Cazzari

Quelli in alto salgono sul palcoscenico tutti i giorni. Quelli in basso, di tanto in tanto. Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa dicano, è credibile quanto la resurrezione di Cristo, quanto la verginità di una pornostar, quanto il pacifismo di un generale. Prendete gli ultimi…

No, così non va. Troppo brusco. Prima di sputare in basso, meglio prendere una boccata d’aria in alto…
«Ho scordato la mia razza. Ho lasciato un Paese in fiamme. Ho scritto l’Odissea. Ho sfidato Amleto in duello. Ho sbancato la Borsa di Tokyo. Ho esplorato pianeti lontani ed ho conquistato Silicon Valley. Ho cancellato il debito del Terzo Mondo. Ho diretto una multinazionale. Sono sceso in piazza a Seattle. Mi sono innamorato di una immigrata clandestina. Sono tornato bambino per cominciare daccapo. Ho fatto un film dove vincono gli indiani. Ho combattuto con i Maori, e nel nemico ho visto me stesso. Ho costruito imperi tecnologici. Ho visto me stesso in migliaia di mondi. E più cose ho visto, più cose sono diventato. Sono diventato milioni di persone che sono Internet assieme a me».
Sono trascorsi quasi vent’anni da quando queste parole uscivano in continuazione da tutti gli schermi del paese. L’alba del nuovo millennio aveva trovato il suo mantra. Il tono secco, declamatorio, ipnotico — vi rammenta qualcosa? — accompagnava un alternarsi di immagini (un santone, un poliziotto, un uomo d’affari, un astronauta, un pastore). No, l’idea non venne partorita da qualche cultore della «narrazione» bensì da un’agenzia pubblicitaria, la quale si era avvalsa della creatività di un regista hollywoodiano per accontentare il proprio cliente, una grande industria italiana di telecomunicazioni.
A noi quelle parole rimasero impresse nella mente. Da un lato proponevano con compiacimento la fine dell’unicità individuale, assieme al suo inevitabile corollario: l’avvento dell’io cangiante e multiplo (temporaneo come un contratto di lavoro, flessibile come un orario di lavoro, adattabile come un dipendente al lavoro). Dall’altro annunciavano l’immensa opera di disincarnazione, di anestetizzazione, a cui le parole si sarebbero trovate sempre più sottoposte per costringerle ad esprimere il contrario del loro significato — come falsi testimoni al servizio della polizia.
È la novità d’un linguaggio destinato a sostituirsi alle cose come agli esseri. Il suo incontestabile deterioramento come mezzo di comunicazione — drammaticamente percepibile nel dilagare del cosiddetto «analfabetismo funzionale» — va di pari passo con la diffusione della rete informatica la cui pretesa universalità mira ad annientare ogni altro modo di relazionarsi. Sotto la pressione della ragione tecnica, il linguaggio diventa gergo funzionale e la parola viene ridotta ad esprimere un contenuto opaco, piatto, standardizzato. Come già prometteva quello spot pubblicitario del 2000, la qualità principale delle nuove tecnologie consiste nella ricomposizione di elementi opposti, il raggiungimento di una condizione in cui tutto convive con tutto. Interscambiabilità che produce insignificanza, ed insignificanza che genera un ordine della promiscuità dove la contraddizione viene sostituita sempre più dalla giustapposizione. Con il flusso continuo di segni disparati che ne consegue si produce un continuo sfaldamento del negativo, poco alla volta più nulla si oppone a nulla. La contestazione diventa una attitudine come un’altra, chiamata non più a mettere in discussione, a criticare per dare vita all’assolutamente altro, ma a partecipare a ciò che è per riconfigurare il medesimo.
Qualcuno l’ha definita «razionalità dell’incoerenza». Essa ha l’effetto di far coesistere pareri o comportamenti per definizione incompatibili, cosa che oggi è abbastanza facile constatare persino in uno stesso individuo. Qui il fanatismo coesiste con l’indifferenza, la preoccupazione di sicurezza con il gusto del rischio, e via discordando. La conseguenza di tutto ciò è la progressiva cancellazione di ogni consequenzialità sensibile, fino all’occultamento del senso stesso della relazione ormai ridotta alla «connessione» o al «copia-incolla». Perché no? In fondo non c’è più nulla di universalmente comune del potere, del denaro e della tecnica. Se esiste davvero una globalizzazione, essa consiste soprattutto nel successo della ragione tecnica di impedirci sempre di più a pensare ciò che viviamo. Una nuova forma di censura basata non più sulla mancanza ma sull’eccesso, che ci minaccia nel più profondo del nostro essere impedendoci di prendere quella distanza necessaria sia per pensare che per sognare. Una «troppa realtà» che sta diventando la nostra sola ed unica realtà, la quale s’impone attraverso un capovolgimento del linguaggio facilitando ciò che si può considerare una vera e propria formattazione del nostro modo di pensare.
Altrimenti, come spiegare l’assenza di ogni critica ed ancor più la soddisfazione generale davanti all’aberrazione di questa «democratizzazione culturale»? Per capire come si tratti di un fenomeno di servitù volontaria particolarmente riuscito, basta osservare figuri e figurine dello spettacolo politico. Cosa si vede?
Cazzari. Quelli in alto salgono sul palcoscenico tutti i giorni. Quelli in basso, di tanto in tanto. Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa dicano, è credibile quanto la resurrezione di Cristo, quanto la verginità di una pornostar, quanto il pacifismo di un generale. Prendete gli ultimi capo-pagliacci di palazzo, ad esempio. Siate sinceri, come avete reagito lo scorso fine maggio quando è nato il governo verde-grillino? Nel ricordare le vecchie parole del vice-premier Luigi Di Maio («Io sono del Sud. La Lega diceva: “Vesuvio, lavali col fuoco”. Io non ho nessuna intenzione di far parte di un movimento che si allea con la Lega») e quelle del nuovo presidente della Camera Roberto Fico («Siamo geneticamente diversi. Un’alleanza fra Lega e Movimento 5 Stelle è fantascienza allo stato puro»), nel rammentare le dichiarazioni di ritorno del vice-premier Matteo Salvini («L’alleanza con 5 Stelle è impossibile, non fanno mai quello che dicono») e quelle del suo collega Roberto Maroni («L’alleanza è una missione impossibile, i due programmi sono incompatibili»), non vi siete rotolati a terra rimanendo quasi soffocati dalle risate? Nel risentire i loro precedenti cori in difesa della rappresentanza tradita («il capo del governo deve essere votato dal popolo»), non vi è salita la nausea? No, è ovvio. Tutto ciò era facilmente prevedibile, scontato, quasi banale. È la politica di palazzo, giorno dopo giorno lo stesso teatrino. Ci siamo abituati, anzi, assuefatti.
Ci abitueremo quindi anche ai cazzari di piazza, anche loro felici di avere una storia da raccontare, alcuni dei quali hanno organizzato per il prossimo fine settimana una esibizione davvero notevole: il “Festival Alta Felicità”, a Venaus, in Val di Susa. Attratto dalla prospettiva di qualche scorribanda ormonale estiva (sesso, droga e rock’n’roll), il pubblico avrà così l’opportunità di assistere anche alla presentazione di libri e a dibattiti.
Il programma di questi «eventi culturali» è tutto una narrazione. Nel corso della tre giorni infatti spiccano autori legati alle due principali scuderie mitopoietiche europee, quella italiana dei romanzieri di Wu Ming (il cui numero 1 è onnipresente) e quella francese dei saggisti del Comitato Invisibile (che predominano nella giornata centrale di sabato 28).
Il pezzo forte di venerdì 27 luglio è un dibattito sul lavoro, ovvero sul più infame luogo comune blandito dalla sinistra. Un’anima bella autrice del libro Non è lavoro, è sfruttamento (titolo di un’idiozia pari a «non è guerra, è massacro»), nostalgica di un’inesistente deontologia della prostituzione salariale ed affranta per le moderne condizioni di sfruttamento che non permetterebbero ai lavoratori di sentirsi «appartenere alla medesima comunità di destino», si confronterà con un ex anarchico finito a fare il megafono per Potere al Pollo dopo essere diventato stalliere di Wu Ming. Il tutto coordinato — a meno di omonimie — da uno degli squatter più amati dagli avvoltoi argentini.
Il giorno dopo, sabato 28 luglio, sarà una vera e propria gara fra miracolati su chi terrà più a lungo il microfono. Non si contano gli affetti dalla malattia infantile dell’estremismo ormai perfettamente guariti grazie alla senilità del riformismo. Alle ore 11 si terrà un dibattito franco-italiano su Movimenti lotte e comunità. Dibattito non orizzontale, sia chiaro. Non è che tutti i presenti prenderanno la parola, no, sarebbe troppo comodo. Certi ordini, certe gerarchie — informali, per carità — vanno rispettate. C’è chi sa parlare e chi no, chi ha esperienza e chi no, chi ha conoscenze e chi no. Insomma, c’è chi parla e c’è chi ascolta. A parlare saranno quindi un ex redattore di pubblicazioni sovversive (come La Banquise o Mordicus) caduto in disgrazia nel movimento francese perché tacciato (ingiustamente) di simpatie negazioniste, ma arruolato dal sito neoblanquista Lundi Matin in quanto celebre autore di romanzi polizieschi; un ex sostenitore del banditismo rivoluzionario, della lotta criminale contro Stato e Capitale, il quale avendo messo la testa a partito (invisibile) collabora anche lui a Lundi Matin da dove oggi si scaglia contro i piccoli gruppi di rivoltosi, ovvero contro il suo passato; nientepopodimenoche l’autodesignatosi erede di Blanqui, lo stratega del Partito dell’Insurrezione di Stato, la penna non-principale di L’insurrezione che viene (quella principale se l’è rivendicata il suo sottopancia, immolandosi in tribunale); lo smilzo clone di Ocalan, già situ, già bordighista, già camattiano, già editore italiota del Comitato Invisibile, uno per cui le idee sono importanti e necessarie quanto la carta igienica (di cui bisogna sempre tenere da parte una buona scorta, da usare-e-gettare a seconda dello stimolo); un simpatico stalinista di ferro, che viene presentato dagli organizzatori solo per i suoi meriti editoriali e non per il suo recente tentativo di entrare in Parlamento nelle liste di Potere al Pollo; infine uno stakanovista delle recensioni, redattore di un famoso sito di letteratura ed opposizione immaginaria.
Considerato che tutta questa bella gente è unita dalla convinzione che le barricate materiali della rivolta durino più a lungo se supportate dalle barricate di carta della politica (perizie tecniche, ricorsi giuridici, mozioni comunali, ecc), non è difficile intuire dove andrà a parare il dibattito. In questo coro a cappella a favore della conflittualità alternata, mancherebbe solo un negriano…
No che non manca, salirà sul palco subito dopo per presentare un libro scritto da un autore della sua cordata, combattente italiano reduce dal Rojava. Una storia «ibrida», la sua, «delle contraddizioni che ogni rivoluzione si porta dentro». Essendo costui un militante di quell’Askatasuna ibrido di rivoluzione e delazione, lo possiamo capire, lo possiamo capire. Ciò di cui non ci capacitiamo proprio è come si possa essere così minchioni da comunicare alla polizia italiana ed internazionale di essere un «foreign fighter», di aver ricevuto un addestramento militare, di aver avuto il battesimo del fuoco. Evidentemente la rivoluzione è bella soltanto sotto un sole esotico, e solo altrove il nemico va abbattuto. Qui da noi, no. Qui da noi, vai con i selfie, le interviste, le comparsate in televisione… una storia ibrida, la vanità che ogni rivoluzionario si porta dentro?
Alle 13.30, verrà presentata la fantasiosa storia della ZAD. Pura melassa mitopoietica, come vendere merda facendola passare per cioccolato. Saranno presenti sia gli autori che i traduttori ed editori italiani. Oltre al clone smilzo di Ocalan, c’è anche il principale animatore del sito Notav.infam. In effetti uno sbadato delatore è la ciliegina sulla torta, la degna chiusura di una tale giornata.
Tutto convive con tutto. Diciassette anni fa molti fra questa bella gente si sarebbero sbranati sul cadavere ancora caldo di Carlo Giuliani. Chi a sostegno delle tute bianche e chi solidale coi black bloc. Tra qualche giorno saranno là, fianco a fianco, a porgersi rispettosamente il microfono — monumento all’ipocrisia, all’arrivismo, all’opportunismo.
Si conclude domenica 29 luglio. Dopo l’immancabile romanziere di sinistra italiano e il già presentato romanziere di sinistra transalpino, a parlare della resistenza di Hambach sarà Earth Riot, ovvero gli estensori di un comunicato che alla vigilia del corteo no-Expo di Milano dell’1 maggio 2015 metteva in guardia contro i possibili «infiltrati» in cerca di scontri.
Non ci sono dubbi che anche quest’anno il “Festival Alta Felicità” sarà un successo. Perché in fondo è proprio questo che il pubblico di portatori di smartphone vuole. Vedere più cose per diventare più cose.
Aria, aria, aria… per (ri)trovare quella critica indissociabile da una sorta di necessità quasi organica, che malgrado tutto continua a manifestarsi nel desiderio e nel sogno, incitando ognuno di noi a ritrovare la coerenza passionale di cui vorrebbero farci dimenticare perfino il ricordo. Coerenza passionale di ciò che ci unisce al mondo e ce ne differenzia assolutamente; coerenza passionale sempre singolare, soprattutto quando la collettività si richiama a ciascuno solo per negare la vita individuale diluendola nella moltitudine dei suoi spettacoli indifferenziati.