretizzano) tutte/i coloro che sostengono o giustificano atti del genere per quanto mi riguarda sono semplicemente dei nazisti.
Punto.
Coloro che “postano” su dei social network immagini di militari coi lanciafiamme che inceneriscono i nemici per dare una propria opinione su una fiaccolata contro il razzismo come li/e si può definire?!
Non c’è tanta retorica da sprecare sulla manipolazione massmediatica delle coscienze (che certo ha un suo peso visto che dopo un articolo di venti righe sugli agguati seguono pagine e pagine di tabaccai aggrediti “dall’odio immigrato”) se un individuo, lucidamente, giustifica delle aggressioni, a volte mortali (come Firenze) o potenzialmente tali (come Macerata) perchè “non se ne può più”.
Se si è così meschine/i e stupide/i e cattive/i (sì, utilizzerò proprio questa parola, perchè la cattiveria ha un suo precipitato laico nella realtà, che è il mondo oppressivo che viviamo ogni giorno) da incolpare della propria condizione di miseria i/le più miserabili ed emarginati/e del pianeta invece che i/le potente/i, le/i ricchi/e, i/le guerrafondai/e, allora non c’è nulla che io possa dire, scrivere o dipingere che farà loro cambiare idea.
Questa stupida perfidia endemica, che ha nomi e cognomi e sedi fisiche nella sue manifestazioni più alte e pericolose (Forza Nuova, Salvini, PD, Casa Pound, Comitati antidegrado di ogni città etc etc etc) c’è chi la vorrebbe arginare con tanta pazienza e controinformazione.
Io credo più nell’unione di quei pochi individui non ancora sottomessi al dominio delle coscienze che sa identificare i responsabili reali del proprio malessere in questa società ed attaccarli.
Credo nell’intercettare complicità e sì, credo nel dialogo, ma solo con coloro che non porranno come conditio sine qua non per entrare in contatto l’adesione alla narrazione generale del “sì, va beh, chi lavora ok, ma sono troppi!”.
Se non si ridiscute il fulcro del pensiero occidentale odierno, che è essenzialmente colonialista, patriarcale (“giù le mani dalle nostre donne!”) e razzista, non ci possono essere punti di contatto.
Come credo non ci possano essere punti di contatto tra chi vuole solo una tranquillità meglio governata (il governo giusto, la legge giusta, la società giusta) e chi anela alla libertà e perciò nulla ha a che spartire con i riformatori di questo esistente, ma solo con chi lo diserta o lo attacca.
E non parlo qui di dissertazioni su testi accademici sulla banalità del male, parlo di emozioni, di pelle, di sangue che freme di fronte all’ingiustizia, di rabbia per la frustrazione e la repressine quotidiana che in qualche modo si deve esprimere per non essere deleteria per noi stesse/i, ma che si esprima contro dei nemici, non contro dei capri espiatori o contro le/i nostre/i stesse compagne/i di viaggio.
A Forlì la notizia del tabaccaio picchiato da un rapinatore ha presto fatto da giustificazione in toto delle aggressioni razziste avvenute ai danni di una ragazza e un ragazzo di pelle nera pochi giorni prima.
La fiaccolata di cui sopra, promossa da tutta la classe dirigente e leccapiedi annessi che deve strizzare un sinistro occhio a quell’elettorato ancora di buon cuore che garantisce loro poltrone in Romagna dal 1947 ad oggi, è semplicemente vomitevole e fa parte del problema razzismo, non della soluzione antirazzista.
Il razzismo di sinistra che parla di integrazione con le galere (loro hanno fondato i CPT mentre bombardavano la Jugoslavia, non dimentichiamolo mai) e di cultura con il lavoro volontario obbligatorio (Orwell ringrazia delle continue citazioni).
Il razzismo che fa da contro-altare democratico a quello col cazzo duro e col coltello, che adesso sta al governo.
A Forlì la situazione di razzisti che si organizzano e di notte e vanno a gambizzare (per ora simbolicamente, ma fino a quanto?) fa più scalpore che a Latina dove è accaduta la stessa cosa poco dopo o del ragazzo ammazzato a Rosarno il 2 giugno scorso, perchè là, in quelle realtà lontane dalla grassa e rossa Emilia-Romagna la democrazia non è così forte e indiscussa.
E dico questo consapevole che la democrazia è sinonimo prima di tutto di monopolio legittimato della violenza (polizia, carabinieri, esercito).
Ma lo Stato può dormire sogni tranquillissimi fino a che la violenza si rivolge agli sfruttati, alle/i sacrificabili, alle ribelli, come sempre d’altronde accade quando si parla di violenza fascista.
L’altra faccia della medaglia è che gli sfruttati, le sopravvissute, gli/le attaccate/i per essere più democratiche/i, più civili, più benvolute/i dalla società civile che le/i accoglie, si sforza fino al midollo di essere (o apparire) più innocue/i possibile, più non-violente/i possibile, più sottomesse/i possibile: più legali e democratiche/i possibile insomma.
Credo che a questo proposito non possa non tornare alla mente l’episodico delle famigerate fioriere di Firenze, rotte da qualche arrabbiato dopo che gli era stato assassinato un fratello e divenute la vera prima notizia del giorno, invisibilizzando completamente l’ennesimo omicidio razzista.
Ai/lle  bianchi/e che “non se ne può più!” è legittimato (implicitamente o spesso esplicitamente) sparare, accoltellare, investire, pestare sul bus un/a nera/o, ai/lle neri/e che “non se ne può più!” l/ei si mette in croce se spaccano un vaso.
La violenza non è neutrale, mai, per questo parlare della sua correttezza o scorrettezza in termini assoluti è fuorviante oltre che inutile.
E rinunciando alla violenza, ossia all’autodifesa in questo caso, i/le sopravvissute/i si feriscono tre volte: col proiettile del nazista, con la legge dello Stato che facendoli/e imputate/i si inserisce ancora più prepotentemente nella loro intimità, e dalla dignità tradita che dentro noi stesse/i muore quando rinunciamo a decidere ed agire per conto nostro e riappropriarci della forza sottratta dalla violenza subita.
E questo rifiuto in toto della violenza, come se fosse quel vortice che i preti e il mondo new age ci hanno insegnato a ripetere come un mantra “genera solo altra violenza” investe anche i/le solidali/e antirazziste,
Cortei silenziosi, fiaccolate, flash mob, mani alzate contro bastoni spianati dei nazi in strada.
Sicuramente anche le partigiane i partigiani non erano degli/lle adulatori/trici della violenza, ma hanno dovuto sparare a tirar bombe; certamente le guerrigliere Kurde avrebbero tanto di meglio da fare che allenarsi a sparare con un AK-47, certamente tante donne farebbero a meno dei corsi di autodifesa ma gli uomini stuprano.
La realtà di questo mondo è violenta. Le oppressioni che tutte/i agiamo e subiamo si concretizzano con violenza: emotiva, psicologica, fisica.
Se i nostri privilegi di bianchi/e, occidentali ci tiene (ancora) al sicuro da bombe che piovono dal cielo e nazisti che ti accoltellano su treni, non è detto che le cose non debbano tracimare in una caccia alla lesbica, all’anarchico, a* divers* da tutto ciò che è “norma” per la cultura di massa italica  reazionaria che, guarda caso, oggi si impersonifica nel ministro dell’interno.
A Forlì il carrozzone della non violenza è già bello che avviato e farà il suo sudicio lavoro di contenzione della rabbia a riassorbimento del conflitto che sa ben fare.
E in tutto questo a nessuna/o sembra venir in mente di andare a puntare il dito contro i Leghisti che quotidianamente incitano all’odio razziale, alle ruspe, al fuoco o al negozio di soft-air a Forlì che ha in vetrina le magliette della X-MAS e la bandiera con “Memento Audere Semper” attaccata dietro al bancone.
O ai negozi di San Marino, che è qui, a mezz’ora di macchina da Forlì, che per la stragrande maggioranza vendono armi (vere o riprodotte) e straboccano di accendini del duce e pugnali con nell’elsa scolpita la svastica della gioventù hitleriana.
E non sia mai che torni in mente che  a Predappio ci sono negozi che da trent’anni seminano l’odio razziale e l’ideologia fascista in tutta Italia col plauso della sinistra e le strette di mano dei/lle commercianti predappiesi che reputano le orde di nazi che si riversano nel paese “solo turisti”.
Non bisogna aver vinto un Pulitzer per sapere queste cose; non bisogna avere chissà che coscienza rivoluzionaria per rendersi conto dell’assurdità faziosa dei mass media, non ci vogliono delle lauree in scienze umane per accorgersi che l’abisso che ci sta inghiottendo in una strepitosa apatia si nutre della nostra libertà, della nostra critica, dei nostri desideri, delle nostre azioni espropriate di senso e incanalate nella coazione a ripetere della società che produce solo negazione della vita.
E quello che resta sono dei post sui social, l’aperitivo hypster, i morti sotto al tappeto e tanta tanta noia.