Nessuna comica senza risata

Se parla come un comunista, pensa come un comunista, si comporta come un comunista,
allora non è un anarchico: è un comunista»
un anarchico statunitense del XX secolo
Così ci diceva lo scorso millennio un compagno a noi caro, mentre stavamo ridendo insieme a crepapelle dei continui tentativi da parte di alcuni rivoluzionari autoritari a corto di manovalanza per fare breccia nei cuori degli anti-autoritari (tentativi che trovano puntualmente sponda fra certi anti-autoritari a corto di riconoscimento politico, sempre pronti a fare numero fra e con gli autoritari). Lungo lo scorso secolo è stato infatti uno stagionale fiorire di anarco-bolscevichi (Stato e Rivoluzione, che libro! È contro lo Stato, sapete?) e di anarco-trotskisti (la rivoluzione permanente, che concetto! È contro lo Stato, sapete?), di marxisti libertari (il libro sullo Stato mai scritto da Marx, che opera! Sarebbe stata contro lo Stato, sapete?) e di ecologisti sociali (il municipalismo libertario, che strategia! È contro lo Stato, sapete?), passando per certi maoisti (lo spontaneismo, che attivismo! È contro lo Stato, sapete?) fino ad arrivare a certi blanquisti (la destituzione, che potenza! È contro lo Stato, sapete?). E più gli anni passavano, più le esperienze rivoluzionarie venivano liquidate dallo Stato e dalla sete di potere, più i loro beniamini si rivelavano una bella accolita di dittatori, ministri, parlamentari, consiglieri comunali, più il corpo della loro teoria scientifica andava in decomposizione, e più gli autoritari meno ingessati si davano arie libertarie, arrivando spesso e volentieri a pretendere di essere più anarchici degli stessi anarchici. Perché la Storia con cui si riempiono la bocca questi antistatalisti più o meno in erba con un secolo di ritardo, è solo la storia della loro personale ideologia.
È una questione matematica. I quattro gatti rossi si sono accorti all’improvviso che la loro amata dialettica storica si è rivelata una idiozia colossale, vera e propria apologia della reazione, e che il proletariato, la classe operaia, la massa, il popolo — scegliete voi il feticcio collettivo che preferite — non si unisce più alle avanguardie, al massimo si abbona allo stadio o a Netflix. Non se ne capacitano. Avessero un minimo di dignità, darebbero infine un grande contributo alla rivoluzione suicidandosi (un biglietto di scuse sarebbe un pensiero carino). Ma disponendo solo di uno smisurato opportunismo, si ritrovano a guardarsi attorno in cerca di qualcuno da arruolare, scorgendo così gli anarchici.
I quattro gatti neri hanno sopportato con minori problemi il tracollo di un’epoca, in parte perché tendono a partire da se stessi anziché da qualche fantasma, in parte perché in fondo sono abituati alla solitudine — ma c’hanno una tale voglia di applausi, ma una voglia, ma una voglia…
L’affare è presto fatto ed un nuovo organismo politicamente modificato viene lanciato sul mercato della militanza. I sei gatti color cacca (mescolando rosso e nero si ottiene il marrone, ed un irriducibile settario rimane sempre, da una parte come dall’altra) possono ora fare iniziative comuni, gonfiate a botte di mitopoiesi al fine di farsi passare per incontrollabile branco di pericolosi lupi che assediano e terrorizzano gli sporchi capitalisti. Ora nel fronte uni… ops, no… nella allean… ops, no… nella composizione di gatti cacca, i quali una volta superati i «pregiudizi ideologici» sono diventati culo (nero) e camicia (rossa), è tutto un cinguettare di amorosi sensi, è tutto un congratularsi a vicenda. C’è chi passa con mestizia da Gramsci a Malatesta e chi passa in letizia da Stirner a Bordiga, ma tutti si buttano senza malizia su Ocalan.
Ad infrangere questo edificante quadretto, i soliti settari, i soliti ideologi, i soliti pontefici: quelli che fanno notare come l’anarchismo si caratterizzi proprio per la sua negazione di ogni forma di potere e di autorità, e che quindi in quanto tale non possa essere assimilato a una qualche forma di autoritarismo. Non si combatte lo Stato accettando di farvi parte. Non si combatte il potere tentando di costituirne uno nuovo. O con la libertà o con l’autorità.
L’odio per lo Stato di un sostenitore del potere operaio centralizzato è credibile tanto quanto l’amore per gli animali di un vivisettore. Ecco, basta annotare questa banalità di base per far andare i gatti cacca su tutte le furie. Perdono le staffe, diventano paonazzi, cominciano a contorcersi, tuonano e ostentano pedigree accademici nella convinzione di incutere timore e ottenere rispetto. Un vero spettacolo. Poveretti, non riescono nemmeno a concepire che si possa disprezzare il potere dal basso tanto quanto quello dall’alto.
È una comica che va avanti da un secolo e riesce a strappare sempre grasse risate. Ma, detto tra noi, non bisogna perderci più di tanto tempo. A furia di risentirla, se ne perde il gusto.
[23/5/18]