Scripta Manent – Sulla testimonianza in aula bunker

Il testimone, la cosiddetta “persona informata sui fatti”, è sempre e comunque un prodotto dell’accusa. Si costruisce intorno al singolo un’identità, un ruolo, un’appartenenza, un profilo a seconda dell’uso che ne vuole fare la controparte.
Ogni convocazione ha infatti uno scopo specifico ed è indissolubile dal fine che vuole raggiungere. Come le tante inchieste degli anni 70 e non solo hanno dimostrato, l’utilizzo di strumenti come questo ha funzionato nel dividere, attaccare e far implodere in sede processuale numerosi gruppi di sovversivi. La testimonianza è una delle leve su cui poggia l’azione del P.m., per costruire la sua inchiesta, la sua condanna.

Circa due mesi fa, sono stato convocato in aula bunker a Torino come testimone nell’ambito dell’operazione Scripta Manent. L’interrogatorio doveva riguardare i motivi e i contenuti della mia corrispondenza con gli arrestati e le arrestate.

Lo scopo della mia convocazione, per quanto mi riguarda, è stato sin dal principio assai chiaro e palese: servirsi di me per porre delle contrapposizioni tra persone, compagni\e, individui; fare uscire dalla mia bocca parole dure contro gli arrestati\e, prese di distanza, differenziazioni; il sottofondo che risuonava in quell’aula era quello di una velata richiesta di dissociazione.

Isolare un insieme di persone, tentare di fare loro terra bruciata intorno, rendere così le azioni di cui sono accusati, le loro parole e rivendicazioni esecrabili e ulteriormente punibili.
Le risposta date, nelle sue varie forme, hanno voluto sottolineare invece la piena e assoluta solidarietà nei confronti dei compagni e delle compagne anarchiche incarcerate e indagate.

La costruzione di un’inchiesta è sempre un artifizio, un montaggio, una mostruosità partorita da menti abituate al putridume e in quanto tale deve essere sempre rifiutata e ridicolizzata; ciò che un P.m. dice è sempre menzogna. Non siamo vittime ovviamente. Gli\le anarchiche non sono mai vittime, mai innocenti.

Che fare, dunque?

Rifiutare le parole dell’accusa, rifiutare le loro ricostruzioni.
Rifiutare le categorie, i comparti, le tipologie modellate dal P.m. Sparagna.
Rifiutare tutte queste baggianate.

Comprendere, però, che ogni individuo è differente dall’altro, ognuno è animato da tensioni, desideri, pratiche anche assai diverse, ognuno sceglie, elabora, prova e riprova.
Inoltre, nel solco delle acque impetuose in cui tutti ci muoviamo, le critiche, gli scontri e le contrapposizioni sono necessari e fondamentalmente sono il sale del movimento anarchico.

Detto questo, per ultimo, rifiutare la convocazione.
Opporsi a questa dinamica, alla strumentalizzazione dei P.m. potrebbe essere un segnale piccolo e banale, ma utile da inviare alla controparte.
Per ragioni che non spiegherò qui, nel febbraio scorso ho deciso di presentarmi davanti ai giudici; se dovessi essere convocato nuovamente rifiuterò il cordiale invito obbligatorio, andando incontro alle stupide conseguenze della cosa.

Antonio